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I triangoli dell’indifferenza

Angelo Potenza di Angelo Potenza
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Due triangoli gialli, sovrapposti in modo da formare la stella di David, servivano per identificare gli ebrei. Il triangolo rosso era per i dissidenti politici, quello rosso con la lettera S, invece, per i repubblicani spagnoli. C’erano, poi, il triangolo verde per i criminali comuni, quello viola per i Testimoni di Geova, il blu per gli immigrati e gli apolidi, il marrone per gli zingari, il nero per gli “asociali” e le lesbiche, e infine il rosa per gli omosessuali.

Dietro questi tanti triangoli dai colori più disparati si nascondeva una varietà umana così vasta da escludere praticamente solo i nazisti, gli ariani. Questa elencazione ci fornisce, però, la precisa misura di come le persecuzioni ordite dal nazifascismo abbiano coinvolto, in maniera diffusa, larghissima parte delle donne e degli uomini del tempo. Il tutto è stato possibile anche – e soprattutto – grazie all’indifferenza della cosiddetta “parte sana”, prima che anche quest’ultima, in qualche modo, venisse coinvolta. In tal senso, viene subito alla mente una poesia attribuita a Bertolt Brecht, rielaborata a partire dai versi del pastore Niemöller, che è utile riportare qui integralmente:

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“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. 

Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. 

Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. 

Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. 

Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”

Questi versi ci restituiscono esattamente il senso di come il nostro restare impassibili dinanzi alla violazione dei diritti altrui e ai soprusi perpetrati ai danni dell’altro prima o poi si ripercuota inevitabilmente su noi stessi. Se, infatti, non difendiamo i diritti degli altri, anche quando non ci riguardano direttamente, nel momento in cui verrà lesa la nostra dignità, non ci sarà nessuno a battersi per noi.

“Odio gli indifferenti”, diceva Gramsci, “odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Ed è questa la questione centrale: l’indifferenza. Essa, difatti, produce degli esseri depensanti e può divenire talvolta anche criminale nel suo prestarsi a essere complice silente delle peggiori nefandezze. Togliere dai nostri occhi i veli ottundenti dell’omertà, dell’ipocrisia e del distacco emotivo è l’unico modo per contribuire a uno schiarimento dei pensieri da parte della ragione per evitare il peggio, per essere partigiani e scegliere di stare dalla parte del giusto.

Dobbiamo, quindi, essere vigili. Questo è l’insegnamento primo che ci deve arrivare dalla Storia del secolo scorso. Dobbiamo tenere alta la guardia, perché – come sostenuto da Primo Levi – la peste è spenta ma l’infezione serpeggia. 

È necessario, inoltre, prestare molta attenzione, dal momento che il seme del male non sempre è facilmente riconoscibile. Siamo abituati a pensare alla malvagità come a qualcosa di oscuro e di losco, anche nelle sue fattezze, quando, invece, il male – e questo ce lo insegna Hannah Arendt – è banale.

Oggi esso dilaga sui social network, dietro agli schermi che coprono la vigliaccheria. Si insinua in quelle “brave” persone che hanno esultato per il suicidio di un giovane profugo a Venezia. Si annida in uomini e donne persino di un certo profilo sociale, come quella professoressa di liceo che, sulla sua bacheca di Facebook, incitava allo sterminio dei migranti, anche qualora questi fossero stati minorenni. Circola proprio nelle vene di gente del tutto insospettabile che vive accanto a noi.

La famosa “casalinga di Voghera” oggi si trova dietro al suo pc e – tra la foto di un gattino e quella di un cagnolino – non si risparmia di pubblicare esternazioni, anche brutalmente razziste, suggeritele subdolamente nella testa da quelle strane macchine “sforna-bufale”, quali sono certi blog dell’area fascistoide. Ed ecco l’altro problema estremamente grave dei giorni nostri, il quale richiama – volendo ricordare, tra gli altri, George Orwell o anche Umberto Eco – quel complottismo e quella disinformazione capaci di provocare l’annientamento delle democrazie con delle verità alternative e distorte, facendo leva sulle frustrazioni della gente in un periodo di crisi economica.

Purtroppo, la rete internet – che potrebbe essere ed è, se correttamente usata, un enorme potenziale in termini di sviluppo delle conoscenze – sta offrendo il fianco a tutti i rinascenti nazional-populismi, i quali, per crescere, hanno bisogno di cavalcare e fomentare le ondate di sdegno generate dalle diseguaglianze e prodotte dagli interessi di parte delle classi liberal-borghesi. La scarsa attenzione o, in altre parole, la scarsa capacità di analisi di tante, troppe persone risulta funzionale a chi vuole dividerci, rendendoci fragili e ostili gli uni verso gli altri e impegnandoci in una guerra fratricida tra ultimi, tra poveri, che è utile soltanto agli interessi del padre padrone. L’unico che in realtà dovrebbe e potrebbe essere debellato, se solo noi riuscissimo a fare squadra.

In questi tempi, che sembrano volersi incamminare di nuovo verso sentieri bui, la nostra Resistenza, la Resistenza del nostro essere umani contro i capitalismi e i fascismi, è l’unica via per scongiurare la possibilità di finire nuovamente etichettati con dei triangoli.

Prec.

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