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Cultura

Il sapere rubato agli indigeni: una questione irrisolta

Che immagine associate alle parole sapere o conoscenza? Probabilmente grossi libroni impolverati. Biblioteche. Università. Oxford, Harvard. Un professore canuto e distinto seduto sulla sua poltrona di pelle con gli occhiali e la giacca in tweed. A pochi, ma veramente pochi, verrà in mente un aborigeno piumato. O un Inuit. O un capo Navajo. Non ci vengono in mente quando parliamo di scoperte mediche, di musica, di arte. Rispettivamente, le immagini automatiche saranno case farmaceutiche, pop star, musei prestigiosi. Gli indigeni, nella nostra mente, sono al più pacifici, mistici e spirituali guardiani della natura, semplici e non corrotti dal mondo moderno. Popolazioni rimaste allo stadio paleolitico, lontane da ogni istanza di progresso. Docili selvaggi da proteggere, facilmente ingannabili con un paio di perline scintillanti.

Il rapporto dell’Occidente nei confronti delle popolazioni indigene è quello di un padre accondiscendente che cerca di preservare un figlio un po’ scemo. Almeno ora che abbiamo smesso di depredarle. Quello che sfugge è che non sono state “solo” terre o foreste a essere rubate agli indigeni, ma una quantità di sapere immenso. Sapere che è stato fondamentale per il progresso artistico e scientifico occidentale. Partiamo dalle case farmaceutiche. Nel mito del buon selvaggio protettore delle foreste qualcosa di vero c’è: le comunità indigene hanno quasi sempre una conoscenza accuratissima della biodiversità delle terre dove vivono. I Kayapó, comunità indigena della foresta Amazzonica, sono ad esempio in grado di creare e manipolare micro-ambienti dentro e tra varie eco-zone per aumentare la diversità biologica. Questo tipo di ingegneria ecologica richiede una vasta conoscenza delle specie autoctone, delle loro proprietà e bisogni, delle fertilità dei terreni, delle proprietà microclimatiche e delle relazioni tra ecosistemi.

Si tratta di una conoscenza profonda, legata sia al passato che al futuro delle foreste e di chi ci vive. I Kayapó riconoscono le 56 diverse specie di api presenti nella foresta Amazzonica dal loro suono e dal loro aspetto. Sono in grado di attirare gli animali desiderati solo seminando certi tipi di piante. L’agricoltura non è solo un fatto pragmatico, ma un’arte. Ben diecimila anni prima che si utilizzassero parole come biodiversità o sostenibilità, gli aborigeni scambiavano i semi, dividevano i tuberi e propagavano talee di piante selvatiche. La “spiritualità” complessa di queste comunità non è altro che la ricerca e il mantenimento di un equilibrio nel mondo e nella natura. Una conoscenza così accurata delle piante e delle loro proprietà curative non è comune ed è stata adocchiata dalle più importanti industrie farmaceutiche. A tal proposito, viene utilizzato il termine biopirateria: la pratica di rubare e sfruttare la conoscenza biologica delle popolazioni indigene e utilizzarla per profitto, senza nessuna autorizzazione o compensazione per queste comunità.

L’albero del Neem, la Curcuma, l’Hoodia Gordonii: tutti famosi casi di biopirateria che fecero scalpore a livello internazionale, accendendo i fari su un fenomeno complesso: quello della proprietà intellettuale delle conoscenze delle popolazioni indigene. Non è un fenomeno limitato solo alle conoscenze mediche o biologiche, ma anche alla letteratura, alla lingua, ai miti, all’architettura, al design, alle arti visive o performative, a qualsiasi espressione tradizionale o culturale: le cosiddette TK (traditional knowledge: qui per un’analisi accurata). Questo concetto venne usato per la prima volta nel rapporto Brundtland del 1987. Furono proprio gli anni Ottanta il momento di presa di consapevolezza della comunità internazionale sul continuo furto da parte del mondo dell’arte e dei media del folklore indigeno.

