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Il turismo di massa che trasforma le città e le rende invivibili

In qualsiasi posto siate stati durante questi mesi estivi, anche nella vostra città, avrete sicuramente notato moltissimi turisti, stranieri e non, che si aggiravano sulle spiagge, nelle strade, in visita ai monumenti. L’Italia è sempre stata una meta turistica molto ambita, eppure qualcosa è cambiato negli ultimi anni, a cominciare dal tipo di turismo di cui è oggetto.

Al di là delle ingenti presenze, ciò che le località più gettonate propongono ai turisti si assomiglia sempre di più, rincorrendo standard internazionali spesso propinatici dai social e di cui tutti finiamo vittime, senza tenere conto della vera essenza dei luoghi. In questi casi si parla di turismo “performativo”: si rincorrono esperienze standardizzate, da postare sui propri profili, senza consapevolezza e con superficialità, magari senza neppure approfondire qualcosa del luogo in cui ci si trova. Quest’anno, il boom delle presenze in Italia, in località come la Costiera Amalfitana o il lago di Como, è stato registrato da visitatori americani, che in molti casi hanno messo in atto proprio un turismo simile, finalizzato a condividere lo stereotipo irreale dell’Italia.

I problemi legati all’overtourism e in generale al turismo di massa sono ovviamente esasperati nei mesi estivi, e in particolare ad agosto, soprattutto se consideriamo che molti lavoratori sono vincolati rispetto al proprio periodo di ferie, con ciò che ne consegue anche in termini di costi, che in queste settimane diventano altissimi. Così, se il turismo è una grande risorsa, allo stesso tempo la sua mala o mancata gestione comporta gravi conseguenze per i residenti delle mete scelte.

Per overtourism si intendono, infatti, proprio gli effetti negativi che il turismo incontrollato può avere sulla gestione dei luoghi in termini di vivibilità, costo della vita, accesso ai servizi, tutela della biodiversità e perdita dell’identità locale. Tutti i ristoranti propongono gli stessi pasti, le bancarelle e i negozi i medesimi souvenir, i servizi si appiattiscono e i prezzi aumentano a dismisura.

Se pensiamo alla privatizzazione delle spiagge o alla gestione delle concessioni balneari ci rendiamo conto che gli effetti più dannosi riguardano proprio l’impossibilità di vivere quei luoghi da parte di chi ci abita, in particolare per quanto riguarda la fruizione dei servizi pubblici come i trasporti o la gestione dei rifiuti, che non vengono migliorati né implementati.

La causa principale è da ricercare nel perseguimento del profitto a tutti i costi, massimizzando i guadagni e le presenze, senza considerare quali sono le conseguenze per la collettività, nel disinteresse totale delle istituzioni.

Tra le città italiane maggiormente impattate da tale fenomeno, in base alle statistiche ci sono Venezia e Firenze, ma anche città come Napoli, che ha raggiunto nell’ultimo anno più di dieci milioni di visitatori – complice la vittoria dello scudetto da parte della squadra di calcio partenopea, che ha sommerso di blu le strade cittadine – portando allo sfinimento i residenti alle prese con le ataviche carenze.

Napoli mette in evidenza anche un enorme problema molto diffuso nell’ultimo tempo nelle grandi città: la difficoltà, se non impossibilità, soprattutto per gli studenti, di trovare un alloggio a prezzi accessibili, perché questi vengono affittati ai turisti tramite piattaforme come Airbnb per brevi periodi e un guadagno di gran lunga maggiore per i proprietari. È chiaro che questo rende le città sempre meno vivibili, soprattutto se simili fenomeni non vengono arginati con serie politiche di gestione urbanistica e del territorio, che partano innanzitutto dal rispetto di quest’ultimo, che non sia percepito solo come risorsa da spremere fino all’ultima goccia.

A riprova dell’allarme per i residenti delle città, basti pensare che di recente a Venezia è stato installato in una libreria del centro storico un contatore elettronico dei posti letto messi a disposizione dei turisti, quasi cinquantamila, numero pressoché pari a quello dei residenti, le cui presenze vengono conteggiate grazie al cosiddetto contaveneziani, installato nel 2008 proprio con l’intento di mostrare lo spopolamento del centro storico da parte degli abitanti. L’iniziativa è dell’Osservatorio CIvicO sulla casa e la residenza (OCIO): l’emergenza è chiara se si pensa che in quindici anni i turisti sono quadruplicati e gli abitanti diminuiti di più di diecimila unità.

In alcune città la soluzione ipotizzata è quella del numero chiuso: al momento è stata vagliata in Alto Adige, che ha stabilito un limite di 34 milioni di pernottamenti annui per il totale di tutte le città della regione. Il limite proposto corrisponde al numero di presenze raggiunte nel 2019, prima della pandemia e da esso consegue chiaramente che non si potranno prevedere nuove strutture, se non autorizzate dal Comune, che potrebbe non avere ulteriori posti a disposizione. Pertanto, potrebbe essere necessario attendere l’eventuale dismissione di vecchie strutture per dare spazio a nuove.

Se da molti la misura è stata criticata perché rappresenta un limite alla libertà imprenditoriale, non si può negare che essa punta a valorizzare la sostenibilità dei luoghi e la loro vivibilità. C’è da dire, però, che sembrano necessarie anche politiche strutturali e più complesse sul tema per evitare tra gli altri il rischio che i costi si innalzino e che il turismo diventi un lusso per pochi, ossia per soli ricchi, o che vengano introdotti meccanismi complicati di prenotazione e di corsa ad accaparrarsi un posto.

Il caso dell’Alto Adige è stato molto attenzionato da altre città italiane che vivono lo stesso fenomeno del turismo di massa e i cui sindaci in più occasioni hanno richiesto al governo di introdurre misure al riguardo, in particolare per la limitazione delle presenze e soprattutto degli alloggi extra-alberghieri. Solo Venezia ha ottenuto discrezionalità sul tema con il Decreto Aiuti dello scorso anno, ma non l’ha ancora utilizzata per gestire il flusso di turisti.

Intanto, l’organizzazione Alta Tensione Abitativa (ATA) ha presentato una proposta di legge che prevede per i Comuni la possibilità di limitare il numero degli immobili dati in affitto breve con la facoltà di individuare zone dove applicare questa limitazione. La compagine politica non si è espressa in alcun modo al riguardo, anche se è chiaro che la libertà imprenditoriale e i profitti sono tra i suoi maggiori, se non esclusivi interessi.

Un cambiamento reale per la vivibilità delle nostre città solo partendo dagli interessi della collettività, anteponendo il bene di questa a quello legato a denaro e interessi economici, che sia sostenibile e per tutti e tutte.

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