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L’iper-competitività nello sport: il caso Simone Biles

Noemi De Luca di Noemi De Luca
9 Agosto 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Concluse le Olimpiadi di Rio de Janeiro, Simone Biles è stata acclamata come la migliore ginnasta di tutti i tempi. Simbolo di perfezione sportiva, neanche il normale format dei punteggi basta a valutare le sue performance. Un’icona dalle abilità sovraumane, capace di compiere salti e volteggi troppo complessi e pericolosi per gli altri. Un esempio di coraggio e determinazione per tutte le donne, per gli afroamericani, per i sopravvissuti alle violenze sessuali. La stampa ha osannato in maniera incessante la Biles, fino a prevedere per lei alla vigilia di Tokyo 2020 almeno sei ori. Le cose sono andate diversamente.

La Biles si è ritirata da due finali. L’immagine della ginnasta perfetta si è frantumata. Il mondo è rimasto incerto, in silenzio per un lungo momento. Finché non si è spaccato in due. Metà della stampa mondiale si è accanita su Simone Biles: debole, capricciosa, che ha puntato i piedi solo perché non era in forma e non aveva chances di vittoria. Negli USA, l’hanno messa a confronto con l’atleta Johnson Thompson, che nel 2019 si è rotto il tendine durante i 200 metri e ha rifiutato ogni aiuto, trascinandosi fino alla linea d’arrivo. Quello sì che è vero coraggio. In Italia l’abbiamo messa in prima pagina con Federica Pellegrini col titolo La forza e la fragilità, le donne protagoniste a Tokyo. Pellegrini infinita, Biles in tilt. Il paragone è scattato perché entrambe le atlete hanno avuto problemi psicologici. Ed è palese che la nostra nuotatrice abbia vinto il contest per la migliore malata mentale: nonostante abbia sofferto di attacchi di panico e bulimia, è diventata la prima donna nella storia a raggiungere la quinta finale olimpica consecutiva.

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Certo che innalziamo al cielo e buttiamo giù i nostri eroi con una facilità impressionante. Il problema degli eroi è che diventano simboli, icone con capacità sovraumane, e quando si è sovraumani non si può anche essere umani. Se devi cadere, ti devi anche rialzare velocemente, così da diventare un nuovo simbolo: l’atleta tormentato dai suoi demoni, ma forte e resiliente. #Nevergiveup. La Biles è tornata a vincere la medaglia di bronzo nella specialità della trave, ma apparentemente questo non è bastato. Il danno ormai era fatto: si è allontanata dal peso delle competizioni e delle aspettative, e un bronzo in una competizione meno pericolosa non è abbastanza per ricostruire il suo status di atleta infallibile.

Forse il problema è che il suo disagio, i cosiddetti twisties, non sembrano abbastanza oscuri e demoniaci. Si tratta di improvvisi blocchi mentali che fanno perdere l’orientamento durante un esercizio. Un senso di vuoto, confusione e perdita del controllo del proprio corpo, come se si galleggiasse nello spazio senza punti di riferimento. Se questo succede a mezz’aria, si rischia di girare su se stessi, fare volteggi in più o in meno, o bloccarsi a metà esercizio. E di schiantarsi a terra. Lo stress e la pressione possono acuire questo disagio, rendendo impossibile l’esecuzione sicura di esercizi aerei complessi come quelli dei ginnasti. La Biles non ha puntato i piedini a terra, ha voluto salvarsi l’osso del collo.

Non è raro che si spingano gli atleti a competere fino all’autodistruzione. Fisica o psicologica. Freestyle Jeret “Speedy” Peterson, Kelly Catlin, Stephen Scherer: tutti campioni olimpici che si sono tolti la vita pochi anni dopo le loro vittorie. Ad aprire l’argomento è stato Michael Phelps, l’olimpionico più decorato della storia, testimoniando la sua stessa esperienza con la depressione e gli istinti suicidi. Phelps ha sottolineato l’assenza di assistenza psicologica prima e dopo la gara, e la mancanza totale della voglia di cambiare le cose. Il nuotatore si è spesso sentito solo, ma la realtà è diversa: tantissimi sono gli atleti che dal gesto di Simone Biles hanno deciso di parlare ad alta voce dei loro problemi e di sostenerla. La stessa Federica Pellegrini si è schierata accanto alla Biles, sostenendo che agli atleti serva un supporto psicologico importante, supporto che spesso manca.

