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Michela Rostan (MDP): “Scampia esempio di speranza. Restare si può per dire no alla malavita”

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
4 Giugno 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Le periferie delle grandi città raccontano spesso storie di addii, di malinconici saluti dei giovani verso un futuro lontano dalla propria terra. A questi risponde chi resta, chi a quelle sue strade decide di dedicare il proprio impegno. È il caso dell’On. Michela Rostan, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, intercettata presso i campi sportivi dell’Arci Scampia, in occasione dell’evento Libera in Goal al quale ha dato il simbolico calcio d’inizio.

La fondatrice della prima associazione attiva anticamorra di Melito, Peppino Impastato, ha risposto alle nostre domande dopo il suo intervento alle squadre partecipanti e alle decine di associazioni provenienti da tutta Italia per sottolineare il riscatto dell’area nord napoletana e ricordare Antonio Landieri, vittima innocente di camorra, ucciso nel 2004. Tanti gli argomenti trattati, dalle periferie, suo principale impegno tra i banchi del governo, all’immigrazione, fino al passaggio dal Partito Democratico alla coalizione di Roberto Speranza, Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista.

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On. Rostan, partiamo dall’iniziativa di oggi, Libera in Goal. Lei è di Melito, conosce bene, quindi, realtà come Scampia e la periferia nord napoletana. Cosa vuol dire per il quartiere un evento come questo che raccoglie centinaia di ragazzi provenienti da tutta Italia in un campo di calcio una volta adibito anche come piazza di spaccio?

«Un evento come Libera in Goal testimonia come una grande forza sociale, una forza civica, riesca molto spesso a superare le inefficienze amministrative e, soprattutto, la lentezza burocratica e politica. Inoltre, risulta utile a far comprendere quanto sia importante l’impegno dell’associazionismo per la rigenerazione urbana delle periferie. Chi, come noi, che vive in questi quartieri – per la maggior parte aree dormitorio – sa bene che le problematiche sono tante e che c’è bisogno di un risveglio collettivo delle coscienze, ma solo mettendo insieme una forza sana, che è quella popolare, si riesce, probabilmente, a smuovere qualche tassello in settori vitali e chiave della nostra società. Detto questo, sento di poter affermare che Scampia sta diventando una best practice europea: non è più soltanto terra di Gomorra, ma di speranza. Manifestazioni come questa ci danno il senso di quanto sia importante per i nostri giovani l’idea di riappropriarsi della propria dignità e, soprattutto, che questa non può essergli strappata a causa della presenza della malavita.»

Le periferie sono al centro del Suo impegno di governo. Melito accolse la Sua candidatura molto positivamente, dandoLe estrema fiducia. In cosa consiste la Sua azione a favore delle aree a rischio, in particolar modo di Napoli e del Sud?

«Consiste, anzitutto, nel puntellare continuamente il governo affinché gli interventi, in modo particolare di carattere economico, che possono essere messi in campo vengano realmente esperiti. Credo sia altresì fondamentale, nella nostra azione parlamentare, fungere da pungolo anche per l’attività amministrativa. Molto spesso, un gap che pagano i nostri comuni è la lentezza burocratica – che io ho diverse volte definito pastoia burocratica – legata alle lungaggini che impediscono l’utilizzo di quelle progettualità sane che sono vive, sono esistenti, e che possono essere utilizzate ma trovano forti ostacoli, appunto, in una lentezza che non dev’essere più la nota caratteristica delle nostre amministrazioni.»

La Sua è un’accusa alla gestione del Sindaco de Magistris?

«Non mi sento di accusare nessuno. Credo, però, a fronte delle ultime vicende che hanno caratterizzato questi quartieri, e mi riferisco alla gestione del campo Rom e alle innumerevoli denunce che si sono susseguite nel corso degli anni presso la Procura di Napoli, che una maggiore attenzione ai disagi delle periferie sarebbe opportuna.»

Lei si è occupata, negli anni, di immigrazione e integrazione. Spesso le periferie delle grandi città raccontano storie di razzismo, di esasperazione della gente locale verso le comunità straniere. Cosa si fa, realmente, per favorire l’integrazione degli immigrati in Italia? Non glielo chiedo in quanto Parlamentare, vorrei sapere qual è il Suo sentimento, quali sono le Sue sensazioni in merito alla vicenda.

«Sulla questione immigrazione credo si faccia molta demagogia, lo stiamo vedendo anche in seguito agli ultimi episodi accaduti nel nostro Paese. Credo sia opportuno, alla luce di un’attenzione internazionale molto cambiata e della chiusura di diverse frontiere, regolamentare meglio il flusso migratorio. Sono convinta che gli immigrati possano essere una risorsa importante per l’Italia. Certo, deve cambiare il sistema dell’accoglienza, basato finalmente sull’integrazione sociale e non più su un business economico.»

