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Attualità

La cultura non conta, nemmeno quando è un lavoro

Il settore della cultura, purtroppo e con frequenza costante, sembra sempre quello più colpito di altri, quello che deve rimboccarsi le maniche per tentare di restare a galla mentre viene affondato. E oggi, che lo smart working ha sbancato ovunque, sta succedendo lo stesso. Ci sono lavori, però, che non possono essere svolti da casa: in particolare, parliamo di quello di ricercatori, studiosi e dottorandi.

Con l’ultimo decreto – che ha significato chiusura di teatri e cinemaè stato deciso che anche gli archivi e le biblioteche dovessero essere chiusi, bloccando, di conseguenza, chi lavora in questo ambito, senza concedergli valide alternative o creare possibilità di proseguire, con le giuste precauzioni e limitazioni, la propria professione. Una scelta che rischia di penalizzare la ricerca scientifica in ambito umanistico, già da mesi in seria difficoltà per le restrizioni dovute alla crisi sanitaria. Del resto, i contratti dei ricercatori prevedono un certo tempo a disposizione, tempo che “deve” essere produttivo, altrimenti questo andrà a inficiare la carriera lavorativa dello studioso in questione. Fa storcere il naso, quindi, leggere che le attività di ricerca dei laboratori scientifici – la cui cruciale importanza conosciamo tutti – siano concesse, mentre non sono state pensate delle formule di tutela anche per chi svolge una funzione diversa, creando un grosso gap: i ricercatori in ambito umanistico non vengono percepiti come lavoratori a tutti gli effetti, mentre chi lavora in ambito tecnico-scientifico sì.

La protesta da parte di questi professionisti della cultura è stata portata avanti grazie a una petizione che, nel giro di poco tempo, è stata firmata anche da nomi importanti quali Carlo Ginzburg, Alessandro Barbero, Salvatore Settis e molti altri. Lo scopo, ovviamente, non vuole essere polemico. C’è grande consapevolezza del periodo difficile che il paese e il mondo intero stanno attraversando, tuttavia archivi e biblioteche – che, del resto, non sono mai incredibilmente affollati – hanno sempre applicato protocolli precisi, efficaci, in modo tale da poter garantire sicurezza ai loro visitatori. È triste vedere che siano considerati come un mero centro commerciale piuttosto che come luoghi di lavoro. Insomma, le librerie restano aperte – menomale! – permettendo al pubblico di sfogliare un libro, ma non di prenderlo in prestito.

Per fortuna, sono tanti i casi di persone che non vogliono arrendersi, che non vogliono smettere di offrire servizi alla comunità. Molti consorzi universitari, ad esempio, sono riusciti a far equiparare biblioteche e musei universitari ai laboratori permettendo a tantissimi studenti, ricercatori e docenti di potervi accedere. Un passo in avanti che comunque va a precludere tutti coloro che non fanno parte dell’ateneo. Inoltre, i bibliotecari del Polesine, in Veneto, hanno scritto una lettera al Governo e ai giornali aprendo una questione estremamente interessante, quanto vera: perché chiudere le biblioteche quando sarebbe possibile creare un servizio di libri d’asporto? Le biblioteche sono servizi essenziali, e non soltanto per chi studia o fa ricerca, si tratta di un bene necessario che appartiene e arricchisce tutti. Del resto, il servizio di prestito da asporto è un concetto che è stato abbracciato da diverse realtà, tra cui quella di Ascoli, di Maranello e di Fucecchio. Anche la Regione Toscana non è stata da meno, anzi, ha raccomandato a tutte le biblioteche di attivare un servizio all’utenza che sia alternativo, proprio come il prestito take-away su prenotazione, ma anche il prestito a domicilio e il prestito decentrato in punti di interesse dell’intero territorio.

Il presidente dell’AIB, Associazione Italiana Biblioteche, Rosa Maiello ha lanciato un appello molto importante, concentrandosi su una questione semplice ma delicata: perché, se i libri sono ritenuti beni essenziali, le biblioteche vengono chiuse? «I libri sono beni essenziali, perché sono strumenti primari di apprendimento, di ricerca, di conoscenza, perché stimolano l’immaginazione e la capacità di elaborazione critica ed espressione del pensiero, perché moltiplicano le opportunità di trovare soluzioni ai problemi propri e degli altri, perché sono compagni di viaggio che aiutano a leggere il mondo oltre l’orizzonte dell’esperienza quotidiana individuale, a non sentirsi soli, ad affrontare la solitudine, le paure, le difficoltà che oggi più che mai affliggono le nostre esistenze e che rischiano di schiacciare i destini di coloro che sono fisicamente, socialmente o culturalmente più esposti.

I libri sono tanto essenziali che il recente DPCM del 4 novembre per il contrasto alla pandemia da COVID-19 prevede che le librerie restino aperte anche nelle “zone rosse”, esposte al più alto rischio di diffusione del contagio. Lo stesso DPCM ha però disposto – invero con un linguaggio non comprensibile alla generalità dei lettori – la sospensione dell’apertura al pubblico dei musei, delle mostre e degli altri istituti e luoghi della cultura, e quindi anche delle biblioteche, come definite dalla lettera b) del secondo comma dell’art. 101 del Codice dei beni culturali, relativo agli istituti e luoghi della cultura. Si tratta di tutte le biblioteche appartenenti allo Stato e a organismi pubblici e di quelle private aperte al pubblico, dove non si paga per leggere o per avere in prestito un libro, perché una grande conquista della democrazia è che tutti, ma proprio tutti, hanno diritto di accesso alla conoscenza, anche coloro privi di mezzi. Sapete, Signori Ministri, per quante persone e per quante famiglie comprare anche solo due libri all’anno costituisce un lusso? Sapete che i bonus e gli incentivi all’acquisto di libri, per quanto cospicui ed estesi, possono arrivare a coprire solo una minima parte dei differenti bisogni di lettura? Sapete che le biblioteche sono state inventate proprio per supplire a questi bisogni, oltre che per custodire la memoria registrata? Sapete che in tempi di crisi economica l’uso delle biblioteche e in particolare del prestito bibliotecario ha sempre registrato valori in aumento?».

Coma ha scritto Tomaso Montanari, storico dell’arte e docente universitario, le scuole (in ogni ordine e grado) e le università avrebbero dovuto essere l’ultimissima cosa a chiudere. Invece sono cadute subito. Mentre in Francia, in Germania, nel Regno Unito le scuole vengono sentite come l’ultima trincea della civiltà, da noi si chiudono perché nessuno ha saputo governare gli autobus. […] E poi i teatri, i cinema, i musei e le biblioteche, e gli archivi. Luoghi di lavoro anch’essi: luoghi dove si lavora, e dove si va al lavoro. La ricerca scientifica (di ogni disciplina) è stata chiusa subito, piegando come cartacce le vite di migliaia di ricercatori precari, non garantiti. Tutti luoghi che, con gran fatica e con tangibile successo, erano stati resi non pericolosi: almeno non più pericolosi dei parrucchieri e dei ferramenti che restano aperti anche nelle zone rosse.

Ancora una volta, non si arriva a comprendere, come l’ex Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray ha spesso dichiarato, che la cultura è una cura, la scuola è forza, è possibilità di creare radici salde nei cuori e nelle menti dei più giovani. La ricerca è il fulcro del sapere. L’arte, in ogni sua forma, è vita e, come scrive ancora Montanari, è tutto questo a renderci, più di ogni altra cosa, capaci di futuro.

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