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Perché Trump bannato dai social non limita la tua libertà di espressione

Nell’anno in cui 1984 di Orwell entra a far parte delle opere di pubblico dominio, pensare a quanto il romanzo venga erroneamente abusato come metafora della nostra epoca dalla destra complottista è quasi inevitabile alla luce dell’ennesimo dibattito sulla libertà di espressione generato dal ban degli account di Donald Trump da Facebook e Twitter.

Subito, i conservatori hanno accusato Big Tech di imbavagliare il diritto legittimo alla libertà di espressione e di derive autoritarie. Donald Trump Junior cita apertamente il libro proprio in un tweet in cui lamenta, in seguito alla cacciata del padre, che stiamo vivendo in “1984”. Il tema dell’informazione di parte, della propaganda di partito (perpetrata, in Orwell, dal Ministero della Verità) viene sorprendentemente impugnato dai vertici populisti i quali, dichiarandosi per lo più neutrali in pubblico, si proclamano – ironia della sorte – detentori di una verità superiore che qualcuno di più potente (da qui il nomignolo Big Tech)  vuole tenere nascosta alla gente comune.

Trump bannato è il capo martire costretto all’esilio dal crudele algoritmo e da chi vi sta dietro, in una narrazione mitica che si autoalimenta: ogni volta che il capo viene corretto, ogni volta che viene smentito, i suoi seguaci non vedranno l’intento a disambiguare, a moderare, a ricondurre il discorso nei ranghi del dibattito civile, ma una volontà di ridurre al silenzio il loro profeta e quelli che, come lui, hanno il coraggio di dire le cose come stanno. In questo senso, la polarizzazione di ogni dibattito sui social network ha portato alla banalizzazione e all’ipersemplificazione di concetti quali censura, libertà di espressione, politicamente corretto e, al contempo, ad accentuare l’ambiguità di altri concetti quali neutralità e rilevanza.

D’altro canto, abbiamo da valutare le circostanze in cui tutto questo avviene. Il ban arriva dopo i fatti di Washington, quando l’attacco al Campidoglio si traduce in un niente di fatto, quando l’elezione di Biden viene formalizzata, mentre Trump giace come un cinghiale ferito sulle macerie dei suoi proclami rancorosi in 140 caratteri. Il ban arriva, a detta di molti, in ritardo: il Presidente uscente ha, infatti, utilizzato per anni proprio quelle stesse piattaforme per diffondere il verbo populista, per fomentare l’estrema destra, consolidare balzane teorie complottiste agendo da megafono per le fake news. Lui stesso dichiarava al suo staff, nel 2017: «Senza Twitter non sarei qui» e gli scandali legati alle presidenziali del 2016 hanno esposto più di una volta il ruolo problematico rivestito Facebook nell’elezione del Tycoon. Le piattaforme, in effetti, hanno respinto spesso, nel corso degli anni, le sollecitazioni a moderare i contenuti e le (dis)informazioni dell’ex Presidente degli Stati Uniti sulla base della loro rilevanza mediatica.

La riluttanza di Twitter e Facebook, così espressa in molteplici occasioni, evidenzia uno dei punti più critici dell’intera faccenda: il modo in cui le tech company operano la scelta di applicare filtri ai contenuti pubblici caricati sulle piattaforme è ancora troppo arbitrario e fumoso. Quando parliamo di filtri e arbitrarietà, non bisogna incappare nell’errore di confonderli con la censura. Si tratta, piuttosto, di prendere atto della mancanza di trasparenza in cui prosperano i notissimi social network. Per anni i tweet, i post di Donald Trump sono passati al vaglio di Zuckerberg o Dorsey come rilevanti e sono rimasti pubblicamente online – ricordiamo che l’aggettivo rilevante veniva, da ultimo, affiancato anche ai suoi deliri in capslock bercianti LAW & ORDER durante le proteste di Black Lives Matter – e solamente adesso ci si accorge di quanto quei messaggi abbiano contribuito all’attuale tensione politica. Solo adesso che un paese occidentale – il quale si fregia, tra l’altro, di essere la più grande democrazia al mondo – subisce un attacco concreto al proprio apparato democratico quando un manipolo di fascisti prova a sovvertire il risultato di una legittima elezione, Facebook e Twitter accantonano la parola rilevanza e prendono provvedimenti, come se la cancellazione di un post o di un tweet e il ban di uno come Trump fossero retroattive, in grado di eliminare ogni traccia dell’odio, del razzismo, delle scelleratezze prodotte.

Questo accade perché, diversamente dalla distopia politica orwelliana, noi abitiamo una distopia che risponde a criteri di altro tipo: quelli del libero mercato. In qualità di aziende private, il servizio reso alle comunità da Facebook e Twitter sta ai margini di una discussione che si gioca solo ed esclusivamente sui profitti. Gli spazi pubblicitari vanno al miglior offerente. La profilazione degli utenti a scopi di marketing e a scopi elettorali non avviene su una base ideologica. O, meglio, non un’ideologia strettamente politica. Le piattaforme restano neutrali – si legga pure: preferiscono far finta di nulla – finché fa loro comodo in termini di guadagno, ritorno di immagine e favore politico. Più che monopolizzare il discorso su censura e libertà di espressione interrogandosi su cosa sia rimasto più da dire per colpa di questa nostra epoca politicamente corretta, siamo dell’opinione che sarebbe utile affrontare la riflessione da un punto di vista diverso: prendendo in considerazione, ad esempio, i flussi di denaro dietro le piattaforme e come siano spesso questi ad avere peso su cosa viene ritenuto legittimo e cosa no.

Possiamo osservarlo con Parler, app lanciata sul mercato come oasi della libertà di espressione e diventata in brevissimo tempo punto di riferimento di QAnoniti, no-vax e movimento MAGA, finanziato dalla ricca ereditiera conservatrice e pro-Trump Rebekah Mercer. In un’intervista surreale con il New York Times, il CEO di Parler John Matze dichiara di non avere una posizione politica, di essere sostanzialmente neutrale e di non aver neppure votato alle ultime elezioni. Qualche scambio di battute dopo, però, eccolo lì, pronto a minimizzare sugli eventi di Capitol Hill, a sostenere che quella ingigantita dalla stampa era una protesta pacifica: mica come i saccheggiatori di BLM! Matze ha appena denunciato Amazon che, insieme a Apple e Google, aveva oscurato l’app dopo l’evidenza che l’assalto al Campidoglio era stato organizzato sui thread del social network.

È interessante notare anche quanto le discussioni e le riflessioni sul concetto di libertà di espressione sui social arrivino quando viene bandito il leader populista d’America, mentre il medesimo discorso non è stato posto con tanta centralità nei casi e nei paesi in cui Facebook è stato utilizzato quasi come un’arma, impugnato dall’esercito in Myanmar come strumento per la pulizia etnica dei Rohingya e per le attuali ripercussioni sanguinose che il linguaggio dell’odio alimentato sulla piattaforma sta generando in Etiopia. Dietro la difesa strenua della libertà di espressione come la intendono i seguaci di Trump e, in buona parte, i proprietari delle piattaforme social, ci sono il sangue e il terrore delle minoranze. Dietro l’idea che identifica e appiattisce la libertà di espressione con la volontà precisa di fare del male, ridurre al silenzio, delegittimare con la violenza e l’odio il diritto di chi è diverso da me a esistere sia dentro che fuori dalle piazze digitali, non c’è una lettura confusa di 1984: c’è un pensiero fascista.

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