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La voce sopravvissuta di Marie Colvin

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Esce oggi, nelle sale dei cinema italiani, A Private War, biopic diretto da Matthew Heineman che racconta la storia della giornalista pluripremiata Marie Colvin, interpretata dalla candidata all’Oscar (per il film Gone Girl) Rosamund Pike. Ma chi è questa donna che il regista ha deciso di omaggiare nella sua pellicola?

Nata il 12 gennaio 1956 ad Astoria, nel Queens, Marie Catherine Colvin ben presto si trasferisce a Oyster Bay, nella contea di Nassau, dove riceve la sua educazione. Si diploma infatti all’Oyster Bay High School, nel 1974, e prosegue gli studi all’Università di Yale, scegliendo il percorso per diventare antropologa. Nel frattempo, il suo nome diventa popolare nel campus per le numerose battaglie che porta avanti da protagonista e per la sua collaborazione con lo Yale Daily News, che le fa comprendere, prima di terminare l’ultimo anno, che la sua strada è quella del giornalismo. Così, subito dopo essersi laureata nel 1978 in antropologia, la giovane comincia a collaborare come reporter per l’agenzia United Press International, per la quale lavora prima a Trenton, poi a New York, infine a Washington. Sempre per l’UPI nel 1984 diventa responsabile del bureau di Parigi.

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Nel 1985 Marie lascia la United Press International per trasferirsi al Sunday Times, con cui collabora fino alla fine dei suoi giorni. Per il giornale inglese Colvin è prima corrispondente in Medio Oriente e poi degli Affari Esteri. Numerosi sono i reportage che la giornalista pubblica sulle pagine del quotidiano, tutti risultati del suo spirito libero e avventuriero privo della paura di recarsi in zone devastate dalla guerra, dove per sopravvivere è necessario avere riflessi pronti e spirito freddo. Con i suoi articoli, vuole raccontare una storia diversa da quella narrata dalle grandi forze internazionali e dai potenti: ciò che intende fare è mostrare le vicende attraverso gli occhi di coloro che sono costretti al silenzio, che non hanno i mezzi per parlare, gli unici che, però, hanno il diritto di farlo.

Senza timore, Marie soggiorna in Cecenia, in Kosovo, nella Sierra Leone e a Timor Est. Proprio qui, nel 1999, salva la vita di 1500 civili, tra donne e bambini, barricati in un complesso assediato da alcune truppe indonesiane. Colvin rifiuta di abbandonarli e resta con loro per quattro giorni, fino alla liberazione, raccontando passo dopo passo cosa sta accadendo. Inoltre, è la prima a intervistare Mu’ammar Gheddafi quando cominciano i bombardamenti degli Stati Uniti in Libia. Come se non bastasse, nel 2002, è anche la prima giornalista, dal 1995, ad addentrarsi in territorio tamil. Entrata in Sri Lanka, ne documenta la crisi umanitaria e ottiene persino un colloquio con il comandante del movimento anti-regime. Tuttavia, sulla via del ritorno, assediata dall’esercito, non riesce a identificarsi come reporter americana e viene sparata a vista, riportando ferite all’occhio sinistro e ai polmoni. Arrivata a New York per essere operata, i medici non riescono a salvarle la vista. Da questo momento, una benda nera le copre l’occhio, diventando uno dei suoi segni più rappresentativi. L’episodio, purtroppo, ha ripercussioni sulla sua salute psicologica: Marie inizia ad avere incubi ricorrenti e a soffrire di disturbo post traumatico da stress. Eppure, non rinuncia alla ricerca della verità.

Nel 2002, infatti, è nella città assediata di Homs, in Siria, dove le atrocità sono all’ordine del giorno. la reporter vuole raccontare quanto vede, tutte le brutalità, la sofferenza e il dolore degli abitanti di quei luoghi. Tuttavia, il 22 febbraio, alle 6 del mattino, la casa in cui pernotta viene presa di mira da quanti vogliono silenziare chi denuncia gli orrori che tormentano la città. Il rifugio viene bombardato e la giornalista perde la vita. La voce rauca, da fumatrice, della piratessa americana viene fisicamente messa a tacere, ma se i suoi reportage non smettono di essere letti e la sua storia viene ancora raccontata, idealmente, il coraggio di Marie continua a vivere.

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