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Libertà di stampa: la pandemia è solo un altro bavaglio

Reporter Senza Frontiere definisce il giornalismo il più efficace vaccino contro la disinformazione. Dopo un anno in cui i vaccini sono stati attesi, sperati e agognati, il termine acquisisce un significato nuovo e si tinge di valori diversi, soprattutto per chi – come noi – guarda inerme gli altri paesi che, con alto tasso di immunizzati, tentano un ritorno alla normalità, invidiandone la protezione. Eppure, quello stesso rapporto di RSF non lascia alcuna speranza perché registra che la libertà di stampa è impedita in 130 Stati.

Secondo le categorie di classificazione dell’organizzazione, sono 73 i paesi in cui la libertà di stampa è seriamente ostacolata e sono 59 quelli in cui è limitata. Sommati, questi luoghi in cui il giornalismo non ha tutele compongono il 73% di tutti gli Stati analizzati. Si tratta di numeri che descrivono una situazione inaccettabile nell’era delle democrazie e dell’informazione digitale, con lo scetticismo dei cittadini che si aggiunge a peggiorare il quadro. L’Edelman Trust barometer 2021, infatti, segnala che stiamo vivendo un profondo momento di sfiducia dei confronti della stampa. Da un lato, la dilagante infodemia che si è diffusa insieme al virus, dall’altro le sempre maggiori difficoltà dell’informazione, sempre più ostacolata nello svolgimento del suo ruolo, hanno comportato una notevole diffidenza nei confronti del lavoro dei giornalisti. Gli ultimi studi, condotti in 28 paesi, hanno rilevato che il 59% degli intervistati crede che i giornalisti sfruttino intenzionalmente i propri mezzi per fuorviare i cittadini e diffondere notizie che sanno essere false.

Esattamente un anno fa, nel suo rapporto annuale sul world press freedom index, Reporter Senza Frontiere registrava un leggero peggioramento rispetto alla già poco rosea situazione precedente e avvisava del pericolo dietro l’angolo. A pochi mesi dallo scoppio della pandemia, infatti, i numeri già rivelavano un futuro estremamente pericoloso per il diritto alla libera stampa, che sembrava ulteriormente ostacolato dalla situazione sanitaria in bilico. A distanza di un anno, le nuove rilevazioni di RSF sono, però, anche più drammatiche di quanto immaginato. Il report specifica che il peggioramento globale non è dipeso dalla pandemia in sé per sé, che può aver ostacolato il lavoro dei giornalisti e la disponibilità delle persone. La libertà di stampa è stata volontariamente e consapevolmente repressa sfruttando la scusa della pandemia: il virus maledetto che sta destabilizzando il mondo è subito diventato un modo per legittimare la repressione.

Sul podio dei peggiori ci sono, ovviamente, sempre le stesse personalità e quegli sfortunati paesi che si ritrovano nelle mani di chi la libertà di stampa intende solo ostacolarla. Il più chiacchierato è certamente il presidente Jair Bolsonaro, che ha negato la gravità della situazione in Brasile e ha diffuso informazioni su rimedi non approvati dalle autorità scientifiche. Allo stesso modo, anche il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha incentivato la diffusione di notizie riguardo metodi contro il COVID e i suoi sintomi gravi, sebbene si trattasse di rimedi privi di fondamento scientifico. Numerosi giornalisti delle poche pubblicazioni ancora indipendenti in Brasile e Venezuela hanno tentato di smentire le affermazioni e i consigli assolutamente infondati, ma a pagarne il prezzo è stata la loro credibilità, messa abilmente in discussione dai detentori del potere.

La situazione è precipitata anche in Iran, paese nel quale le autorità hanno tentato di controllare le informazioni relative al bilancio delle vittime da COVID-19. Per farlo, hanno intensificato il controllo sulle testate, rendendo praticamente impossibile il lavoro dei giornalisti e, soprattutto, hanno aumentato i processi svolti contro i lavoratori del settore: dichiarati nemici dello Stato solo perché intendono svolgere il proprio dovere prestando servizio all’informazione e non al potere, i giornalisti che in Iran tentano di rivelare scomode verità non finiscono solo in prigione, ma rischiano la pena di morte. La situazione è grave anche nei paesi più vicini a noi, come l’Egitto, dove è stata vietata la pubblicazione di statistiche riguardanti la pandemia che non provenissero dal Ministero della Salute, confermando dunque i sospetti di falsificazione dei dati da parte delle autorità competenti.

In troppi Stati, i governi detengono il controllo di tutte le informazioni e le notizie, controllando la stampa, la televisione e internet, mettendo quotidianamente in pratica la censura. Queste illiberali pratiche hanno permesso a paesi come Turkmenistan e Corea del Nord di affermare di non avere alcun caso di infezione perché la pandemia non ha sfiorato i loro confini. Lo stesso controllo delle informazioni ha consentito all’Eritrea di perseverare nei vent’anni di silenzio sulla sorte di undici scomodi giornalisti scomparsi. In Malesia, El Salvador e Zimbabwe non è consentito l’accesso ai dati relativi all’avanzare della pandemia. E, intanto, la violenza nei confronti dei cronisti è aumentata in tutto il mondo.

Quando il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, ha definito la stampa un vaccino, non aveva tutti i torti. Negli ultimi mesi si è fatta sempre più chiara la consapevolezza che la disinformazione non è un male meno grave di nuovi virus e pandemie. Già prima del 2020, in realtà, il dilagare delle fake news e i tentativi di impedire la libera stampa avevano destato preoccupazione. Ma oltre a fornire una spalla a coloro che non aspettavano che l’occasione per imbavagliare i giornalisti, il COVID-19 ha fornito un quadro più chiaro sulla gravità della situazione. Il coronavirus, se così si può dire, è servito solo a evidenziare i problemi a lungo ignorati. RSF nel suo rapporto dimostra la preoccupazione che a pandemia terminata o, almeno, domata le cose non cambieranno e anzi resteranno ai livelli di allarme che sfiorano adesso sebbene, in qualche modo, la situazione d’emergenza inaspettata abbia attirato l’attenzione sul problema.

Tenere le persone all’oscuro, evitare che le informazioni siano condivise, è il miglior modo per lasciare che il potere agisca incontrollato. Anche nei più dittatoriali e violenti regimi, l’opinione pubblica conta abbastanza da non poterla tenere a bada se la stampa opera libera. Anzi, essa è proprio il primo ostacolo da eliminare, a dimostrazione del fatto che non esiste garante migliore per la democrazia. E, allora, che sia per nascondere la pessima gestione dell’emergenza sanitaria o che essa sia semplicemente una scusa per negare la libertà, quello che sta accadendo in troppi luoghi del mondo sta seriamente mettendo a rischio il futuro. E se quel poco di indipendenza rimasta è servita a notarlo, è importante agire subito per rimediare, prima che sia troppo tardi.

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