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Attualità

Appugrundrisse, come Napoli svende la propria identità

Il solo fatto che nel corso dell’ultimo anno – e dunque dall’avvicendamento a Palazzo San Giacomo tra Luigi de Magistris e Gaetano Manfredi – mi ritrovi a leggere il quarto titolo saggistico che ha per protagonista la città di Napoli (con un focus attento all’esperienza amministrativa dell’ex magistrato) è sintomo di quanto significativa sia stata la stagione politica governata dal leader del gruppo demA.

Quando mi è stata suggerita la lettura di Appugrundrisse di Paolo Mossetti (minimum fax), pensavo che avrei proposto la solita recensione a dipanarne le tematiche, elogiarne i punti di forza e segnarne con la matita rossa le criticità. Invece, il testo del giornalista stimola a un’analisi più approfondita, che ho anche tentato di arricchire chiedendo il parere del principale protagonista del periodo preso in oggetto dall’autore, l’ex Sindaco de Magistris. Ma ci arriveremo.

Innanzitutto, sento di poter affermare che quello di Mossetti è il miglior testo che ho letto sul tema, a prescindere da quanto mi trovi d’accordo la sua disamina circa l’ultimo decennio politico, sociale e culturale che ha interessato il capoluogo campano. Mossetti propone un’analisi lucida e per certi versi spietata di una Napoli mercificata oltre ogni decenza, una città simbolo della turistificazione e della svendita della propria identità in favore di un brand a carattere gastronomico tutt’altro che lusinghiero, spesso legato ai trend dei principali social network del momento, come Instagram e TikTok.

A cominciare dal titolo, Appugrundrisse, l’autore dimostra di avere le idee chiare e dichiara guerra alla svolta pop della città del Vesuvio. Mossetti mescola il sentimento della appucundria tanto cara a Pino Daniele – un sentimento di incompletezza doloroso che tiene compagnia per qualche minuto. Una ventata di malessere, fisico e spirituale, che soffia e ti disfa le lenzuola del letto mentre sei in dormiveglia – ai Gundrisse di Marx, i taccuini del filosofo tedesco che, di fatto, anticipavano le teorie de Il Capitale.

Dicevo, Paolo Mossetti si presenta con le idee molto chiare. Dal suo sguardo di napoletano emigrato all’estero, e di recente tornato tra i vicoli del centro storico, l’autore vede lo sviluppo della città nel corso degli ultimi anni e ne critica la trasformazione che ha fatto di Napoli un laboratorio liberista, una bancarella a basso costo per il brand della sfogliatella, dove l’erosione compiuta da Airbnb ha portato al conseguente dramma della gentrificazione. Insomma, un centro incapace di salvaguardare la propria identità.

Con un grande lavoro di ricerca che coinvolge i principali artefici e beneficiari di questo boom, da Peppe Spritz a Piazza Bellini alla pasticceria Poppella alla Sanità, passando – ovviamente – per la pizza di Gino Sorbillo e la trasformazione dei Quartieri Spagnoli, Mossetti punta il dito contro l’esplosione del mercato del food, che si traduce, in effetti, in uno svilimento dell’esperienza, nella distruzione di qualsiasi forma di autenticità. Napoli, insomma, prova soggezione di fronte alla sua nuova vocazione, una città votata esclusivamente al turista, fino a esserne vittima.

La malattia di cui soffre la città affonda alcune delle sue radici più importanti in fenomeni che, almeno in una certa misura, sfuggono al controllo dei napoletani: i processi di globalizzazione, le trasformazioni portate dall’innovazione tecnologica e lo sviluppo dei social media, che fanno di Napoli un dipinto ingannevole, la raffigurazione di un mare in bonaccia che nella realtà si presenta tempestoso. 

Ma è davvero così? Ciò che Mossetti dipinge è un quadro fedele della nuova Napoli, tuttavia la sua disamina non prende in considerazione alcuni aspetti fondamentali o, forse, non con la stessa enfasi con cui propone la propria critica, su tutti l’avvento della pandemia da Covid-19. 

Napoli, proprio come Berlino, Barcellona o Venezia, negli ultimi anni ha visto svilupparsi sul proprio territorio una nuova forma di business, legata a nient’altro che alla propria identità e alla capacità di attrarre turisti. Questo tipo di sviluppo è senz’altro effimero, come lo stesso autore tende a sottolineare – dal momento che gli introiti generati da questa economia non vengono reinvestiti per frenarne gli aspetti negativi, come la svendita delle case – ma per la città di Napoli, nel momento storico in cui ha cominciato a prendere piede, è stato forse salvifico.

A tal proposito, ho voluto contattare l’ex Sindaco de Magistris per chiedergli una considerazione: «Credo che certe critiche vadano fatte all’attuale amministrazione, che vive degli effetti positivi del turismo ma non ne governa gli effetti collaterali. Oltre a non attrarre turisti ed eventi internazionali, a essere città sinonimo di degrado e monnezza, Napoli non appariva in alcuna cartina geografica della politica. A proposito della turistificazione, durante i dieci anni della mia esperienza a Palazzo San Giacomo abbiamo tentato di governare i flussi negativi mettendo dei limiti alle concessioni alle multinazionali per gli edifici storici o per chi voleva impiantare gli Airbnb all’interno del centro storico, al netto delle normative vigenti. Fino a prima della pandemia, dove siamo stati costretti anche dallo Stato a offrire più spazi all’aperto alle attività, il controllo c’è stato. Se poi era meglio la Napoli dei rifiuti al primo piano, sorrido in maniera amara».

E l’ex magistrato ha ragione. Che il turismo napoletano sia ormai fuori controllo è innegabile ma, posto che nessuna legge nazionale permette a un Sindaco di intervenire sull’autonoma scelta di qualsiasi privato di trasformare la propria casa in un b&b o un locale commerciale nell’ennesima cicchetteria, non riconoscere che, attraverso il richiamo al turismo, la Napoli degli ultimi dieci anni era tornata a respirare entusiasmo e fiducia è  ingeneroso.

Mossetti mi trova invece d’accordo quando afferma che fatto il turismo, riportata la città sulle cartine geografiche, si sente ora il bisogno di garantire a chi ci vive quotidianamente di poter usufruire dei propri servizi dignitosamente. Da ormai oltre un anno è cambiata la guida a Palazzo San Giacomo e, in tal senso, i segnali che arrivano da Piazza Municipio non sono dei più confortanti, con la corsa alle privatizzazioni che sarà ancora più aggressiva della stagione appena passata e con l’aggravante di un’ingente quantità di denaro oggi stanziata dallo Stato al Comune che non verrà utilizzata allo scopo di politiche sociali e a vantaggio del cittadino.

Oltre al turismo fuori controllo, Napoli è tornata sinonimo di abbandono e degrado. Dovesse – a tal proposito – venir meno il boom di visitatori, siamo sicuri che l’unico effetto non sarà quello di far cadere di nuovo il silenzio e la depressione di chi crede che qui non cambia mai niente?

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