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“Autobiografia di una zucchina”: parlare di orfani attraverso un cartoon

Zaira Magro di Zaira Magro
9 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Siamo tutti uguali qui. Non c’è più nessuno che ci ami.

Da quando il marito l’ha abbandonata, la madre di Icare, che per i suoi occhi sgranati e languidi viene soprannominato da quest’ultima “Zucchina”, trascorre la sua esistenza seduta sul divano, con il telecomando in una mano e una lattina di birra nell’altra, da cui si libera solo per picchiare quel piccolo stupido di nove anni che le è toccato in sorte da un matrimonio ormai finito. Nel farlo, la donna invoca il cielo e questo basta a convincere il bambino che la ragione di quelle botte siano i dispetti di quello stesso cielo che la mamma tanto odia. Per questo motivo, un dì Zucchina decide di sparare alle nuvole con il revolver che ha trovato in uno dei cassetti della madre. I colpi destano l’attenzione della donna, la quale esce nel giardino e viene accidentalmente colta da uno di essi che la fa cadere a terra inerme, immobile come una bambola. Da quel maledetto momento, la vita di Zucchina cambia per sempre: affidato dagli assistenti sociali alle cure della signora Papineau, direttrice della casa famiglia Le Fontane, il piccolo fa la conoscenza di un micro-mondo abitato da bambini che, come lui, hanno una storia dolorosa alle spalle, ma dai quali egli può imparare molto.

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Un figlio che uccide sua madre non è il tipo di protagonista che ci si aspetterebbe da una storia per l’infanzia, ma Gilles Paris prova ancora una volta, dopo il successo de  Il bambino nel paese dei canguri (2013), a veicolare concetti complessi attraverso le parole semplici dei più giovani, dando un tono favolistico a situazioni crude e reali.

Autobiografia di una zucchina – questo il titolo dell’opera pubblicata in Francia come Ma vie de Courgette – nasce da un lavoro di consulto di giudici, psicologi ed educatori e, soprattutto, dall’osservazione di ragazzi difficili nelle case di accoglienza francesi. Al suo interno trovano spazio non solo le storie di orfani, ma anche quelle di bambini allontanati dalle loro famiglie di origine perché incapaci di prendersene cura, poiché spesso composte da tossici o persone incarcerate, o per motivi gravi come, ad esempio, l’abuso fisico.

Alle situazione edulcorate a cui spesso i libri per i più piccoli ci abituano, si sostituiscono le scene realistiche della vita da istituto, le quali ci riportano inevitabilmente alla mente i personaggi del cinema del connazionale François Truffaut, che con la sua pellicola Les Quatre Cents Coups (I Quattrocento Colpi) del 1959 aveva raccontato l’immagine del ragazzo abbandonato a sé stesso in un riformatorio da genitori stanchi di dover far fronte alle sue malefatte. Di questa matrice sono anche i discorsi disincantati dei giovani personaggi e le loro riflessioni crude e schiette che ricordano le risposte sincere che lo psichiatra del film di Truffaut riceve dal piccolo protagonista, Antoine Doinel.

Del tutto nuova è, tuttavia, l’immagine che viene data dallo scrittore delle strutture di accoglienza:  le Fontane è un luogo ben diverso dagli scenari a cui il cinema ci ha abituato nel corso della sua storia. Calato in una dimensione del tutto nuova, che nulla di buono fa sperare, Zucchina si ritrova dall’essere considerato un “piccolo stupido” da sua madre e un “minore incapace” dai giudici all’essere considerato un individuo degno di attenzione e risposte sincere. Vengono a mancare, inaspettatamente, risposte evasive e brusche, in favore di dialoghi costruttivi e spiegazioni dettagliate. Per la prima volta, il piccolo sperimenta l’amore di una figura materna nelle braccia di Rosy, che si prende cura dei bambini della comunità.

Un libro, perciò, pronto a stravolgere. A farla da padrone, nonostante l’immagine positiva che vien data a tutti i personaggi adulti nel romanzo, i quali tentano con delicatezza di accompagnare i piccoli ospiti nella loro quotidianità, sono ovviamente i coetanei di Zucchina, la cui infanzia è stata tragicamente macchiata dall’abbandono e dall’abuso, ma che sono, nonostante tutto, in grado di insegnare come si ami e si riceva amore.

Tra di loro, spicca Camille, la quale insegna a Icare che il significato che attribuiamo agli eventi non è mai univoco: la lattina che Zucchina porta con sé in ogni dove diventa un espediente di salvezza per Camille stessa; le tacche sullo stipite della porta che venivano segnate dalla madre di Zucchina al momento dell’ennesimo evento tragico della sua vita (la fuga del marito, per tracciare un esempio) diventano un simbolo di rinascita. Il male e il bene si fondono in un unico puzzle dalle tinte pastello, perché persino vivere in una casa famiglia può essere un’esperienza meravigliosa, se comparata al fiume di dolore da cui si è stati sottratti.

L’opera, i cui diritti editoriali sono stati acquistati in Italia, Spagna, Germania, Giappone, Cina e Lituania per un totale di oltre duecentomila copie vendute, è divenuta nel 2016 un film d’animazione di produzione franco-svizzera, realizzato in stop-motion da Claude Barras. La pellicola, definita dalla critica un’opera che infrange una serie di tabù e trova il giusto equilibrio fra dramma, commozione e speranza, si discosta poco dall’originale e in alcuni punti si limita a conferire fisicità alle descrizioni sapienti di Gilles Paris. Arrivata nelle sale italiane il 24 novembre 2016, la trasposizione ha catturato l’attenzione dei più piccini, con la sua animazione, e quella degli adulti, ammaliati da una storia di cui riescono a cogliere la veridicità.

Non manca, neanche in questo caso, un clima privo di illusorie promesse di una vita spensierata per tutti, ma allo stesso tempo il film lascia lo spettatore in balia di una sensazione di genuina speranza.

Tout ira bien là (Tutto andrà bene là) canta nei titoli di coda Sophie Hunge, nome d’arte della cantautrice svizzera Émilie Jeanne-Sophie Welti, alla quale è stato affidato il compito di curare la colonna sonora della pellicola. Tutto andrà bene.

Prec.

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