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“Il potere del cane”: 12 nomination Oscar per un film da non perdere

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
24 Febbraio 2022
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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Regia di Jane Campion, nota per film come Lezioni di piano (1993) e Ritratto di signora (1996), Il potere del cane è una pellicola che, nel panorama cinematografico del 2021, si è distinta immediatamente. Vincitrice ai Golden Globe 2022 per miglior film drammatico, miglior regista e miglior attore non protagonista a Kodi Smit-McPhee, ha convinto anche gli Academy Awards 2022, almeno nelle candidature.

Il potere del cane ha infatti ricevuto la bellezza di ben dodici nomination Oscar – è quello che ne ha ottenute di più quest’anno – e cioè miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura non originale, miglior attore protagonista a Benedict Cumberbatch, miglior attore non protagonista a Kodi Smit-McPhee, miglior attore non protagonista a Jesse Plemons, migliore attrice non protagonista a Kirsten Dunst, migliore scenografia a Grant Major, migliore fotografia ad Ari Wegner, miglior montaggio a Peter Sciberras, miglior sonoro e migliore colonna sonora a Jonny Greenwood. Candidature tutte assolutamente meritate perché Il potere del cane è un crogiolo di maestria ed estetica, dalla scrittura impeccabile e un cast d’eccezione. Ah, ed è disponibile su Netflix, per cui non potete davvero perderlo, specialmente in vista degli Oscar che si terranno nella notte tra il 28 e il 29 marzo.

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La Campion detiene già primati piuttosto importanti, come la Palma d’Oro al Festival di Cannes e, in seguito, l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale per Lezioni di piano. Una regista d’élite, non di quantità ma di qualità, che, dopo circa dodici anni dall’ultimo lungometraggio, è ripiombata con preponderanza, proponendo un adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Thomas Savage del 1967. Ci aveva lasciato di stucco già nel trailer, che mostrava le calde e desolate terre del Montana, un ranch e due cowboy. Un western quindi? Non proprio, più che altro di ambientazione simil-western, con tinte tra drammatico e addirittura thriller. Il genio della Campion ha portato sullo schermo le vicende iniziali di due fratelli, Phil e George Burbank, proprietari di un ranch, i quali vedranno le loro vite, in particolare quella di Phil, totalmente stravolte a seguito del matrimonio tra George e Rose, umile vedova con un figlio adolescente, Peter.

Prima carta vincente del film è la caratterizzazione dei personaggi. Abbiamo i due fratelli e immediatamente salta all’occhio quanto appaiano diversi tra loro: se George si mostra garbato, composto, quasi un gentleman, Phil non cela il suo essere arrogante, rozzo, a tratti minaccioso. Innervosito dall’arrivo al ranch di Rose, che lui ritiene essere lì solo per tornaconto economico, prende a tormentarla psicologicamente, umiliando anche il giovane Peter a causa dei suoi modi gentili e un po’ effeminati. Due nuclei familiari opposti tra loro che di punto in bianco si uniscono, dando vita a qualcosa di enormemente disfunzionale e rischioso, dove un sentimento di tensione incombe per l’intera durata della pellicola.

Inutile dire che a spiccare tra i quattro personaggi principali – ricordiamolo, tutti candidati all’Oscar – è Phil, interpretato da un Benedict Cumberbatch in straordinaria forma e in un ruolo anche abbastanza anticonvenzionale. Dallo sguardo magnetico e dalla presenza imponente, il suo Phil è un uomo tormentato, oscuro, solo, intrappolato nel ruolo sociale di rude maschio alpha che gli conferisce una profonda umanità. L’unico che sembra averne scalfito in qualche modo la corazza è stato il suo mentore ormai deceduto, Bronco Henry, figura assente eppure menzionata costantemente, tanto che il suo ricordo sovrasta, divenendo quasi tangibile.

Jesse Plemons presta il suo volto pulito al buon George, contrapponendolo al fratello ma suggerendo, neppure troppo sottobanco, l’enorme senso di solitudine che li accomuna e li divide. Un’altra impeccabile interpretazione di Plemons, candidato all’Oscar assieme a Kodi Smit-McPhee. Insomma, Il potere del cane compete perfino contro se stesso.

Il rapporto però più affascinante, a tratti ambiguo, è quello tra Phil e Peter. Un giovane sensibile e glaciale a cui la vita ha riservato non poche sofferenze e che Phil, dopo un iniziale scontro, sembra quasi voler istruire e portare sotto la sua ala protettiva. Proprio come Bronco Henry aveva fatto con lui. E forse sarà davvero Kodi Smit-McPhee, venticinquenne australiano dagli occhi alieni in stile Anya Taylor-Joy, a beccarsi la statuetta per miglior attore non protagonista, in un ruolo sfaccettato e accattivante.

Un ottimo lavoro anche per Kirsten Dunst, nei panni della fragile Rose. Vittima prediletta di Phil, sembra quasi sentirsi un pesce fuor d’acqua lì, in quel ranch, lasciandosi via via soggiogare dai soprusi del cognato, dal senso di inadeguatezza e di solitudine. In fondo, è di questo che parla davvero il film: indaga le relazioni e i sentimenti umani, l’accettazione di sé, la solitudine, i dolori e le angosce che accomunano ognuno di noi. Il potere del cane è un film umano.

La regia non lascia spazio al dubbio: la Campion ha curato ogni minimo dettaglio con la minuzia del bisturi di un chirurgo, con perfette inquadrature che variano dai volti in primo piano dei personaggi alle simmetrie degli interni, ai campi larghissimi di quelle lande smisurate, da togliere il fiato. Il tutto accompagnato da un commento musicale in perfetta sintonia con la bellezza estetica. Niente è lasciato al caso e, sebbene il ritmo, talvolta, possa risultare piuttosto lento, è in grado di generare situazioni talmente angoscianti e tese da tenere lo spettatore del tutto incollato allo schermo.

Non sarebbe, perciò, una sorpresa se il film portasse a casa parecchie statuette e, soprattutto, se la Campion ottenesse quella per la miglior regia. Qualcuno storce già il naso parlando dell’ennesima trovata politicamente corretta, anche perché sarebbe, in tal caso, il secondo anno consecutivo dopo Chloé Zhao con Nomadland. Ma agire per una maggiore inclusione femminile, al di là del politicamente corretto che ha senz’altro il suo rilievo, dà la possibilità a molte registe, più o meno note, di mostrarsi ed essere valorizzate. E se anche alla fine la statuetta dovesse vincerla la Campion, la reazione sarebbe una e una soltanto: ha vinto perché è una regista da paura e Il potere del cane è semplicemente un filmone.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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