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Ddl Zan: la libertà diventa una scusa per negare i diritti

Chiara Barbati di Chiara Barbati
23 Aprile 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 6 minuti
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Sulla libertà e sulla presunta intenzione di limitarla se ne sentono di tutti i colori. Ultimamente, in Italia e non solo, ogni minimo tentativo di rendere il mondo un posto migliore, di rendere la vita delle categorie discriminate un po’ meno difficile, viene interpretato come un esplicito e insolente attacco alla libertà di espressione. È forse perché vige la convinzione che per garantire diritti a qualcuno bisogna sottrarli a qualcun altro, ma nessuna spiegazione sulla grandezza di una libertà illimitata che non può finire ha smosso gli obiettori dalle loro radicali posizioni. Partiamo, tuttavia, dall’assunto contrario per spiegare perché non solo non è giusto, ma non ha senso, continuare a osteggiare il Ddl Zan.

La Legge Zan ha – avrebbe, perché se non passa serve a poco – l’obiettivo di tutelare tutte le categorie che nella vecchia Legge Mancino non erano state previste. Il suo scopo, dunque, è quello di allargare il diritto a non essere discriminati e la condanna di azioni e gesti che incitano alla violenza e alla emarginazione. Se la prima condannava i crimini d’odio basati su motivi razziali, etnici o religiosi, la nuova legge tenta di inglobare anche quelli basati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’abilismo. Insomma, si tratta di un semplice ma necessario upgrade, e non di una rivoluzione, di una norma già in vigore da ventotto anni.

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Il ddl è stato presentato nel lontano 2018 e approvato alla Camera il 4 novembre 2020 ma, a oggi, non è ancora stato votato al Senato. La calendarizzazione della votazione è stata più volte rimandata – se non osteggiata – nel corso degli ultimi cinque mesi, probabilmente a causa della consapevolezza che la legge abbia i numeri per essere approvata. Motivo per cui il Presidente della Commissione Giustizia Andrea Ostellari si appiglia a cavilli tecnici e all’attenzione da riservare ad altre questioni per prendere tempo. Negli ultimi giorni, inoltre, un nuovo ostacolo si è fatto avanti ma, questa volta, non a causa della destra notoriamente nemica della libertà: il capogruppo di Italia Viva Davide Faraone ha dichiarato la necessità di alcune modifiche al testo, sebbene il suo partito facesse parte della maggioranza che ha approvato la legge alla Camera. Tralasciando l’ipocrisia di una sinistra a cui importa poco dei diritti e fin troppo della politica tanto da rischiare di annullare la votazione del 4 novembre, le motivazioni a cui il partito di Renzi ha fatto appello riguardano una lotta intestina e la presunta natura divisiva della norma notata da alcune senatrici del PD.

Prima di tutto, è bene chiarirlo, una legge sui diritti non può essere divisiva perché la tutela delle persone dalle discriminazioni è alla base della società civile. La difesa dei diritti umani non è opinabile e soprattutto non può avere a che fare con il credo politico. Piuttosto, dovrebbe appartenere a tutti, da destra a sinistra, e da sinistra a sinistra. Se poi quella natura divisiva riguarda il piccolo particolare che la legge dice di tutelare le minoranze, tra cui le donne (che, però, rappresentano la metà della popolazione) è bene chiarire anche il concetto di minoranza.

Sebbene si tratti di una definizione che fa riferimento alla quantità di individui che compongono un gruppo sociale in genere più ristretto rispetto al resto della popolazione, non si può ignorare il fatto che il concetto di minoranza abbia acquisito il significato di inferiorità non solo numerica ma anche a livello di diritti. In questo senso, è innegabile che le donne ne costituiscano una. Anzi, a pensarci bene, la categoria di individui non discriminati sulla base di genere, razza, religione, etnia e orientamento sessuale è nettamente inferiore agli emarginati per un motivo o per un altro. Dunque, giustificare la modifica della legge sulla base della definizione di tale concetto è evidentemente surreale.

Al becero ostruzionismo che tenta di impedire il processo democratico e alle ipocrite scuse che tentano di legittimare il rinvio di una norma necessaria, poi, si aggiunge la propaganda dei colleghi della Lega, che tentano di dipingere il ddl Zan come una legge liberticida. Prima che fosse discussa in Parlamento, regnava la retorica secondo la quale una norma contro l’omotransfobia non servisse. Con il passare del tempo, quella narrazione ha perso il suo valore, soprattutto a causa dei numerosi atti di violenza contro persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ che hanno sconvolto le cronache degli ultimi anni. Qualche eco ancora sopravvive, attraverso la convinzione secondo la quale la legge già preservi da questo tipo di atti violenti e una tutela in più non sia necessaria, ma questa versione ha perso il suo fascino ed è stata sostituita da qualcosa di peggiore.

