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“L’arte di uccidere un uomo”: la spersonalizzazione dell’individuo in favore dell’arma che imbraccia

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
28 Settembre 2020
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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La guerra è finita, il mondo non è più lo stesso. I conflitti mondiali hanno sconvolto la geografia dell’intero globo terrestre, ridisegnato i confini delle nazioni, scritto un nuovo capitolo di storia. Anche le vicende dell’URSS si coniugano, ormai, con i tempi al passato. Resta la polvere, macerie su cui ricostruire città e identità, soprattutto resta chi ha combattuto, soldati, uomini incapaci di altro che della violenza che conservano ancora negli occhi e nei nervi. L’arte di uccidere un uomo, di Giaime Alonge (Fandango libri), è una drammatica rappresentazione di vite ripiegate su loro stesse, tra la malinconia di un ideale che non si è compiuto e la divisa come una seconda pelle, dove ogni riferimento morale è affogato nel sangue.

Tra tutte le arti, quella di uccidere un uomo è la più semplice. Il colonnello Sergej Michailovič Orlov, militare in forza alla bandiera russa, e Peter Jennings, un ufficiale inglese passato ai sovietici, non l’hanno dimenticata. Il cessate il fuoco che ha rallentato i ritmi degli Stati in battaglia in una pace apparente non ha acquietato la loro necessità di imbracciare le armi, così, i due si rimettono in pista vendendo i loro servizi a una delle tante agenzie di sicari nate segretamente per continuare sotto traccia la guerra, tra tradimenti e spionaggi, strategie e profumate tangenti.

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La Hoplon Enterprise è una di queste società di sicurezza private e fa capo a Leonid Govorov, un ex ufficiale del servizio informazioni delle forze armate sovietiche, ora ricco uomo d’affari. La missione porta, dunque, i due militari tra il Caucaso e l’Iraq ancora sotto l’egemonia di Saddam Hussein, al servizio del boss Rashīd ‘Ali con lo scopo di eliminare suo fratello Amīd, leader di un clan di cui il committente intende assumere il controllo. Il piano d’addestramento a cui Orlov e Jennings sottopongono le truppe del mandatario passa, soprattutto, dalla spersonalizzazione dell’uomo in favore dell’arma che imbraccia, dall’insegnamento della violenza come unica dottrina da applicare in battaglia.

Proprio come in guerra, però, non sempre i fatti seguono la linea tracciata dalle strategie e un imprevisto complica il piano dei mercenari, abbandonandoli a un viaggio di ritorno in un territorio che si dimostra nemico.

L’arte di uccidere un uomo è un invito a osservare la guerra dal lato di chi ne subisce gli effetti, un’opera dal carattere fortemente cinematografico, a tratti spettacolare, intrisa degli effetti speciali propri del grande schermo, terreno in cui l’autore – che insegna Storia del cinema all’Università di Torino – si muove con disinvoltura, forte anche di aver firmato alcune sceneggiature: I nostri anni, 2000; Nemmeno il destino, 2004; Ruggine, 2011.

La lettura risulta dinamica, ricca dell’intensità necessaria a sedurre il lettore, in alcuni tratti anche in maniera eccessiva, come per taluni dialoghi che sembrano proiettare la scena sul telo bianco nel buio della sala, forse l’unico aspetto di dissonanza con le figure malinconiche dei protagonisti alle prese con il classico gioco dei contrasti, forti e sicuri nella divisa mimetica, fragili e smarriti quando le sirene che squarciano il mondo non hanno più paure da urlare.

Il romanzo di Giaime Alonge racconta uno spaccato di storia di cui si conosce poco – la Guerra Fredda e gli anni che ne sono seguiti, in cui le dinamiche, tra lavoro di intelligence e inganni, sono le stesse del conflitto silente tra URSS e Stati Uniti – un’epoca in cui l’autore lavora di fantasia pur riproducendo piuttosto fedelmente dinamiche, schieramenti e, soprattutto, effetti. Resta chi ha combattuto, macerie su cui ricostruire città e identità. Resta la polvere.

–

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