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“Primule fuori stagione” di Luciana Pennino: il dono della resilienza

Fiorella Franchini di Fiorella Franchini
9 Novembre 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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Pagina dopo pagina, in Primule fuori stagione, Luciana Pennino snocciola la banalità della quotidianità, attraverso la quale racconta la solitudine e le difficoltà della vita comune rendendo quest’ultima quasi eroica. Ci sorprende che la routine possa essere un valore perché il termine richiama piuttosto la monotonia e la pesantezza dei giorni, la monotonia frenetica del lavoro e dei tanti compiti che riempiono le nostre giornate, i gesti meccanici, l’ovvietà delle frasi scambiate con chi incontriamo, i rapporti dati per scontati, persino i desideri di evasione. Eppure nel momento in cui questa ordinarietà viene meno, scopriamo che l’insignificante fa parte di noi stessi, della nostra essenza. Il racconto di Luciana Pennino ci mostra, quindi, l’ambiguità di questa condizione che non è positiva di per sé, dipende da quello che ci mettiamo dentro: è un dato di fatto che ci è donato e che non va sprecato, ma va riempito. Ed è proprio l’interrompersi di questo tram-tram che obbliga la protagonista a riflettere, a scendere dentro se stessa.

È una storia personale o un racconto di fantasia?

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«Lo spunto è sicuramente autobiografico: direi che mi abbia condotto prepotentemente le dita sulla tastiera! Ma non tanto e non solo nei fatti reali, quanto piuttosto nelle sensazioni provate e poi narrate. L’esperienza, insomma, della disoccupazione, e altri accadimenti, sono personali sì, ma non nelle modalità in cui le ho descritte quanto nei turbamenti patiti e nelle reazioni prodotte.»

Da quale esigenza è nato questo racconto?

«È nato come terapia al mio malessere, al mio dolore, ma anche come salvifico sfogo ironico, autoironico, a volte sarcastico.»

La scelta stilistica dell’autrice contribuisce a immergerci in questa realtà emotiva: il racconto è in prima persona e la protagonista non ha nome né una connotazione fisica, il linguaggio è ripetitivo, colloquiale e fortemente ironico. Tutti noi tendiamo a riportare ogni cosa a schemi, a regole, a ruoli che ci tranquillizzano, che non ci impongono troppi interrogativi, e così, inconsapevolmente, assorbiamo l’indifferenza, l’utilitarismo, il cinismo, il primato del denaro e del successo. La consuetudine ci rassicura ma alla fine ci soffoca, ci imprigiona, impedendoci di vivere in pienezza il presente, a cogliere l’attimo. La perdita del lavoro, nel racconto, costituisce la rottura dell’equilibrio, l’elemento che spezza la cadenza dei giorni, che crea contrasto, antagonismo, la complicazione, l’ostacolo, l’interruzione che consente di proseguire. Senza questo elemento non ci sarebbe storia da raccontare.

Quali contenuti ha voluto veicolare verso il lettore?

«Innanzitutto la grande e mortificante difficoltà di ricollocarsi nel mondo del lavoro, per una donna, in una città come Napoli e in un contesto di emergenza economica come quello attuale. Ma anche la possibilità di ridere di se stessi, di essere sinceramente attenti a chi incrociamo sulla nostra strada, di trovare sempre la forza di reinventarci e di sbrogliare i grovigli interiori.»

Il racconto di Luciana Pennino invita a non trascurare i progetti a lunga scadenza, gli unici che cambiano davvero le persone e la società; a mettersi sempre in gioco, perché ciò che vale in noi deve essere coltivato come fiori, anche quando il tempo è avverso. Primule fuori stagione, prima prova narrativa dell’autrice – edizioni Iuppiter –, è senz’altro un invito alla resilienza, quella capacità atavica di autoriparazione dopo un danno, di far fronte, di resistere, ma anche di costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria esistenza nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

La protagonista non solo riesce a opporsi a tutte le pressioni dell’ambiente ma è capace di andare avanti, nonostante le crisi della sua vita, anzi la ricostruisce. Un dono, sebbene la letteratura scientifica abbia dimostrato come la resilienza sia un fenomeno ordinario, non straordinario dell’essere umano legato al senso di sopravvivenza, alla capacità di adattamento ai cambiamenti e agli eventi traumatici. Questo significa, come accade per il personaggio principale del racconto, che anche se ci si sente tristi, stressati, depressi che le emozioni negative, se controllate, possono far emergere tratti insospettabili e pragmatici della personalità.

Per Luciana Pennino, ad esempio, è scattato l’amore per la scrittura, forma di cura dell’anima e di comunicazione con il mondo: «un’opportunità per far arrivare ai lettori delle storie in cui ritrovarsi, creando l’effetto specchio che ha un fascino tutto suo…».

Il prossimo racconto?

«Si trova in un file del mio PC, e soprattutto si trova nel mio cuore, ma devo rispettare i suoi tempi.»

Le battaglie vinte insegnano consapevolezza nelle proprie possibilità e nei propri limiti, le primule possono sbocciare fuori tempo ma è sempre meglio proteggersi dal gelo.

Prec.

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