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Burkini vietato: il rovesciamento del passato

Chiara Barbati di Chiara Barbati
9 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Agli inizi del Novecento, quando scoprire le caviglie era un atto rivoluzionario, le donne indossavano costumi da bagno interamente coprenti. Una grande conquista, allora, quella degli anni Venti, durante i quali fu consentito che metà coscia fosse scoperta, ma solo a patto che ci fosse un certo numero di centimetri tra il ginocchio e il primo lembo di tessuto. In una società laica e progressivamente meno pudica, nel corso di un secolo la situazione è cambiata, fino a permettere le pratiche sempre più consuete del topless e delle spiagge di nudisti. Eppure, la tanto criticata seppur accettata libertà del corpo sembra approvare la scandalosa pelle scoperta e condannare un ritorno alla pudicizia, questa volta per motivi religiosi invece che di decoro pubblico.

A partire dal 2004, anno dell’introduzione del cosiddetto burkini, si sono succeduti periodi di intensa disapprovazione sul suo utilizzo. L’invenzione, come suggerisce il nome, consiste in un costume da bagno disegnato appositamente per le donne musulmane, prodotto con materiale leggero e flessibile, simile a una muta subacquea dotata di cuffia integrata. Accade spesso, però, che l’uso del burkini sia vietato nelle piscine comunali dei Paesi occidentali per presunti motivi igienici poiché accomunato al vestiario ordinario con cui non ci si può immergere. Eppure, il burkini è composto dello stesso materiale sintetico in cui sono realizzati i costumi da bagno più classici, e il fatto che sia esteso a tutto il corpo non comporta problematiche relative all’igiene.

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In Italia le prime controversie hanno avuto inizio nell’estate 2009, con alcune ordinanze emesse dai Comuni per limitare o vietare l’uso del burkini nelle piscine comunali o in altre luoghi pubblici. Le motivazioni non hanno riguardato solo i presunti rischi igienici, bensì anche la pubblica decenza, con lo scopo di garantire la serenità degli altri bagnanti, specialmente dei bambini. Un enorme cambiamento rispetto a quando pudore e pudicizia impedivano alle donne di scoprire troppo il proprio corpo: ora è coprirlo a turbare il decoro. Simili controversie si sono ripetute in Francia durante l’estate del 2016 in seguito all’attentato di Nizza e si sono ripresentate in Italia nell’estate 2018, con un caso portato all’attenzione dei media: una donna allontanata da una piscina fiorentina a causa del suo abbigliamento. Un avvenimento molto simile ha avuto luogo, poi, lo scorso luglio in Nuova Zelanda, mentre nella terra di Macron si stanno mobilitando in tanti contro l’utilizzo di costumi non convenzionali e chi non rispetta le regole viene addirittura multato.

Quella del burkini è una piccola parte della più grande questione che riguarda burqua, hijab, niqab e jador, tutti i tipi di velo richiesti dalla religione musulmana. La problematicità della questione si focalizza sul dilemma della libertà del corpo femminile e sulla difficoltà nel distinguere quando il velo è una scelta personale e quando un’imposizione per motivi religiosi. Sono numerosi i movimenti che si battono per la liberazione della donna dal velo e altrettanti sono invece quelli a sostegno della libertà personale secondo cui ogni ognuna dovrebbe essere libera di scegliere se indossare o meno un simbolo della sua appartenenza religiosa, affrancata da ogni giudizio.

L’uso del burkini non è una questione di moda o tendenza, e non si tratta neanche di un simbolo di affermazione. Il suo utilizzo non descrive chi lo indossa tanto quanto la sua accettazione descrive invece la società in cui è immerso. Accettare un capo d’abbigliamento non consueto agli usi locali è un piccolo gesto che può rappresentare la tolleranza di un Paese nei confronti dell’altro e, in questo caso, di fedi diverse dalla propria, accogliendo tradizioni e costumi differenti. Al contrario, feroci critiche possono rivelarsi indicative per svelare l’intolleranza di una società nei confronti dei più piccoli segni di diversità.

È anche vero, però, che controversie di questo tipo sono fin troppo spesso relative alla mancanza di emancipazione di cui soffre il corpo femminile. Che sia libertà di scoprirsi o di coprirsi, si parla sempre della gestione che ogni donna ha – e non ha – del proprio corpo. Criticate in ogni caso, per motivi diversi – religione, decoro, imposizione – qualunque particolare al di fuori degli schemi prefissati dalla società fa, delle scelte delle donne, un motivo di critica. Dimostrando la reale, seppur ben nascosta, assenza di parità.

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