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Benessere mentale: in Italia è solo utopia

Chiara Barbati di Chiara Barbati
13 Marzo 2023
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Non ce ne siamo mai curati troppo e, ancora oggi, molto spesso tendiamo a sottovalutarlo. Ci diciamo che basta poco per ottenerlo, ed è proprio quella tendenza a trascurarlo a creare problemi. E più la società avanza, più la nostra vita accelera, più la situazione peggiora. Il benessere mentale è quella cosa che non ci occupiamo finché non lo perdiamo, e che perdiamo proprio perché non ce ne prendiamo cura. Ma non per nostra colpa, quanto per l’impostazione della società in cui viviamo.

Nel mondo contemporaneo, inizia pian piano a occupare uno spazio sempre più importante il tema della salute mentale. Da quando, una volta, non c’erano le risorse e gli strumenti per curarsene, a quando poi parlarne è diventato un tabù destinato ai pazzi, oggi il tema del benessere psicologico conquista una nuova centralità nelle nostre vite. Un po’ perché si distruggono gli stereotipi, un po’ perché il mondo accelerato in cui viviamo non fa molto bene all’equilibrio mentale. Tutto questo, però, non vale per l’Italia, luogo in cui la situazione peggiora, ma i provvedimenti scarseggiano.

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Il benessere mentale è uno stato psicologico che si fonda sull’equilibrio: se la vita è fatta di imprevisti e di variabili di diverso tipo che, abitualmente, causano timori e agitazioni, questi stati momentanei non devono influenzare negativamente le emozioni e il vivere quotidiano. Sempre più spesso, invece, l’ansia prende il timone della vita di migliaia di persone, ne influenza il modo di vivere le relazioni, il lavoro e le emozioni in generale. Ansia e depressione sono diventati, infatti, i disturbi più diffusi nei paesi occidentali, confermando la tossicità di vivere in una società performativa basata sulla produttività.

Negli ultimi cinque anni, per esempio, il ricorso a farmaci depressivi in Italia è aumentato del 10%. Questo fenomeno riguarda soprattutto i giovani, ovvero la popolazione under 35, i più esposti alle ansie sociali e all’incertezza che ha sempre caratterizzato le loro vite e che certamente caratterizzerà il loro futuro. Da un lato, infatti, il mondo del lavoro non offre stabilità, costruendo un presente pieno di incertezze. Dall’altro, invece, la crisi climatica e l’instabilità economica e politica decretano un futuro nebuloso nel quale si smette via via di sperare. Il risultato è l’aumento dei disturbi di ansia e depressione, e del ricorso a farmaci per ritrovare il benessere mentale, e un equilibrio che sembra sbiadire ogni giorno che passa.

Si tratta di condizioni pervasive di cui soffrono tutti i membri dell’ampia fascia di popolazione considerata giovane: dagli adulti agli adolescenti. Infatti, nel 2022 il 25% dei minori ha manifestato sintomi depressivi e il 20% è stato affetto da disturbi d’ansia. Quasi la metà dei giovani occupati, invece, ha scelto di lasciare il lavoro per prendersi cura della salute mentale, abbandonando l’ambiente che, più di tutti, è causa di malessere e di scarsissimo equilibrio tra vita privata e professionale.

Questi dati, solo pochi dei tanti che ogni giorno descrivono una situazione sempre più difficile da gestire, ci spiegano che il benessere mentale diventa sempre più importante e che sempre più persone sono alla ricerca di un equilibrio differente, anche a costo di lasciare il lavoro. È proprio il lavoro, dopotutto, una delle cause principali del malessere mentale, come dimostrano i sempre più frequenti fenomeni del burn-out e del quiet quitting. La situazione, dunque, è chiara: prendersi cura della salute psicologica e, in generale, del benessere mentale delle persone diventa ogni giorno di più una necessità. Ma cosa sta facendo l’Italia per prendersi cura delle persone? La risposta è, ovviamente, non molto.

In Francia, la spesa pubblica relativa alla cura della salute mentale dei cittadini ammonta al 14% dell’intera spesa sanitaria. In Germania, si aggira intorno all’11% e nel Regno Unito al 10%. In Italia, invece, gli investimenti dedicati alla salute mentale rappresentano appena il 3% della spesa sanitaria totale e il grande fallimento del bonus psicologo è l’emblema di una situazione disastrosa sotto tutti i punti di vista. Delle 400mila richieste effettuate per usufruire del supporto, sono stati stanziati fondi per coprirne appena il 10%. Un dato che ci suggerisce solo due spiegazioni: o alla salute mentale si dà ancora scarsa importanza oppure c’è una tendenza spaventosa a sottovalutare la condizione mentale in cui i cittadini vivono.

Dopotutto, parliamo dello stesso Paese in cui i consultori, che dovrebbero occuparsi della salute di chi non può procurarsi visite private, sono senza fondi. Nelle scuole, non esiste una vera e propria educazione alla salute mentale né la figura di uno psicologo o di un consulente che supporti i giovani nel delicato momento della crescita. E l’idea di istituire lo psicoterapeuta di base non sfiora neanche il campo delle possibilità perché ancora non si è pronti a considerare la salute mentale nell’assistenza sanitaria di base.

Il risultato, però, in ogni caso è sempre lo stesso. La cura di sé non passa mai per il benessere mentale e la sensibilizzazione riguardo la salute tiene sempre e solo conto di quella fisica. Il che è paradossale: la nostra psiche, la mente, il fatto che possiamo distinguerla dal cervello e dall’entità fisica, è proprio ciò che caratterizza l’essere umano, che lo rende diverso dagli animali. Eppure, del benessere di quella cosa unica e complessa che ci rende ciò che siamo, non ci curiamo mai abbastanza. Ma fin dove deve spingersi il malessere affinché la salute mentale diventi tanto importante quanto quella corporea?

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