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Disoccupazione femminile: i nodi vengono al pettine

La disoccupazione femminile fornisce dati talmente evidenti sulla disparità tra uomini e donne che appare spaventoso quanto per qualcuno essa sia tuttora irrimediabilmente invisibile. Ancora oggi, infatti, quella differenza nei diritti e nelle opportunità passa inosservata e occupa gli ultimi posti nella gerarchia delle priorità. Eppure, numeri inequivocabili ben fotografano quella che è molto più di una discriminazione radicata e incontrollabile.

Che il COVID abbia mietuto più vittime di quelle riportate dai bollettini medici è ormai chiaro a tutti da parecchio tempo. Attività commerciali chiuse, posti di lavoro perduti, famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese: la pandemia ha reso difficile la quotidianità anche di chi non si è mai ammalato. Ma ci sono categorie che hanno subito le conseguenze della crisi molto più di altre e identificarle serve a comprendere quanto sia diversa la vita per i privilegiati e per i più sfortunati.

In particolare, i dati sulle conseguenze che l’emergenza sanitaria ha avuto sulle donne e sulla loro occupazione sono estremamente preoccupanti e dipingono la popolazione femminile come la principale vittima economica del virus. Le recenti indagini ISTAT hanno dimostrato che il 98% degli italiani che hanno perso il lavoro è costituito da donne. Si tratta di numeri che fanno rabbrividire, ma che si tenta di spiegare riconducendo la perdita dell’impiego all’instabilità dei mestieri normalmente svolti dalle donne. In realtà, alla base di questi dati, ci sono cause molto più complesse e strettamente legate alla disparità di genere.

La disoccupazione femminile è un fenomeno ampiamente discusso, già protagonista di numerose cronache. Eppure, a volte ancora si fatica a comprendere quanto non sia solo la prova evidente di innumerevoli ingiustizie e mancanza di libertà, ma anche un fenomeno che, se ricondotto alla radice, ne spiega la disarmante e ignorata persistenza.

Secondo l’ultima indagine Ipsos, il 50% delle donne ha visto, con la pandemia, un peggioramento della propria condizione economica. La percentuale aumenta nelle fasce d’età 25-34 e 45-54 anni, che salgono rispettivamente a 63 e 60%. Si tratta di un dato fortemente esplicativo poiché identifica le donne maggiormente impiegate nei lavori di cura. Non è un caso, infatti, che delle donne con figli non autonomi (fascia 25-34 anni) il 47% ne supporti da sola l’intero carico e delle donne con genitori anziani (fascia 45-54 anni) l’intero carico riguardi il 42%.

È ormai noto che la maggior parte delle difficoltà in ambito lavorativo dipende dal lavoro di cura che è quotidianamente e automaticamente affidato alla donna e che rende, dunque, la possibilità di un impiego stabile più remota. In effetti, il fatto che le pratiche domestiche e di assistenza non sia ben distribuite tra la popolazione ma siano affidate esclusivamente alla metà femminile rende meno appetibile una candidata o lavoratrice rispetto a un uomo privo di ulteriori responsabilità al di là di quelle professionali. È troppo alta la percentuale di donne che rinunciano a trovare un lavoro (il 30% di quelle non occupate con figli), di donne che non sono in grado di affrontare spese impreviste (38%, che sale al 46% per le madri) e che hanno visto aumentare la propria dipendenza economica dai genitori o dal partner (51%). E mentre la possibilità di avere o trovare un impiego scende, aumenta a dismisura la quantità di madri, sorelle, figlie sopraffatte dai lavori di cura.

Il motivo per cui in tante hanno perso il lavoro sta proprio in questo concetto: la maggior parte di esse sceglie – o è costretta a scegliere – impieghi part-time e, per definizione, meno stabili, perché sono gli unici che permettono loro di avere il tempo necessario per occuparsi degli altri.

