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Il Texas mette una taglia sull’aborto

Marina Finaldi di Marina Finaldi
6 Settembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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I tentativi dei gruppi antiabortisti di rovesciare la storica sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 rese legale l’aborto negli Stati Uniti, segnano un punto di medievale svolta con il Senate Bill 8, noto al pubblico come Texas Heartbeat Act.

Già durante l’intero corso dell’amministrazione Trump, nello zoccolo repubblicano d’America si erano succeduti disegni di legge contro l’aborto di varia severità e abbacinante arretratezza, spesso scritti a quattro mani con gli esperti legali delle associazioni pro-life statunitensi. Lo scopo originario dei cosiddetti Heartbeat Bills – dove heartbeat (battito del cuore) sta a indicare i primi segnali di battito fetale, intorno alle sei settimane – era proprio quello di portare la discussione sull’aborto fuori dai confini dei singoli Stati e di spingere la Corte Suprema (possibilmente vicina alle posizioni antiabortiste) a pronunciarsi nuovamente in materia, mettendo in discussione il diritto delle donne all’accesso all’aborto in tutti gli Stati Uniti.

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La nuova legge promulgata in Texas è diversa perché, per la prima volta, entra in vigore senza l’intralcio del tribunale. La bozza del ddl era stata preparata dall’influente associazione antiabortista Texas Right to Life, sfruttando un cavillo che la rende ancora più pericolosa. Come moltissimi altri Heartbeat Bills, anche il Texas Heartbeat Act proibisce l’aborto a partire dalle sei settimane e non prevede eccezioni neppure nei casi di gravidanza risultante da stupro o incesto. A essere perseguibili per legge, questa volta, non sono le donne che provano ad abortire, bensì chiunque le aiuti: anche solamente chi le accompagnasse in macchina presso una struttura ospedaliera dove si pratica l’interruzione di gravidanza. Il colpo da maestro del disegno di legge antiabortista risiede, però, ancora altrove.

Non sono più gli organi dello Stato a denunciare chi pratica, si sottopone, agevola l’aborto, ma i privati. Il Senate Bill 8 investe i cittadini del potere di denunciare chi sostiene la donna che vuole abortire, ottenendo un risarcimento minimo di diecimila dollari, come se l’aborto costituisse un’offesa a una persona terza, neppure coinvolta nei fatti. Non c’è bisogno, infatti, che a sporgere querela sia un familiare o un partner. E per presentare la denuncia basta il sospetto del cittadino che una donna si sottoponga a interruzione di gravidanza (il comma 3 della Sezione 171.208 del testo della legge recita, infatti, che può essere denunciato chiunque abbia l’intenzione di assistere la malcapitata). Di fatto, affermano gli attivisti pro-choice in queste ore, il Texas Heartbeat Act mette una taglia, con tanto di ricompensa vertiginosa, su tutti coloro che vengono coinvolti nel procedimento dell’interruzione volontaria di gravidanza, dai fornitori di assicurazione sanitaria ai medici, agli infermieri, agli autisti Uber. Tutti, meno che la donna sottoposta alla pratica.

Di quest’ultimo punto vanno particolarmente fieri i legislatori, poiché l’impossibilità di denunciare direttamente chi abortisce sarebbe prova manifesta contro l’accusa mossa ai pro-life di osteggiare i diritti delle donne. Si può, in effetti, facilmente constatare nelle dichiarazioni degli appartenenti al movimento antiabortista una certa tendenza a esaltare e innalzare la figura femminile nella sua quintessenza materna, pertanto il discorso antiabortista sembra avere a cuore, almeno in superficie, almeno un determinato tipo di femminilità. Peccato che l’atmosfera da film di spionaggio di quart’ordine che fa pregustare la legge non renda neppure lontanamente le donne e il diritto che esercitano sui loro corpi più sicuri, né le salvaguardi in alcun modo dagli abusi. Al contrario: le isola nella paura di non poter manifestare una propria esigenza agli amici, alla famiglia, al proprio medico; le emargina nell’ambito di un percorso decisionale per molte traumatico e doloroso; le colpevolizza ponendo su di loro l’intero peso della gravidanza indesiderata; le espone al pubblico giudizio; legittima chiunque altro a violare l’intimità della loro vita privata. Ancora di più, subdolamente, instilla il pensiero che il corpo femminile che non si adegua alla norma costituisca un oltraggio punibile. Che tutti (letteralmente chiunque) abbiano più diritto di una donna di stabilire come, quando e perché debba o non debba avere figli.

La legge invita a presentare la denuncia in forma anonima. La Texas Right for Life ha addirittura allestito un sito web per raccogliere soffiate incognite, dove è possibile denunciare i rei attraverso una breve descrizione e l’allegato di prove multimediali dell’illecito. Su Reddit, patria di tante cose tra cui il maschilismo più becero, è comparso nelle ultime ore un thread di discussione nel quale un discreto numero di utenti si interrogava sulla possibilità di ingravidare contro la loro volontà le donne conosciute a incontri occasionali per poi denunciarle e riscuotere la ricompensa in denaro dallo Stato del Texas. Il thread è stato prontamente chiuso dai moderatori della piattaforma, ma il fatto che sia esistito la dice lunga su chi veda, ancora una volta, in pericolo i propri diritti.

La rete è, però, anche il campo di battaglia prediletto per il contrattacco: da quando il sito per le denunce anonime è comparso online, orde di TikToker e dei loro follower hanno rivolto veri e propri attacchi di guerriglia virtuale a Texas Right for Life, bombardando, con l’intento di farli crashare, i server con migliaia e migliaia di segnalazioni fasulle corredate dalle immagini del celebre orco Shrek immortalato in diverse situazioni pornografiche, del cui utilizzo va apprezzato il doppio senso carnevalesco, poiché questa potrebbe essere chiamata un’operazione di trolling: da troll, afferente all’area semantica dell’orco, come Shrek.

Su Twitter, qualcuno accennava con amara ironia a quanto tutto ciò stia assumendo i connotati della distopia. Non si può far altro che abbracciare questa tesi, se si pensa a cosa implichi il fatto che l’anonimato di chi denuncia una donna che vuole abortire pesi giuridicamente di più del diritto di quella donna a esercitare una libera scelta per se stessa e il suo futuro. Se si pensa che tutto questo stia accadendo proprio ora in una delle roccaforti della nostra blasonata civiltà, con la quale tanto ci riempiamo la bocca al momento di muovere guerra in Paesi dalle usanze diverse.

Se si pensa a quanto immediate balzino agli occhi, al contrasto, le immagini delle piazze no vax del nostro Occidente viziato, colme di individui che gridano alla dittatura sanitaria prendendo in prestito senza vergogna gli slogan della lotta per il diritto all’aborto (My body, my choice). Un diritto costantemente minato, revocato, osteggiato quando non direttamente bypassato dall’assenza di medici non obiettori.

Prec.

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