Questo non a caso: le stesse comunità indigene erano stanche. E fecero sentire la loro voce.  Nel 1980, i capi spirituali dei Northern Cheyenne, Navajo, degli Hopi, Muskogee, Chippewa-Cree, Haudenosaunee e Lakota Nations si incontrarono nella riserva dei Northern Cheyenne per il Cerchio Tradizionale degli Anziani. Proprio negli anni in cui gli “indiani” erano tornati di moda e venivano spiaccicati su tazze, tazzine, accendini, bigiotteria cheap, souvenir di plastica da vendere agli autogrill, in cui divinità sacre agli Hopi o ai Navajo venivano stampate sulle bottiglie di whiskey e i copricapi tradizionali messi in commercio come giocattoli o vestiti da carnevale, i nativi americani dissero basta. Furono seguiti dai Lakota in Canada, con la Dichiarazione di Guerra Contro gli Sfruttatori della Spiritualità Lakota, e dai Kari-Oca in Brasile con un documento firmato da popolazioni indigene dell’Asia, Africa, Australia, America, Europa e del Pacifico. Il tutto culminò con la storica Dichiarazione di Mataatua.

Si tratta di una dichiarazione del 1933 sui diritti di proprietà culturale e intellettuale dei popoli indigeni, frutto della Conferenza promossa da nove tribù maori di Mataatua, in Nuova Zelanda, che riunì oltre 150 delegati indigeni provenienti dal Giappone, dalle Americhe, dall’India e dal Pacifico. Il merito più grande di questo documento è l’aver proposto un regime di protezione diverso da quello della proprietà intellettuale occidentale, che mal si adatta alle culture indigene. I regimi occidentali, infatti, riconoscono proprietà individuali, ma non collettive; necessitano di un atto specifico di “invenzione”; riconoscono solo i valori economici; stimolano la commercializzazione; sono manipolabili e difficili da monitorare. A Mataatua si elaborò un sistema di proprietà collettiva, multigenerazionale, legata sia alle opere storiche che contemporanee, elastica e olistica. Nella tradizione indigena non è possibile separare cultura da agricoltura, sacralità da artigianato, mitologia e arte: è tutta la stessa cosa. Le divisioni occidentali tra “invenzioni industriali” e “patrimonio culturale” non hanno alcun senso.

È proprio l’olismo a essere la chiave di lettura del sapere indigeno: non è possibile scinderlo in tanti piccoli settori o separarlo dal paesaggio, dalle terre ancestrali, dall’arte o dai rituali degli sciamani. È necessario uno sforzo dell’Occidente per un approccio omnicomprensivo. Sforzo che non è ancora andato in porto. I primi tentativi sono stati fatti nella Conferenza di Rio del 1992, dove è stato riconosciuto il ruolo vitale delle comunità indigene nella gestione dell’ambiente e delle specie in pericolo, anche tramite la Convenzione sulla Diversità Biologica. In seguito, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni ha riconosciuto il diritto di questi ultimi di proteggere e controllare le TK. Importante è stato in tal senso il lavoro della WIPO e dell’UNESCO. Ma neanche questi due organi sono riusciti a creare ciò di cui le popolazioni indigene avrebbero bisogno: un atto internazionale vincolante. Tutti gli accordi, i modelli, le raccomandazioni sono purtroppo strumenti di soft law: atti d’indirizzo, ma senza sanzioni o imposizioni.

Nel frattempo, il 90% del patrimonio culturale africano si trova nei musei europei. I suoni, gli stili e i dipinti degli aborigeni vengono copiati e riprodotti dagli artisti australiani in un giro da miliardi di dollari. I miti e le tradizioni orali celtiche o sudamericane vengono usate come plot-twist in serie TV sul sovrannaturale e horror scadenti. I nativi sono ancora utilizzati come mascotte dei team di football americani. La cultura pop continua a prendere, dissezionare, rincollare i simboli più profondi delle culture indigene senza comprenderli, ridicolizzandoli e svuotandoli di ogni potere. Simboli che evocano un sapere e uno stile di vita diverso, complesso, basato su concetti del mondo, del tempo e dello spazio totalmente alieni a noi. Simboli e icone che da sempre sono vitali per la comprensione delle tradizioni culturali e del sapere, simboli che rappresentano un’identità, simboli che potrebbero aprirci a un nuovo universo di conoscenza se solo fossero trattati con rispetto, lo stesso rispetto che abbiamo per le biblioteche e per i muri di pietra delle cattedrali.

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