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Cinema

“Babylon”: un’occasione sprecata per Chazelle

Perché i film diventano sempre più spesso dei sequestri di persona? È il caso di Babylon, con le sue tre candidature agli Oscar 2023 (migliore scenografia a Florencia Martin e Anthony Carlino, migliori costumi a Mary Zophres, migliore colonna sonora a Justin Hurwitz) e le sue intensissime tre ore e dieci minuti di durata. Dopo i successi di Whiplash (2014), First Man – Il primo uomo (2018) e in particolare il grande trionfo con La La Land (2016), Damien Chazelle torna dietro la macchina da presa con un film attesissimo ma dalle critiche parecchio contrastanti. Si aggiunga, poi, il fatto che per molti risulti piuttosto snervante che una pellicola, oggi (soprattutto se deve concorrere alle premiazioni), sembra possa ritenersi valida soltanto se supera le due ore, qui addirittura le tre. Forse davvero un po’ troppo. Ma cosa ci si deve aspettare da Babylon?

Siamo nella Los Angeles degli anni Venti, dove gli ambienti cinematografici sono un trionfo di sfarzo e degrado morale al tempo stesso. Nel corso di uno dei tanti party, l’immigrato messicano Manuel “Manny” Torres si innamora di Nellie LaRoy, bellissima aspirante attrice del New Jersey che pare avere finalmente la sua occasione di brillare sotto i riflettori. Sono inoltre presenti il musicista afroamericano Sidney Palmer, la cantante lesbica Lady Fay Zhu e l’attore in declino Jack Conrad. Vari combattenti alle prese con i propri scheletri nell’armadio, con un’ascesa e un declino a causa, specialmente, di un nuovo modo di fare cinema, di una nuova Hollywood. Una Babilonia dalla quale nessuno sembra potersi salvare.

Dopo la delicata rappresentazione del musical classico hollywoodiano in La La Land, Chazelle sceglie, un po’ come Spielberg con The Fabelmans ma in maniera totalmente diversa, di dedicare la sua ultima opera al cinema e alla storia del cinema, sviscerando il traumatico passaggio dal muto al sonoro che portò non poche problematiche sia a registi e produttori sia ad attori e attrici impossibilitati a reinventarsi e tenere il passo di questa nuova modernità.

Volendo iniziare con un plauso, meritatissimo il Golden Globe e la candidatura Oscar alla colonna sonora di Justin Hurwitz – veterano compositore dei film di Chazelle – perfetto commento a ogni scena della pellicola. Spiccano anche le performance attoriali dell’intero cast, tra le cose migliori di questo Babylon, da Brad Pitt a Diego Calva, a Margot Robbie, a Jovan Adepo, a Tobey Maguire. Assistiamo al folle percorso di splendore e disfacimento di questi personaggi in un mondo che dietro ai lustrini cela il marcio e alcuni di essi sono scritti proprio rifacendosi alle reali storie di star hollywoodiane del passato. Il Jack Conrad di Pitt, difatti, non è altro che un riadattamento di star come John Gilbert, Clark Gable o Douglas Fairbanks. Attori che hanno fatto la loro fortuna e poi si sono visti rimpiazzati. Anche Nellie LaRoy, interpretata da una straordinaria Margot Robbie, incarna svariate dive del cinema muto, ad esempio Clara Bow, mentre il personaggio di Sidney Palmer (Jovan Adepo) fa riferimento ai tanti musicisti e attori neri di quegli anni, idolatrati per la loro bravura ma comunque continuamente discriminati.

Chazelle descrive in modo accurato l’avvento del sonoro nel cinema, la destabilizzazione che provocò non solo negli attori, abituati a recitare perlopiù con il corpo, ma anche nei produttori e nei registi, alle prese con nuove tecnologie e tempi di produzione decisamente allungati e complessi. Una critica a questo sfarzoso ed estremo universo fagocitante, a tratti forse un po’ troppo didascalica. Nulla da dire neppure per quanto concerne il comparto tecnico: ottime la regia di un autore che sa il fatto suo, con splendidi piani sequenza e scenografiche inquadrature, la fotografia e l’estetica tutta. Su questo Chazelle non delude.

Eppure, non mancano le note dolenti. Una delle maggiori criticità di Babylon, se non la più eclatante, è senz’altro il ritmo. Possiamo ipotizzare che Chazelle, durante la scrittura e le riprese del film, abbia avuto come un cortocircuito, in quanto la pellicola è palesemente divisa in due parti: la prima coinvolgente e tecnicamente impeccabile, la seconda del tutto confusionaria, frettolosa e, per usare un termine poco tecnico ma sempre efficace, brutta.

Veniamo inizialmente catapultati in questo omaggio alla tracotante Hollywood degli anni Venti e Trenta all’interno di una villa bellissima che mette in mostra i fasti e tutti gli eccessi, le depravazioni del periodo, alcol, droghe, orge, persino la presenza di un elefante. Incontriamo personaggi sfaccettati, accattivanti e le nostre aspettative non sono alte, di più. Poi – dopo il cortocircuito – tutto crolla. La trama sembra non progredire da nessuna parte, i personaggi svaniscono misteriosamente per poi riapparire senza logica di scrittura e i toni, dapprima satirici e affascinanti, a tratti grotteschi, diventano di colpo drammatici, tra un tragico e un horror che non ha motivo di esistere.

Assistiamo quasi a un altro film, discontinuo e poco curato anche nel comparto tecnico, come nel montaggio finale che omaggia la storia del cinema ma che finisce per risultare solo un pomposissimo esercizio di stile del regista. Anche l’epilogo della vicenda e di molti dei personaggi non soddisfa appieno. Che questo drastico cambiamento sia una metafora della decadenza del tempo, dell’ascesa e del declino di questa nuova Hollywood? Forse. Purtroppo, però, il risultato lascia un po’ di amarezza, a tratti quasi annoia ed è per questo che le quasi tre ore e un quarto di pellicola non sono assolutamente giustificabili. Molte scene si potevano tagliare senza problemi oppure si potevano evitare ripetizioni e ridondanze per cercare di approfondire alcune storie – quella di Sidney Palmer, ad esempio – che, così, sembrano solo buttate nel calderone.

Nel complesso, resta un film con un suo perché, anche solo per l’estetica, cosa che ci spinge senz’altro a consigliarlo e a consigliare la sala, dando la possibilità a ognuno di farsi la propria opinione critica. È solo un peccato sapere che tipo di regista e sceneggiatore sia Damien Chazelle e riconoscere che, con questo Babylon, avrebbe potuto fare molto di più.

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