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Imitare i grandi: mancanza di rispetto o giusto tributo?

Farouk Perrone di Farouk Perrone
19 Novembre 2020
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Ogni volta che un grande artista ci lascia, che una voce soave smette di riecheggiare o che un pittore cessa di impressionarci, non possiamo che parlare di vuoto incolmabile, di qualcosa che non riavremo più, di qualcosa che non torna indietro. E, forse, di questo qualcosa nemmeno ci siamo accorti quando avremmo dovuto, lasciandolo sullo sfondo delle nostre vite senza goderne quando ce n’è stata l’occasione. E se, invece, lo abbiamo assaporato, spesso non abbiamo saputo farlo con la giusta dose di interesse o con la passione che meritava.

È quello che succede puntualmente quando ad abbandonare la nave è qualcuno che ha lasciato un’impronta notevole, magari in maniera più incisiva rispetto ad altri: parliamo dei cosiddetti geni, dei grandi, cioè di coloro che nel loro ambito hanno dato vita, creato fantasie, inventato storie, strofe, note musicali, tocchi magici. Ne abbiamo avuto prova due settimane fa, quando a lasciarci è stato il grande Gigi Proietti, che anche su queste pagine abbiamo voluto ricordare come il primo della classe, il più bravo, il più originale. Di lui si è detto e scritto tanto in questi giorni e, in effetti, anche per chi non lo seguiva in maniera costante, ha fatto uno strano effetto perdere una voce così imponente e divertente come la sua. In questi frangenti, certi che si tratti di fenomeni non replicabili, la domanda che viene da porsi è la seguente: davvero quel vuoto non può essere riempito in nessun modo? Cosa si può fare per mantenere vivi il ricordo o le gesta di questi personaggi sacri?

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L’assist per una simile riflessione ce lo ha fornito Flavio Insinna, uno dei tanti che ha voluto elogiare Proietti: a Propaganda Live, davanti a Diego Bianchi e ai suoi ospiti, l’attore romano ha descritto la genialità di Mandrake, sostenendo, in maniera del tutto provocatoria, che andrebbe emanata una legge per vietare che nei prossimi cento anni qualcuno reciti le sue barzellette perché inimitabile. Queste parole fanno eco a quelle pronunciate a X Factor, il talent show musicale di Sky, da Manuel Agnelli, nelle vesti di giudice, che ha criticato la scelta di una delle concorrenti che ha proposto Il mio canto libero di Lucio Battisti in chiave moderna. A suo dire, infatti, non c’è bisogno di fare cover di quel genere portandole da tutt’altra parte rispetto a quella che è la natura del pezzo. Per far conoscere questi pezzi, bisogna rispettarne la natura. Due casi diversi, ma non troppo: in uno si chiede di non raccontare le barzellette di uno dei più grandi teatranti italiani contemporanei perché nessuno ne sarebbe degno. Nell’altro, si dice che un capolavoro musicale non debba essere modificato se poi si finisce per snaturarlo.

Premesso che chi scrive non ha competenze nel settore, tutta la questione si riduce fondamentalmente attorno alla parola usata dal giudice del programma della rete di Murdoch: rispetto. Questo manca quando viene travisato un testo, quando se ne intende dare un significato strumentalizzato o quando viene denigrato chi lo ha scritto. Ma cosa ci sarebbe di irrispettoso nel riprendere un’opera eccellente? Non è, forse, l’imitazione stessa il mezzo migliore tramite il quale rendere omaggio ai grandi geni? D’altronde, un maestro si può considerare tale nel momento in cui fa sì che quello che insegna venga tramandato anche per mezzo di altre voci e in altre forme.

Per questo consideriamo poco artistica l’idea di limitare la ripresa dell’estro e della fantasia dei grandi personaggi, il cui repertorio e il cui valore spesso vanno oltre rispetto alla loro carriera o alla loro stessa vita. Ed è particolarmente sorprendente costatare che queste posizioni vengono espresse da artisti – quali sono Insinna e Agnelli – che hanno ben chiaro il significato stesso della narrazione: essa, infatti, altro non è che il racconto e la diffusione di gesta. Sarebbe come impedire a un competente scrittore affezionato a Leopardi di scrivere della solitudine o a un’affermata ballerina di eseguire un passo di Carla Fracci. O, se vogliamo, vietare a un bambino tifoso della Roma di provare a fare er cucchiaio di Totti: roba da matti.

L’imitazione, a meno che non sia fine a se stessa, serve proprio a ricordare e anche a far conoscere il talento autentico che c’è dietro al prodotto emulato: cantare davanti a migliaia di persone un singolo di Battisti o recitare in una piazza uno sketch di Proietti vuol dire presentare a qualcuno questi nomi, consentire che possano essere scoperti da chi non li ha vissuti e diffondere l’ingegno che si sottende alla base dei loro successi. In fondo, è la stessa cosa che succede quando si decide di ritirare la maglia di un calciatore glorioso: si pensi alla 10 di Baggio o alla 10 di Maradona con il Napoli, geni, che con i piedi e con il pallone, hanno espresso comunque una forma di arte. Anche in quel caso, concedere la maglia a chi ha dato prova di meritarsela significa responsabilizzare, sì, ma soprattutto rendere perpetuo e imitabile un simbolo, quindi un sogno. Anche solo per rivivere alcune storie, anche solo per trasformare quei vuoti in presenze eteree.

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