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Franca Viola e il matrimonio riparatore: il no che cambiò l’Italia

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
3 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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Immaginate di venire brutalmente stuprate. Immaginate che la società e la vostra famiglia, quelle che dovrebbero proteggervi, vi diano in sposa al vostro stesso aggressore poiché la legge lo consente, condannandovi due volte fino alla fine dei vostri giorni. Non è la trama di un film horror. È l’Italia di appena qualche anno fa.

In riferimento al reato di stupro, l’articolo 544 del Codice Penale italiano recitava: Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali. Un uomo colpevole di stupro poteva evitare qualsivoglia condanna ricorrendo al cosiddetto matrimonio riparatore, sposando cioè la sua vittima. Naturalmente, la donna in questione aveva poco da decidere. Era la famiglia stessa a volerlo poiché la figlia, ormai disonorata, non avrebbe più trovato marito. Nel 1965, però, Franca Viola, una ragazza siciliana di soli diciassette anni, pronunciò il no che avrebbe per sempre cambiato il paese.

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Nata ad Alcamo, Franca viveva con i genitori e il fratellino Mariano. All’età di quindici anni, si fidanzò con Filippo Melodia ma la promessa fu sciolta dopo l’arresto del ragazzo per furto e appartenenza a una banda mafiosa. A nulla valsero le minacce e le intimidazioni alla famiglia, tra cui l’incendio alla vigna. Fu per questo che Melodia, il 26 dicembre, fece irruzione con dodici amici in casa Viola, malmenò la madre e rapì Franca e il piccolo Mariano – rimasto letteralmente avvinghiato alle sue gambe –, poco dopo rilasciato. La ragazza fu segregata per otto giorni, a digiuno, picchiata e stuprata. Infine, furono contattati i genitori per la cosiddetta paciata, un incontro volto a organizzare il matrimonio riparatore a cui i Viola finsero di acconsentire solo per liberare la figlia.

Quest’ultima, infatti, rifiutò di sposare il suo aguzzino e, sostenuta dai propri cari, fece arrestare Melodia e complici. Era la prima volta che qualcosa di simile accadeva. Al Tribunale di Trapani, l’anno successivo, la Cassazione condannò sette dei complici a cinque anni ciascuno, e Melodia a undici, poi divenuti dieci più due di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Il processo non fu affatto semplice: si tentò di screditare Franca in ogni modo possibile, sostenendo che lei fosse consenziente alla fuitina d’amore e chiedendo persino una perizia per stabilire da quanto tempo avesse avuto il primo rapporto sessuale. Eppure, ce la fece. Nonostante il clamore mediatico, le polemiche e l’ostilità dei compaesani, nel 1968 Franca riuscì a sposarsi con Giuseppe Ruisi, da cui ebbe due figli, mentre Melodia venne assassinato da ignoti nel 1978, due anni dopo la sua scarcerazione. Una vicenda divenuta nota a livello nazionale.

L’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inviò alla coppia un dono di nozze per manifestare la sua solidarietà e persino Papa Paolo VI volle ricevere gli sposi in udienza privata. Franca non si era soltanto ribellata a una doppia violenza, bensì era diventata simbolo di libertà, di crescita civile ed emancipazione femminile grazie alla quale molte più donne e famiglie trovarono il coraggio di reagire a una simile crudele angheria. Per ricevere riconoscimento anche in ambito giuridico si dovette attendere il 1981, con la legge 442 che abrogò la norma a discolpa dello stupratore mentre, nel 1996, lo stupro venne finalmente riconosciuto come reato non più contro la morale ma contro la persona. Assieme al matrimonio riparatore, fu abolito anche il delitto d’onore, altra aberrante pratica che giustificava l’uccisione della coniuge, figlia o sorella colta nell’atto di illegittima relazione carnale, a causa dello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia.

Normative tutte risalenti al Codice Rocco del periodo fascista, quando il sistema patriarcale prevedeva l’indiscusso potere decisionale del capofamiglia. Il corpo di una donna era un mero strumento da poter usare a prescindere dalla sua volontà e chi rompeva poi pagava tenendosi i cocci. Perché a nessuno importava di una donna svergognata, il suo valore risiedeva unicamente nella sua virtù. Un uomo, dunque, poteva sposare chiunque volesse anche senza il suo consenso poiché bastava violentare la prescelta e attendere che la famiglia accettasse passivamente. Gli sporadici processi per stupro dell’epoca erano nient’altro che un’inquisizione alla vittima, la quale vedeva il suo pudore e i particolari dell’atto spiattellati e messi costantemente in discussione. Senza contare che, in una società dalle convenzioni morali retrograde e perverse, la grande inibizione sessuale imposta alle donne non faceva altro che enfatizzare lo stato di disagio di tali udienze, spingendole piuttosto a tacere.

Ce lo ricorda il famoso Processo per stupro, documentario registrato al Tribunale di Latina e mandato in onda dalla Rai nel 1979, allo scopo di testimoniare come la vittima di tali casi si tramutasse in imputata. Seguito da circa nove milioni di spettatori, l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi dovette ribadire più volte di essere lì non come difensore della parte lesa ma come accusatore degli imputati (quattro uomini). Inquietante costatare come la giustificazione ruotasse intorno al fatto che non ci fossero segni fisici di percosse, che una donna di buoni costumi non potesse essere stuprata e che, nel caso fosse questo avvenuto, doveva essere certamente stato provocato da atteggiamenti sconvenienti da parte della donna. «Che cosa avete voluto? – era l’arringa dell’avvocato di uno dei violentatori – La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Vi siete messe voi in questa situazione. Se questa ragazza si fosse stata a casa, l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente».

Discorsi da pelle d’oca che sembrano uscire da un’epoca remota e surreale, invece parliamo di un’Italia benestante e non troppo anziana. E mentre il progresso tecnologico odierno ci stupisce ogni giorno di più, i retaggi culturali faticano a soccombere, rimbalzando agli onori delle cronache ancora oggi, 2021 quasi. Anche adesso, sentenze scagionano l’imputato perché la ragazza non era abbastanza bella per essere stuprata o i suoi jeans erano troppo stretti per essere sfilati. Oppure femminicidi giustificati poiché l’omicida era mosso da rabbia e disperazione. Nel gennaio 2020, in Turchia, Erdoğan aveva addirittura proposto di rilanciare il matrimonio riparatore (un’aggravante al già serio problema delle spose bambine) e in molti Paesi, come in Sudafrica o in Afghanistan, dove tale pratica è considerata abituale, le donne non vedono spesso altra alternativa che il suicidio.

Franca Viola, supportata dalla sua famiglia, si è fatta portavoce di secoli di assurdi soprusi e disparità non ancora sconfitti. «Io non sono proprietà di nessuno», ha detto. «L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce». L’8 marzo 2014, è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Giorgio Napolitano, per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese. Emancipazione che, tuttavia, procede davvero troppo faticosamente.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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