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Diritto alla salute: guerrilla social o sociale?

Diritto alla salute, che sia reale, perché a noi comuni mortali piacerebbe sconfiggere il cancro in tre giorni invece di essere in attesa per una colonscopia da 7 mesi.

Queste le amare parole dell’attivista Serena Mazzoni (serenadoe__ su Instagram) con un seguito di 63700 follower. Tralasciando il background suo e dei cosiddetti Ferragnez – che non sarà l’argomento di questo articolo – da addetta ai lavori vorrei estrapolare da questa “guerrilla social” una tematica sanitaria molto importante.

Mi risulta davvero difficile trovare reale necessità di scontro su un caso di diagnostica precoce. La tematica principale, infatti, è questa: la diagnostica precoce e le modalità di accesso alle prestazioni sanitarie. Quando anche un solo cittadino gode dei benefici della buona sanità, come in un mondo ideale dovrebbe essere per tutti, possiamo soltanto gioirne. Falliamo, invece, ogni volta che ciò non accade.

Il gradiente socioeconomico della salute parla chiaro: maggiore è il livello di svantaggio, minore è lo stato di salute e minore è l’aspettativa di vita. Questa correlazione è evidente in tutte le società ed è anche in netta contrapposizione con i principi fondamentali sui quali si basa il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Lottare per l’incremento delle risorse destinate alla sanità pubblica contribuisce dunque a evitare la carenza dei servizi e l’inaccessibilità alle cure ai gruppi di pazienti economicamente e socialmente più svantaggiati.

La sola ricchezza, tuttavia, basta? La risposta è no e vorrei fare un esempio. Tutti, o quasi, conosceranno l’attrice Shannen Doherty, Brenda Wash di Beverly Hills 902110 o Prue Halliwell della serie televisiva Streghe. Nel 2015 le viene diagnosticato un cancro al seno al quarto stadio contro il quale, tutt’oggi, ella sta combattendo. Un cancro trattabile ma non curabile con diagnosi molto tardiva. Qualcuno potrebbe rimproverarmi che l’esempio esula dal SSN Italiano ma il punto sopra il quale voglio focalizzarmi adesso è un altro. Parliamo di una persona con ingenti possibilità economiche che, comunque, ha evitato – per errori imputabili all’ex manager – vari controlli che le avrebbero permesso di avere una diagnosi precoce. Lei stessa ha successivamente avviato una campagna di sensibilizzazione in merito alla prevenzione. È quindi la sensibilità del singolo verso la propria salute che può fare la differenza, incentivata sicuramente da un buon livello di educazione in ambito sanitario.

Ci affacciamo così su un’altra parola: prevenzione. Quello della prevenzione è un concetto sempre molto sottovalutato rispetto a quello della cura. Investire in educazione e prevenzione, in ambito sanitario, dovrebbe attirare maggiori attenzioni sociali e politiche, questo anche in un’ottica di reale mantenimento del benessere e della qualità di vita della popolazione. Molteplici studi scientifici dimostrano infatti l’importanza della prevenzione per ridurre l’incidenza delle malattie e la mortalità. Di conseguenza, ridurre anche i costi per il SSN.

Possiamo distinguere diverse tipologie di prevenzione. La prevenzione primaria, pensiamo alle vaccinazioni, in cui avviene la protezione dallo sviluppo della patologia. La prevenzione secondaria, dove la malattia è riconosciuta e curata precocemente, spesso, prima della comparsa dei sintomi riducendo così la percentuale di conseguenze sfavorevoli. Tornando all’esempio utilizzato in precedenza, uno screening come la mammografia rientra tra gli esami per la prevenzione secondaria del tumore al seno. Attenzione perché un esame come la mammografia non previene il tumore ma permette, appunto, di diagnosticarlo in anticipo.

Vi è infine la prevenzione terziaria, dove una malattia pregressa, solitamente cronica, viene trattata allo scopo di prevenire complicanze o ulteriori danni che potrebbe causare. Ad esempio la prevenzione delle cosiddette recidive (o ricadute) o delle eventuali metastasi dopo che la malattia è stata curata con la chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia o tutte e tre insieme.