Facendo appello a quelle libertà tanto care agli italiani, come quella di poter dire qualunque cosa senza alcuna conseguenza e di poter spacciare qualunque violenta offesa come opinione, è in corso il tentativo di terrorizzare i cittadini perché si oppongano alla legge. L’opinione pubblica, però, sembra piuttosto favorevole e la mobilitazione di attivisti e personaggi noti sta aumentando il consenso. Il volere popolare, tuttavia, non ha potere se il processo democratico viene continuamente osteggiato e la discussione non calendarizzata.

Il ddl Zan non è una legge nuova, formulata da capo, di cui non si riescono a prevedere le conseguenze. Come dicevamo, prevede l’aggiunta di altre categorie da non discriminare a una norma già esistente. Semplicemente, ai crimini d’odio basati su motivi razziali, etnici o religiosi della Legge Mancino, va aggiunta la dicitura oppure basati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere negli articoli 604-bis e 604-ter. La giurisprudenza, infatti, deve evolversi insieme alla società ed è ora di non discriminare più nessuno sulla base di tali presupposti. Allora, se le spaventose conseguenze sulla libertà di parola preoccupano tanto, basta rendersi conto che la normativa in vigore non ha mai impedito a nessuno di essere offensivo nei confronti di un musulmano né ha incarcerato chi ha candidamente espresso la propria opinione sugli immigrati che rubano il lavoro e non dovrebbero essere accolti all’interno dei nostri confini. Non sono le opinioni – per quanto discutibili, frutto di una cultura estremamente discriminatoria e a volte anche prive di umanità – a diventare illegali, ma solo le discriminazioni, i crimini, i gesti mossi dall’odio.

Insomma, l’obiettivo del ddl Zan è quello di rendere più evidente la differenza tra una violenza che non si basa su una discriminazione e i crimini d’odio, e dunque non ha nulla a che fare con le opinioni che potranno essere espresse come sempre. Venuta meno la presunta variante liberticida per cui, evidentemente, non sussiste alcuna lecita preoccupazione, quindi, vengono fuori nuovi motivi per rinviare la calendarizzazione della legge. Essa, infatti, oltre alla parte punitiva, prevede anche azioni di sensibilizzazione che possano normalizzare ciò che oggi ancora appare come diversità ed educare al rispetto. Il tentativo di tutelare la diversità, però, accende gli animi della cosiddetta normalità.

Nell’ultima settimana è esplosa l’accusa – fomentata da alcuni esponenti politici dichiaratamente contrari all’inclusione – che una tutela in più per un gruppo di persone significhi una tutela in meno per qualcun altro. Evidentemente, non è chiaro che la tutela non è un surplus di diritti che crea uno squilibrio, ma un tentativo di colmare uno squilibrio già esistente dovuto proprio alla presenza delle discriminazioni. Anzi, a dirla tutta, la Legge Zan è estremamente inclusiva poiché non difende solo le cosiddette minoranze, ma tutti. Se si condannano i reati a sfondo razziale, sono tutelati i neri come i bianchi; se si condannano i crimini d’odio basati sul sesso, sono tutelati uomini, donne e non-binary; se si condanna qualunque discriminazione sull’orientamento sessuale, sono tutelati tutti, anche gli eterosessuali. Non si tratta, dunque, di una legge esclusiva, piuttosto si presuppone una tutela per chiunque subisca discriminazioni. L’unica differenza riguarda il fatto che non esiste una discriminazione sistemica nei confronti degli uomini bianchi cisgender abili ed eterosessuali.

Dunque, se il ddl Zan è inclusivo, non discrimina neanche i mai discriminati e non minaccia la libertà di espressione di nessuno, non ci sono motivi per continuare a osteggiarlo. Eppure, se la calendarizzazione continua a saltare, è probabile che libertà, giustizia e inclusione non c’entrino nulla. Non si tratta di paura, non è il terrore dell’altro, del diverso, dello sconosciuto o del fuori dagli schemi e non è neanche colpa dell’intrinseco problema con la libertà che rende l’Italia un luogo strano e incoerente in cui certi diritti che la garantirebbero hanno più valore di altri diritti altrettanto essenziali per averla. No, il problema dell’Italia è uno e solo uno: è il suo essere bigotta. Bigotta al punto da non tollerare l’esistenza della diversità, tanto da accettare di tutto, anche l’inumana violenza, anche l’odio incontrollato, pur di soffocare l’intollerabile diversità.

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