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Finlandia: perché il congedo parentale è una cosa dell’altro mondo

Chiara Barbati di Chiara Barbati
13 Settembre 2022
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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In un Paese in cui la natalità è un tema che sta parecchio a cuore a tutte le forze politiche, per le quali pare quasi la salvezza da ogni male, quello del congedo parentale sembra invece un concetto ancora troppo oscuro. È la genitorialità stessa che, in Italia, stenta a divincolarsi dal retaggio antico che tuttora la intrappola diventando, invece che un diritto da tutelare, un desiderio da realizzare e una necessità per la comunità, un dovere, un ostacolo per la vita di alcune persone, che in modi diversi sono comunque obbligate alle stesse faccende di sempre, quelle domestiche, quelle di cura, quelle genitoriali.

La genitorialità trova spazio in Italia solo per una metà molto specifica di popolazione, mentre l’altra è sollevata dall’incarico di esercitarla e di partecipare attivamente alla vita dei figli, con conseguenze disastrose sulla parità di genere e il gender pay gap. Abbiamo spesso parlato di quanto il congedo di paternità sia una questione femminista, di quanto sarebbe un primo passo concreto e importante per iniziare a cambiare le sorti delle donne italiane, ancora relegate al ruolo di madri. E abbiamo sottolineato molto spesso anche quanto sia proprio la considerazione della maternità, anche solo potenziale, la prima causa di discriminazione che rende la vita più difficile alle donne.

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Ma mentre noi siamo qui a parlarne e a invocare qualcosa di più dei dieci giorni di congedo di paternità obbligatoria, da altri luoghi del mondo ci viene insegnata una lezione che probabilmente non coglieremo. È la nuova riforma finlandese sul congedo parentale, questa volta, a ricordarci che la parità di genere è una questione che parte proprio dalla genitorialità. La riforma prevede qualcosa che per noi è impensabile: gli stessi giorni di congedo per entrambi i genitori. Una roba dell’altro mondo.

La nuova legge prevede infatti 160 giorni di permesso retribuito per ognuno dei genitori. Non si fa distinzione di sesso, dunque la legge è applicabile in egual misura alle coppie etero e omogenitoriali, e non si distingue tra figli biologici, adottivi o in affido. Di questi 160 giorni, ognuno dei due genitori può trasferire all’altro 63 giorni, indipendentemente dal sesso. I genitori single, invece, potranno usufruire di tutti i 14 mesi. La riforma è stata pensata, da un lato, per l’ovvio obiettivo di raggiungere la parità di genere, dall’altro per permettere ai cittadini – tutti, non solo le donne – di conciliare con maggiore facilità vita privata e vita professionale.

Ciò che ci insegna qualcosa, di questa legge, è il motivo per cui è stata pensata. La riforma si è dimostrata necessaria poiché con la normativa precedente i padri avevano diritto a circa la metà dei giorni di congedo riservati alle madri, poco più di due mesi – comunque molto di più dei nostri preziosissimi dieci giorni – eppure nel 2020 solo il 10% dei padri finlandesi aveva usufruito del congedo. Ecco, sta qui la differenza.

Fosse accaduto in Italia – e, in effetti, accade – si sarebbe detto che se i padri non usufruiscono del congedo parentale è perché non vogliono o non ne hanno bisogno, dunque non avrebbe senso concedere più giorni. Non esiste una cultura della cura che coinvolga entrambi i genitori, e non viene in mente a nessuno di insegnare alla società tutta che la cura, dei figli come degli altri, della famiglia come della casa, non è solo una questione da donne. Non viene in mente a nessuno che modificare le leggi non basta a modificare la cultura, ma che se non si parte proprio dalle leggi nulla cambierà mai.

È stata questa la rivoluzione di Sanna Marin, che verrà certamente ricordata per i suoi scabrosi balletti e non per il noioso e discutibile tentativo di raggiungere la parità di genere, quella di concedere più giorni di congedo parentale ai padri che non usufruiscono di quelli di cui già dispongono. Perché diventi chiaro alla società tutta, ai genitori come ai datori di lavoro, che i figli non sono solo questioni da mamme e che anche i papà possono e devono contribuire in egual misura alla loro crescita. Perché la disparità di genere ha origini profonde e antiche quanto è antico il patriarcato, eppure parte sempre dal concetto di maternità, dalle differenze di genitorialità che relegano le donne a un ruolo esclusivo di cura impedendo loro di far parte della società in modi diversi.

E mentre noi siamo costretti ad accontentarci dei nostri dieci giorni di congedo di paternità che non solo non servono a molto ma sono troppo distanti dai sei mesi di maternità, ci rendiamo conto che una distribuzione equa dei congedi parentali permetterebbe, prima di tutto, un arresto delle discriminazioni sul lavoro, delle differenze salariali e degli avanzamenti di carriera. Le differenze tra i genitori sono infatti la principale causa di discriminazione sul lavoro, anche quando genitori non lo si è affatto, perché solo la possibilità che una donna diventi madre rende più appetibile un candidato maschile che, se va male, al massimo si assenta dieci giorni. E se sulla logica capitalista che pensa alla produttività della singola risorsa non riusciamo a intervenire, sulle differenze tra persone, tra uomini e donne, si può far qualcosa.

È proprio una roba dell’altro mondo per un’Italia in cui il lavoro di cura è una cosa da donne, una cosa da mamme, in quella retrograda insistenza in cui si continua a eguagliare l’essere donna alla maternità, al prendersi cura degli altri, con conseguenze atroci sulla libertà personale, sull’indipendenza economica, sulle aspirazioni professionali e, inevitabilmente, sulla relazione di coppia, fatalmente influenzata da un’iniquità che fa male al sistema familiare, quello che tanto si dice di voler tutelare.

È questa la consapevolezza che sfugge, quella per cui quando non c’è disparità, tutto funziona meglio e tutti stanno meglio. Non è allora davvero il benessere della famiglia, la sua tutela, a stare a cuore a chi contribuisce ogni giorno al rafforzamento del nostro disfunzionale sistema. È la relegazione delle donne a ruoli scomodi, a ruoli mansueti di cui non riescono a liberarsi, affinché se pure venisse loro in mente di fare qualcosa di diverso, non ne avrebbero la possibilità.

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