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Conosciamo davvero chi abbiamo accanto?

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
3 Giugno 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
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Conosciamo davvero chi abbiamo accanto? Li giudichiamo, e mai al nostro pari. Anche fargli la carità, comprargli da mangiare, donargli i nostri abiti ormai dismessi vuol dire collocarsi su un gradino più in alto. Parlando con Ibrahim, però, ho capito perché non possiamo fare a meno di comportarci così: il loro sguardo non sappiamo reggerlo, perché siamo colpevoli, chi più, chi meno.

Ibrahim vive a Napoli, nei pressi di Piazza Carlo III, con altri connazionali. Dividono in sette un appartamento di due stanze per il quale pagano l’affitto a un napoletano. Un contratto, però, ancora non ce l’ha. 

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Posso farti un’intervista? Gli domando. Ibrahim viene tutti i giorni al bar presso il quale lavoro. Compra una bottiglia d’acqua naturale che, però, piuttosto che per bere, utilizza per lavarsi nel bagno pubblico di una delle ville comunali della città. I rubinetti sono rotti e lui non gradisce uscire sporco. Perché vuoi farmi un’intervista? Risponde. Poi, non mi lascia nemmeno il tempo di conquistarmi la sua fiducia che accetta.

Posso utilizzare il tuo nome? Farti delle foto? Mi dice di sì, ma mi è subito chiaro che non ha capito la domanda. Ibrahim non è il suo vero nome. Neanche glielo chiedo. Lo chiamano Koulibaly per la sua grande somiglianza al difensore del Napoli, e a lui questa cosa fa sorridere, anche se dice di non interessarsi di calcio. Salvaguardarlo, però, da chi potrebbe fargli passare la voglia di fidarsi di un giornalista è un mio dovere. Anche a discapito della buona riuscita dell’intervista stessa.

Perché sei qui in Italia?

Risposta ovvia, «per lavorare, per far soldi.»

Ti trovi bene qui a Napoli? 

«Sì, bene. Anche se c’è chi mi è più simpatico e chi meno. E anche chi è razzista.»

Chi ti è meno simpatico?

«I nigeriani, non sono socievoli come noi del Senegal. Però, ho tanti amici anche della Nigeria.»

E chi è razzista?

«Chi mi urla delle cose per strada, chi mi dice di andarmene.»

Come sei arrivato in Italia?

«In aereo. Tra quattro giorni torno a casa dalla mia famiglia e poi rientro in Italia ad aprile.»

Chi ti aspetta in Senegal?

«Mia mamma, mio padre e i miei fratelli. Non ho una moglie, né figli. È una scelta.»

Hai detto che sei venuto in aereo. Hai i documenti per stare qui?

«Sì, ho il permesso di soggiorno, tutto regolare. Io non mi sono imbarcato.»

Senza che io abbia ancora detto nulla, lui capisce già dove sarei andato a finire.

Conosci qualcuno che è arrivato qui sui barconi?

«Sì, quasi tutti quelli che sono qui sono giunti in Italia sui gommoni, anche miei amici. Ma alcuni sono morti per il freddo e non sono mai arrivati. Il viaggio dura giorni e loro hanno solo maglie leggere, vestiti poco ingombranti per far salire quante più persone possibili a bordo. I più deboli muoiono di fame e di freddo, non c’è bisogno di annegare per non completare il viaggio.»

Perché tu hai preso l’aereo e loro no?

«Perché prendere l’aereo e avere documenti in regola costa tanto. Io ho pagato circa 4.000 euro. Il mare costa meno.»

Quanto costa viaggiare in mare?

«Circa 400 o 500 euro.»

Non sono vere le frasi di quei politici che dicono che i vostri viaggi costano tanto e che, quindi, non siete gente povera?

«Assolutamente no. Viaggiare in mare costa molto meno che seguire l’iter legale. Ed è anche molto più rapido. Chi scappa dalla guerra vuole andar via il prima possibile. In Senegal si sta bene quasi ovunque, in altri paesi, invece, no.

Chi gestisce i barconi?

«Alcuni sono africani, altri sono italiani.»

Ibrahim, hai detto che lavori qui e che hai i documenti per farlo. Di cosa ti occupi?

«Vendo i CD per strada, film, musica. Però ho qualsiasi cosa. Se servono vestiti, borse o scarpe, posso procurare tutto.»

Sai, vero, che il tuo è un lavoro illegale?

«Sì.»

Hai detto di avere i documenti in regola. Perché non cerchi un lavoro legale?

«Perché non lo danno a te un lavoro e un contratto, figurati a me.»

Ma in Italia criticano la vostra presenza perché attorno a voi, dicono, si sviluppa la malavita. Qualcun altro, addirittura, sostiene che agli immigrati si mischino anche dei possibili terroristi.

«Le brutte persone sono nere, come tante brutte persone sono bianche. Non ci sono differenze. Io, però, la mia roba la compro da un napoletano. Tutti noi compriamo da napoletani le cose che vendiamo per strada.»

Ti hanno mai chiesto il pizzo? 

«No, mai. Ma io viaggio, cambio zona di continuo. I ragazzi che hanno sparato a Forcella sono miei amici. Lì è differente, perché occupano sempre lo stesso posto. A Napoli si paga diversamente a seconda della zona in cui si vuole stare. Ci sono posti che costano 5 euro al giorno, in centro anche 20.»

Se questo fosse un colloquio di lavoro, accetteresti il mio posto?

«Non so fare il caffè.»

È semplice, te lo insegno io.

«Ok, allora sì.»

Qual è la cosa che ti manca di più?

«La libertà di scegliere cosa fare, dove stare, dove andare.»

Prec.

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