Il Servizio Sanitario Nazionale, per sua definizione, è un sistema di strutture e servizi che hanno lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie in attuazione dell’art.32 della Costituzione. Il SSN “dovrebbe” quindi basarsi sui principi di universalità, uguaglianza ed equità, ma non dimentichiamo che esso si compone di diversi sistemi regionali, nei quali la componente pubblica e quella privata si combinano secondo vari modelli.

Negli ultimi anni profonde differenze hanno riguardato la qualità delle prestazioni. Sempre più utenza ricorre alle mobilità regionali ovvero a servizi di amministrazioni diverse da quelle del luogo di residenza non solo per prestazioni ad alta complessità in centri specializzati (per le quali esistono accordi interregionali) ma anche – e prevalentemente – verso cure a bassa complessità. Sempre più frequentemente la misura della garanzia al diritto alla salute si valuta nella quantificazione dei tempi di cura. Avere liste di attesa interminabili per ricevere prestazioni è sicuramente un fattore che mina la tutela della salute.

Uno strumento messo in atto per la loro gestione è il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PINGLA) siglato con l’intesa Stato/Regioni. Il PINGLA fissa i tempi massimi raggiungibili per le prestazioni sanitarie ambulatoriali e di ricovero. Raggruppa le attività in base all’urgenza e determina il tempo massimo che un paziente può attendere per le visite specialistiche e gli esami diagnostici: U (urgente), i casi urgenti i cui esami o visite specialistiche devono essere fatte entro le 72 ore; B (breve), gli esami o le visite specialistiche che devono essere fatte entro 10 giorni; D (differibile), gli esami o le visite specialistiche che devono essere fatte tra i 30 e i 60 giorni; P (programmabile), gli esami o le visite specialistiche che devono essere fatte entro i 120 giorni. Entro queste categorie e se la lista d’attesa supera questi tempi, il paziente ha diritto a una prestazione intramoenia pagando il solo ticket.

Molte persone, per evitare le attese, ricorrono a soluzioni integrative/alternative o a visite in regime privato. Da un’indagine di AltroConsumo emerge che ben il 64% delle prestazioni sanitarie in regime di intramoenia viene erogato entro dieci giorni con la possibilità di scegliere lo specialista al quale affidarsi. Le visite maggiormente richieste sono quelle con i tempi di attesa che superano i 15 giorni, fino ad arrivare ai 60: visite ginecologiche, sigmoidoscopia, ecografia della mammella, colonscopia. Diventa quindi più chiaro capire perché per alcuni gruppi di persone sia più facile proteggere la propria salute.

Quando si è costretti a rivolgersi al privato per necessità e non per scelta, una necessità che potrebbe riguardare la tempistica di accesso, si crea la vera discriminazione. Discriminazione tra chi può pagare e chi no.

Vi è un’indagine trasversale, pubblicata su BMC Health Services Research, su risorse e disuguaglianze in sanità che riguarda quattro Paesi europei: Gran Bretagna, Italia, Norvegia e Svizzera. Essi hanno quattro sistemi sanitari molto diversi tra loro con differenti spese pro-capite per la salute. Tuttavia il 50.5% degli intervistati ritiene che l’accesso ai servizi sanitari non sia uguale per tutti. Il 78% individua almeno una categoria di pazienti che, per ragioni economiche, rischia maggiormente di dover rinunciare a un’adeguata assistenza medica. Queste categorie di persone a maggior rischio di discriminazione variano da un Paese all’altro ma sono soprattutto malati mentali, immigrati, anziani e malati cronici. L’indagine è antecedente alla pandemia da Sars-Cov2 e tengo a sottolinearlo poiché essa ha favorito il divario sociale aumentando la povertà in tutto il mondo. Possiamo definire il Covid-19 un moltiplicatore di disuguaglianze.

Le crescenti distanze economiche tra individui si trasformano quindi in barriere sociali aumentando senso di inquietudine e ingiustizia che portano a intolleranza, sfiducia nelle istituzioni, disgregazione politica e a una possibilità, sempre più tangibile, di inoltrarci verso derive autoritarie.

Contributo a cura di Martina Benedetti

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