La famiglia è, sin dall’alba dei tempi, il nucleo su cui si basa la società. I cittadini italiani hanno una valenza come individui, ma anche come famiglie. E sebbene con il tempo la definizione di famiglia si sia allargata, e comprende persone che vivono da sole, genitori single con figli, famiglie omogenitoriali e coppie in cui entrambi lavorano, la società è rimasta all’impostazione patriarcale secondo cui i ruoli familiari sono chiaramente e inevitabilmente suddivisi per genere: l’uomo lavora e la donna si prende cura della casa e di chi la abita. È sta proprio qui la differenza tra uguaglianza ed effettiva parità: il fatto che alle donne non sia vietato il lavoro non significa che esso sia favorito. Anzi, la disparità le mette in una condizione ben precisa: quella di scegliere. Mentre un uomo può avere una vita professionale e una privata, una donna fin troppo spesso è costretta a dare la precedenza a una delle due proprio perché non esiste suddivisione equa del lavoro di cura, un vero e proprio impegno, come da definizione, che impedisce di realizzarsi anche professionalmente.

Se, invece, la gestione della casa, dei figli e degli anziani fosse equamente distribuita, le differenze cesserebbero di esistere. Si tratta, tuttavia, di eventualità estremamente remote poiché per ottenere un mondo ideale bisognerebbe agire tanto a livello legislativo quanto a livello culturale. Se da un lato sarebbe necessario concedere gli stessi giorni di congedo parentale a entrambi i genitori ed eguagliare maternità e paternità in modo che l’arrivo di un figlio non gravi solo sulla madre rendendo una donna professionalmente meno appetibile di un uomo, dall’altro bisognerebbe agire sulla cultura affinché i lavori di cura non siano più automaticamente affidati a lei. Un lavoro lungo, di radicale cambiamento, necessario per agire sulla ripartizione dei ruoli all’interno della società, tentando di renderli indipendenti dall’unico parametro attualmente considerato: il genere.

Solo così si può sperare che le donne smettano di perdere il lavoro perché troppo instabile e scelto per prendersi cura dei familiari. Solo così si può creare una società in cui la metà delle donne non dipenda economicamente da qualcun altro, rendendo la propria vita un’appendice priva di individualità. Risulta però davvero difficile pensare ad azioni tanto radicali e mirate nelle condizioni in cui versa l’Italia oggi. A livello sociale e culturale, alle donne sono affidati carichi di lavoro estremamente maggiorati, vige ancora la fin troppo radicata convinzione che il loro ruolo principale sia quello di procreare e, dunque, non risulta necessario metterle in condizioni di parità professionale. Come se non bastasse, ad aumentare le disuguaglianze si mette anche la rappresentanza politica.

Da quando il governo Draghi è stato formato, sono giunte innumerevoli critiche da ogni dove: per i tecnici scelti, per i politici selezionati, per il ritorno di personalità che si credevano superate, per l’incompetenza ma, soprattutto, per la quantità di donne al governo. C’è, in effetti, da chiedersi come ci si possa aspettare un cambiamento della società, se il nostro attuale esecutivo è formato da 15 uomini e 8 donne, se i ruoli di potere sono ancora fondamentalmente concentrati nelle mani della popolazione maschile.

Ciò che ha destato le maggiori critiche è stato certamente il fatto che proprio gli esponenti della sinistra, quelli che dovrebbero essere i più progressisti, abbiano mostrato un’incongruenza tra parole e azioni. Se il PD si dice a favore della parità, se si fa portavoce dei diritti femminili e poi non è in grado di rappresentare quelle stesse donne di cui dovrebbe importargli, come si può pensare che la società faccia qualcosa per restituire loro la parità che non hanno mai avuto?

Tutti i problemi di rappresentanza, di incoerenza e di vera e propria ingiustizia spariscono se paragonati a quelli che affrontano le donne ogni giorno. Vivere in una società che le vede unicamente come madri e infermiere, che è disposta a perdere la metà della produttività potenziale pur di relegarle ai loro ruoli arcaici è un problema che andrebbe risolto subito. La disoccupazione femminile e quella generata da periodi di crisi come quello che stiamo vivendo sarebbero estremamente contenute se solo a tutte fosse concessa la parità che non hanno mai avuto. Ma come si può credere di sollevare le donne dal totale carico del lavoro di cura, come si può metterle in condizioni di rendersi indipendenti e professionalmente soddisfatte, se non hanno accesso ai ruoli di potere e dunque una rappresentanza autorevole che dia voce ai disagi che agli italiani piace ignorare?

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