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L’Olocausto è un’aberrazione o il riflesso di chi siamo realmente?

Rosa Maria Gloria Basanisi di Rosa Maria Gloria Basanisi
9 Novembre 2021
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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L’immagine che vedete qui sopra è tratta dal nono episodio della serie fantascientifica Sense8, intitolato What is human?, all’inizio del quale gli otto protagonisti camminano tra le 2711 stele del Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa (Denkmal für die ermordeten Juden Europas) di Berlino, mentre una voce in sottofondo recita: Vengo qui ogni volta che ho una decisione difficile da prendere. È un posto che mi aiuta a vedere chiaro sulle mie scelte.

Gli sceneggiatori della serie hanno deciso di introdurre una riflessione sull’ontologia dell’umanità, partendo da una considerazione sull’Olocausto. Il filo conduttore è il tema della scelta. Tutti i personaggi, difatti, sono in quel luogo perché hanno delle decisioni molto complesse da prendere. È un caso che gli autori abbiano deciso di coniugare questi tre elementi nei primi minuti della puntata? Probabilmente no.

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Ho sempre ritenuto totalmente controproducente l’atteggiamento che vede nell’Olocausto un’impensabile mostruosità. Se ancora oggi vogliamo riconoscergli un valore, è necessario un atto di lucida e profonda contestualizzazione. Interrogarci sulla nostra etica e sul nostro modo di prendere posizione nei confronti dei grandi e repentini eventi del mondo contemporaneo può divenire una giusta incarnazione di senso del passato. Non serve in alcun modo deprecare e biasimare un destinatario vuoto, lontano nel tempo, se non siamo in grado di identificarlo nella nostra quotidianità, se noi, figli di Hanna Arendt e della banalità del male, per primi non riusciamo a interrompere e a contestare i rapporti morbosi che spesso intercorrono tra chi governa e chi subisce un uso distorto del potere.

Sempre nello stesso episodio di Sense8, gli autori scelgono di far pronunciare a una dei protagonisti, Sun Bak, una frase particolarmente emblematica: Voglio credere che il passato chiuda con noi, nel momento in cui noi chiudiamo con lui (I want to believe that the past is done with us, the moment we are done with it). La domanda che sorge spontanea è: abbiamo davvero chiuso con il nostro passato? Non finché, invece di reiterare immagini del tempo andato in modo inerziale, non lasceremo che esso trovi giustificazione e compimento come voce guida nel nostro presente. Questo è il valore della memoria storica.

Ripensando a queste problematiche, mi sovviene un ricordo. Quando seguii le mie prime lezioni sull’Antigone di Sofocle, la mia professoressa di greco riprese una distinzione creata da Max Weber, per farci ragionare sulla scelta di Antigone di dare degna sepoltura al fratello Polinice, trasgredendo le leggi dello Stato. Ci insegnò che nel momento in cui un uomo decide di abbracciare un’etica assoluta, che non obbedisce ad altro che ai suoi principi e che non si interessa delle conseguenze delle sue azioni – poiché ritenute azioni necessarie per rispettare le leggi morali – allora quell’uomo vive secondo l’etica della convinzione o dei principi. Quando, invece, aderisce a una seconda etica che,  al contrario della prima, tiene in conto le possibili conseguenze delle sue azioni e del rapporto tra i mezzi e i fini, questa viene chiamata etica della responsabilità, la quale è estremamente più affine alla politica. Ricordo che, a questo punto, l’intera classe si aspettava di dover rispondere alla domanda Antigone quale etica scelse di seguire?. Eppure non fu così. La professoressa ci parlò del processo di Norimberga e della risposta che Adolf Eichmann, ufficiale delle SS, diede dinanzi alla corte, affermando di non comprendere l’odio degli ebrei nei suoi confronti, dal momento che egli si era semplicemente limitato a rispettare gli ordini e le leggi dello Stato. E, infine, ci chiese: Eichmann e gran parte del popolo tedesco quale etica hanno seguito per orientare le loro scelte? Per rispondere a questa domanda, ancora oggi, forse dovremmo partire da ciò che guida i nostri popoli, che assistono a interi massacri, bombardamenti e torture, per interrogarci sull’immobilismo e sul benestare che dilagarono nella Germania nazista, corrosa dalla guerra e da anni di instabilità politica.

E proprio in questi giorni, mentre Trump promette muri e censura gli scienziati, mentre vengono stretti patti di morte con la Turchia, mentre la Siria, la Libia e la Palestina vengono trucidate, e omosessuali, trans, donne e neri continuano a lottare per l’uguaglianza sociale senza ricevere veramente ascolto, è giusto che ci si chieda quale etica guidi le nostre scelte, se stiamo assecondando il potere obbedendo agli ordini oppure se stiamo lottando per dei principi che non si piegano del tutto alle logiche politiche.

Allora è il caso di porci la domanda riportata sulla stele berlinese:

L’Olocausto è un’aberrazione o il riflesso di chi siamo realmente? (ist der Holocaust ein Irrweg oder eine Spielung unseres selbst?)

Prec.

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