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L’inferno al Don Uva di Foggia: la “disumanizzazione” delle cure e del lavoro

Martina Benedetti di Martina Benedetti
17 Febbraio 2023
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Tra le mura di una struttura residenziale per anziani e/o invalidi un individuo dovrebbe trascorrere in serenità il suo tempo di cura, riabilitazione e vita. Purtroppo, sempre più spesso, molte realtà diventano palcoscenico di assurde e immotivate atrocità. Quello del Don Uva di Foggia è stato un incubo che ha preso forma sotto gli occhi delle forze dell’ordine attraverso intercettazioni ambientali e filmati delle telecamere piazzate nei corridoi e nelle stanze della struttura. Immagini e video agghiaccianti.

L’operazione New Life svolta dai carabinieri del comando provinciale di Foggia e del gruppo Tutela della Salute di Napoli viene coordinata e diretta dalla Procura di Foggia e le indagini partono dopo una conversazione intercettata nell’ambito di un altro procedimento penale. Sarebbero infatti state carpite, nel contesto di un’altra indagine, parole di ciò che succedeva abitualmente all’interno della struttura sanitaria.

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Reati di maltrattamenti aggravati, sequestro di persona, violenza sessuale e favoreggiamento personale sono stati raccolti a carico di trenta dipendenti, accusati per differenti profili di responsabilità. Otto infermieri, sedici operatori sociosanitari e due educatrici professionali, tre operatori sanitari interinali e un addetto alle pulizie della ditta appaltatrice del servizio.

Le condotte degli imputati, oltretutto, pare siano state attenuate dal sospetto di essere indagati. Raccapricciante pensare a cosa subissero, da tempo, gli ospiti del Reparto Ortofrenico del Don Uva di Foggia tra indifferenza e omertà in un clima, oggettivamente, malsano. Corpi trascinati sul pavimento di lunghi corridoi, percosse, abusi (anche di natura sessuale), violenze verbali inaudite pervengono agli occhi delle forze dell’ordine. Maltrattamenti che gli ospiti subivano, ripetutamente, proprio da parte dei garanti della loro salute. Ospiti, oltretutto, affetti da deficit mentali congeniti (o acquisiti) senza strumenti e i mezzi per difendersi.

Universo Salute è una cooperativa che opera in regime di accreditamento istituzionale con il sistema sanitario della Regione Puglia e il sistema sanitario della Regione Basilicata nelle sedi di Bisceglie, Foggia e Potenza. La società, nata nel 2015, è subentrata nella proprietà del Don Uva alla Congregazione delle Ancelle della Divina Provvidenza.

Sulla triste e deprecabile vicenda, l’atteggiamento di Universo Salute è quello di massima collaborazione con la magistratura, proprio come dichiara l’A.D. Luca Vigilante. La cooperativa, dopo l’accaduto, rivendica tramite un comunicato stampa che il valore della buona salute non è uno slogan, affermando di aver raggiunto livelli qualitativi importanti nell’erogazione dei servizi e una massima trasparenza. Invitano, sul sito, ad andare a trovarli senza preavviso nel pieno rispetto della privacy di pazienti e operatori. «Saremo lieti di condividere la nostra testimonianza più bella degli ultimi tempi: il valore della buona salute nell’Opera Don Uva di Universo Salute, di cui andremo sempre fieri e orgogliosi», queste le parole di Alfredo Nolasco, Responsabile Area Comunicazione e Relazioni Istituzionali US.

Parallelamente, si potrebbe leggere un’altra versione della storia rispetto a quella dell’ambiente lavorativo idilliaco e virtuoso. USB (Unione Sindacale di Base) già nel 2018 denunciava la seguente situazione riferendosi proprio al Don Uva di Foggia e anche a quello di Bisceglie in una lettera aperta: Continui ricatti occupazionali verso i lavoratori con notevoli ripercussioni sulla organizzazione del lavoro […] gravissime sono le condizioni di lavoro: mansioni diverse, carichi di lavoro aumentati, confusione nella organizzazione del lavoro, strutture ed attrezzature danneggiate e obsolete, carenza di personale specializzato e di fisioterapisti. Le rimostranze proseguono poi anche negli anni successivi.

Perché, quando avvengono questi episodi, è importante analizzare il contesto lavorativo? Un contesto lavorativo degradante attira degrado. Non si spiegherebbe, altrimenti, il clima che ha permesso l’indisturbata attività delle persone imputate; non due, non tre ma ben trenta, un numero veramente cospicuo. La domanda allora sorge spontanea: quanto è giusto continuare a chiudere gli occhi sulla qualità assistenziale purché si copra un servizio?

Non voglio mettere in dubbio la preparazione e l’umanità di tutti gli altri dipendenti ma, oggettivamente, le immagini dei video estrapolati dal Reparto Oligofrenico del Don Uva di Foggia non mi fanno pensare, come prima cosa, a standard di elevata qualità assistenziale, piuttosto alle torture nei lager.

Partiamo dal presupposto che non tutti gli atti criminali e di degrado sono generati dal contesto ma da mancanze e non curanze possono prendere vita situazioni anche molto spiacevoli. Il contesto influenza infatti l’agire di ognuno di noi. Le condizioni ambientali in qualche modo avvalorano e giustificano le modalità di azione e la predisposizione mentale ed emotiva associata a essa. Non sono io a dirlo ma dei ricercatori. La chiamano teoria delle finestre rotte e nasce da uno studio osservazionale condotto negli anni Sessanta.

Sfido chiunque a ipotizzare che nel reparto si respirasse un clima idilliaco e di virtuosismo ma le mie, ovviamente, sono solamente ipotesi che dovranno essere confermate o smentite dalle indagini.

Diego Rana, commissario Bat dell’Uneba, la più rappresentativa e longeva organizzazione di categoria del settore sociosanitario, assistenziale ed educativo, con quasi mille enti associati in tutta Italia (quasi tutti no profit di radici cristiane) in merito all’accaduto specifica che non dobbiamo correre il rischio di confondere il livello aziendale con quello delle responsabilità individuali e di gruppo degli autori di queste azioni delinquenziali.

Parla quindi di responsabilità individuali e ribadisce l’enorme danno di immagine. Parla poi di fiducia perduta da parte dell’utenza. Come Uneba, non possiamo che apprezzare la decisione dei vertici del Don Uva che hanno sospeso le persone coinvolte e attendono gli atti della magistratura per procedere con i licenziamenti di chi ha tradito la fiducia anche di chi aveva offerto loro un posto di lavoro sicuro, con stipendi certi e ampie prospettive professionali. È la dimostrazione che le aziende non hanno alcuna responsabilità in storie tremende come questa.

Penso invece che in un’azienda debba essere proprio la punta della piramide responsabile di ciò che avviene alla base. Il datore di lavoro ha responsabilità sui processi e sulle mansioni dei dipendenti e deve mettersi in gioco, per primo, in caso di falle o errori. Dopotutto, in una società che disumanizza il lavoro, non dobbiamo stupirci se un’azienda è incurante del livello di umanità dei propri dipendenti.

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