Altro Suo grande impegno è a favore di ambiente e gestione dei rifiuti. Il napoletano è spesso stato scosso da fatti legati a discariche mal viste dalle popolazioni locali e/o  siti abusivi. Cosa è stato fatto e cosa ancora si deve fare per migliorare?

«Bisogna fare ancora tanto. La nostra è una terra che già nei primi anni 2000 è stata etichettata come Terra dei fuochi per l’innumerevole presenza di discariche abusive e l’insistenza della malavita organizzata che ha pensato di inquinare e danneggiare la salute di noi cittadini. Credo che nel corso di questa legislatura sia stato fatto qualcosa di importante: per la prima volta si è messo mano a una legge seria contro gli ecoreati. Ritengo, però, che sia indispensabile, a questo punto, proseguire un’attività iniziata qualche anno fa e puntellare la Regione e le amministrazioni locali affinché tutti i fondi messi a disposizione per le bonifiche vengano effettivamente utilizzati e, soprattutto, vengano utilizzati bene.»

Nel corso dei primi anni della legislatura in corso ha presentato diverse proposte a tutela della Terra dei fuochi. Siccome per politici, giornali e TV sembra che il problema sia estinto – e invece sappiamo entrambi bene che non è così –, cosa si sta facendo per combattere l’abusivismo e bonificare quei terreni di morte?

«Si sta cercando, anzitutto, di implementare il servizio di videosorveglianza che è uno dei principali strumenti che abbiamo a disposizione, congiuntamente alle amministrazioni, per sorvegliare in maniera minuziosa e speciale il territorio. Purtroppo è un fenomeno che non è stato ancora sconfitto, chi vive in queste zone respira ogni sera fumi e miasmi. È necessaria, a mio parere, una maggiore sinergia istituzionale: molto spesso ci si chiude nei recinti del proprio territorio tralasciando il fatto che questa è una questione che riguarda, appunto, le intere province, buona parte della Regione Campania e, soprattutto, la tutela del bene più prezioso che abbiamo, la salute.»

Lasciando il PD, lo scorso marzo, dichiarò: Le principali riforme erano quasi tutte sbagliate. Premesso che siamo d’accordo con Lei, di cosa crede avesse bisogno il Paese, invece?

«Ho lasciato il PD a malincuore, è il partito in cui ho militato per circa dieci anni. Ho creduto nella svolta renziana e, ahimè, ho dovuto ravvedermi. Penso che la fretta non sia stata una buona consigliera, un esempio su tutti è la Riforma della Scuola. Circa centomila assunzioni e un corpo docenti contrariato per una legge che doveva rappresentare, invece, una vera svolta per il sistema scolastico. Credo che le intenzioni fossero buone, ma si sono sbagliati i tempi e, troppo spesso, le modalità di applicazione.»

Aggiunse che il PD, nella sua centralità romana, umilia i militanti dei territori. Cosa intendeva?

«Il Partito Democratico è diventato un gruppo di “capi bastone”. Chi, come me, pensa che la politica debba essere prettamente un servizio al cittadino, anziché una mera resa dei conti interna, non riusciva a trovare nessun elemento di compatibilità con un sistema partitico nel quale aveva profondamente creduto nella sua ispirazione riformista e progressista che lo caratterizzava inizialmente, ma che, in alcune regioni, come in Campania, ha ceduto il posto a mere logiche di potere.»

Per concludere, torniamo alle nostre zone. Il vero dramma dei giorni moderni è l’emigrazione. Come si incentiva un ragazzo della periferia napoletana, barese, palermitana, a restare? Perché il Sud è spesso fuori dalle agende di governo?

«La questione meridionale è all’ordine del giorno da anni, tuttavia, incentivare e motivare un giovane a restare in queste terre non è compito semplice. Mi riallaccio a quanto dichiarato prima, dev’essere responsabilità di chiunque ricopra un ruolo istituzionale portare a conoscenza di questi le progettualità e le occasioni di lavoro che effettivamente possono implementare nel proprio territorio. Soprattutto, dev’esserci una grande sinergia associativa, ed eventi del genere sono la testimonianza di cosa può nascere, cosa può essere opportunità di sviluppo e inserimento in quella determinata zona. Del resto, anche i dati del sistema universitario italiano non sono rincuoranti sia per quanto riguarda l’abbandono, sia per le classifiche che vedono sempre relegati i nostri atenei alle ultime posizioni europee, eccezion fatta per qualche istituto non appartenente, però, al Mezzogiorno d’Italia. È complicato, ma abbiamo il dovere di provarci, dobbiamo farlo attraverso l’impegno che ognuno, nel proprio piccolo, può mettere a disposizione.  Mi rendo conto che, spesso, l’inserimento lavorativo è un processo lungo, ma la risposta non può trovarsi nel guadagno facile della malavita, soprattutto per l’epilogo che questa comporta. Un inserimento lento, anche meno vantaggioso dal punto di vista economico, è comunque sinonimo di possibilità, di futuro, oltre che un modo per non abbandonare la propria terra d’origine.»

Prec.

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