Gli atleti hanno i più alti tassi di malattie mentali nel mondo. Uno studio ha scoperto che la prevalenza dei sintomi e disordini relativi alla salute mentale negli atleti d’élite (16%-34%) è più alta della normale popolazione. Secondo la National Eating Disorders Association, il 62% delle atlete donne e il 33% degli atleti uomini hanno disturbi alimentari. Molti studenti-atleti riportano livelli più alti di stati emotivi negativi rispetto agli studenti-atleti adolescenti. L’8% di questi ragazzi soffre di bulimia e l’1.5% di anoressia. Secondo le ricerche delle Università di Drexel e Kean, il 25% degli atleti dei college ha riportato livelli clinicamente rilevanti di sintomi depressivi. Nel contesto dello sport universitario, è stato rilevato che gli atleti uomini sono più inclini ad avere comportamenti aggressivi di tutti gli altri studenti.

Queste stime dimostrano che quello di Simone Biles non è un caso isolato, ma il sintomo di un problema sistemico. Quello di un universo iper-competitivo incentrato esclusivamente su dinamiche di profitto e sulla retorica dell’eccellenza. Il mondo dello sport mette al primo posto una cosa sola: la performance. Tutto il resto non conta. E chi non è in grado di performare viene lasciato solo con la sua debolezza personale. Nei contesti fortemente competitivi si cerca sempre di privatizzare il dolore: è una questione di fragilità del singolo, una faccenda personale e particolare, che non ha niente a che fare col mondo esterno. Sono i demoni della Biles, di Phelps, della Pellegrini: ce li hanno solo loro, ed è responsabilità loro rimettersi in sesto per non essere superati dagli altri. Privatizzare significa togliere agli atleti la possibilità di confrontarsi, chiedere aiuto e deresponsabilizzarsi di ogni incidente di percorso.

Che si parli delle Olimpiadi o della Scuola Normale di Pisa, gli ambienti eccessivamente competitivi hanno portato fin troppi all’esasperazione. Mi viene in mente la storia di Elena Vjačeslavovna Muchina, ginnasta sovietica. Costretta dal suo team ad allenarsi in vista delle Olimpiadi pur avendo una frattura alla caviglia non cicatrizzata, Elena eseguì un salto Thomas: una rotazione di 540 gradi in aria. Si schiantò sul pavimento, rompendosi il collo. Rimase paraplegica per il resto della vita. In diverse interviste accusò il suo allenatore di non averle dato tregua. Continuare ad allenarsi nonostante un problema fisico o psichico non è coraggio: è disperazione. Disperazione fomentata da fortissime pressioni psicologiche, atte a salvaguardare più gli sponsor e i contratti milionari che gli atleti.

Ma forse qualcosa sta cambiando. Queste Olimpiadi, oltre a essere tra le più politiche di sempre, hanno ribaltato i valori del mondo dello sport. Anche semplicemente con un oro per due. Tamberi e Barshim hanno scelto la felicità dell’altro al posto della furia competitiva. Simone Biles ha scelto la propria salute al posto dell’oro. Luciana Alvaredo ha scelto di inginocchiarsi in solidarietà col movimento antirazzista Black Lives Matters, sfidando il principio di neutralità dei giochi olimpici. Alice Bellandi e Tom Daley hanno scelto di fare coming out, con l’intento di decolonizzare lo sport dalle aspettative di genere. Gli atleti per la prima volta stanno scegliendo, e non sembra che il vecchio sistema gli stia comodo.

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