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Discriminazione razziale: perché è importante ricordare

Chiara Barbati di Chiara Barbati
11 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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C’è ancora bisogno di ricordare. L’anno solare è costellato di giornate della memoria e di giornate internazionali per non dimenticare di lottare per le ingiustizie del mondo. Oggi ricorre quella per l’eliminazione della discriminazione razziale, il memorandum di un passato non troppo lontano. Convenzionalmente istituita il 21 marzo, questa giornata commemora il tragico lunedì del 1960, considerato l’evento più sanguinoso dell’Apartheid. Trecento poliziotti bianchi uccisero sessantanove manifestanti, ovviamente di pelle nera.

La segregazione razziale messa in atto dall’Apartheid fu applicata dal governo sudafricano a partire dal 1948, restando in vigore per 46 anni. Le sue colpe non furono certamente solo le morti dei manifestanti uccisi durante il massacro di Sharpeville ma, anche, l’isolamento e la reclusione di un’intera etnia. Questa commemorazione, dunque, è soltanto il simbolo di anni di discriminazione mai effettivamente terminati. Perché sì, l’Apartheid è stato dichiarato crimine internazionale nel 1973 e si è finalmente concluso nel 1994, ma davvero è finito anche il razzismo?

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Apartheid significa separato, messo da parte. Prendere gli esseri umani e posizionarli in zone diverse, su marciapiedi opposti, in stanze separate e scuole distinte. Privare una fazione dei benefici dell’altra, delle pubbliche istituzioni, della libertà di muoversi e di sconfinare in territori estranei senza appositi permessi. Questo accadeva in Sudafrica 25 anni fa. E questo, purtroppo, facciamo anche adesso, seppur in modi differenti. Ancora oggi, infatti, si discute sulla percentuale di stranieri sul territorio italiano, ancora oggi si cerca di rispedire a casa chi non appartiene alle nostre terre e ai nostri mari per mantenere ben chiara la divisione tra qui e lì. Ancora oggi, fa paura l’uomo nero e, a dirla tutta, si ha da ridere anche sull’uomo giallo, il marroncino e su quello troppo abbronzato.

Una stima dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ha calcolato che nel corso di un intero anno, in media, ci sono circa 7 episodi di discriminazione o intolleranza al giorno, e solo tra quelli segnalati. Nel 2016, di tutte le segnalazioni, il 69% riguardava discriminazione su base etnica e razziale. Inoltre, un’altra indagine UNAR ha constatato che la maggior parte dei casi di razzismo è dovuta a concezioni stereotipate e a preconcetti profondamente inseriti nel contesto culturale nazionale. 

Non bisogna scomodare gli schiavi afroamericani o le colonie europee nel Continente Nero per comprendere le profonde radici di un fenomeno mondiale. E non dovrebbe essere necessario far presente che il progetto Apartheid fu ispirato dal nazismo per rabbrividire. Eppure, sembra essercene ancora sorprendentemente bisogno perché se il razzismo non è più un fenomeno ufficiale o istituzionale, certamente non è sparito.

Basti pensare agli episodi dell’ultimo mese portati alla luce dalla cronaca italiana. Insulti sul colore della pelle urlati dagli spalti a un giovanissimo portiere di 14 anni durante una partita in provincia di Savona. Un insegnante di Foligno che offende due bambini di colore durante le lezioni in presenza della classe intera. Un ragazzo senegalese aggredito verbalmente e fisicamente da due pregiudicati a Catanzaro. Una donna ivoriana percossa per la propria nazionalità a Bari. Insomma, il fenomeno è ben distribuito su tutto il territorio italiano, dando prova dell’insistente arretratezza culturale del nostro Paese.

Certo, dal secolo scorso sono cambiate molte cose, e non si può dire che l’umanità non abbia fatto progressi: l’Apartheid è stato abolito e il diritto all’uguaglianza è tra i principi universalmente riconosciuti. Il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Tuttavia, è ancora forte la necessità di una giornata internazionale, perché tuttora la vera uguaglianza non esiste, perché tuttora l’essere umano si sofferma sui dettagli insignificanti come il colore della pelle. È sempre tutta una questione di bianco o nero, e sembra un po’ strano dover ricordare di lottare per le ingiustizie, come se non ce le avessimo ogni giorno sotto il naso.

Quella di oggi è un’altra di quelle date che vanno ricordate, e non festeggiate, per avere maggiore coscienza storica, ma anche maggiore coscienza umana. Cosa ci renda diversi adesso da ciò che c’è stato allora è solo la forma, ma la tendenza a creare gruppi e a discriminare gli altri è sempre la stessa.

Eppure l’intelligenza dell’uomo non lascia tanto a desiderare quanto vuole far credere. In fondo, tutti ormai sanno che bianco non è meglio di giallo, nero, rosso o verde. E nonostante ciò l’egoismo sembra trascendere l’umanità. Il fatto che ogni essere umano sia interessato al proprio bene prima di tutto è vero tanto quanto l’insignificanza del singolo. Ma, allora, come fa qualcosa di troppo piccolo a diventare più grande degli altri? Forma una comunità, come ha sempre fatto, nel bene e nel male. Invece di combattere dittature e ingiustizie, però, qualche volta si unisce in gruppi per dividersi in altri gruppi. Non per avere più voce e per vedersi riconosciuta maggiore dignità, ma per essere più forte di qualcun altro. Ed evidentemente tutti troppo preoccupati per noi stessi, per il gruppo che abbiamo creato e a cui sentiamo di appartenere, non ci consideriamo parte dell’umanità intera. La quale, nella sua totalità e senza alcuna esclusione, ha decisamente bisogno di aiuto.

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