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“American Beauty”: cinema e poesia

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
9 Giugno 2021
in Cinema
Tempo di lettura: 5 minuti
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Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica e c’è elettricità nell’aria, puoi quasi sentirla. Mi segui? E questa busta era lì, danzava, con me, come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro a ogni cosa, e un’incredibile forza benevola che voleva che sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so, ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte, c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla. Il mio cuore sta per franare.

Capita, sin troppo spesso nel mondo contemporaneo, di avvertire il peso di una vita che non soddisfa, dei giorni che passano senza una prospettiva, degli incroci senza sapere dove andare. Capita di non avere una direzione, di essere spaventati, spaesati, di ascoltare il vuoto dei propri passi chiedendosene il senso. Capita di essere stanchi, di sentirsi come orme che spariscono sulla sabbia, di accorgersi che, forse, si è qui privi di un vero perché. Intanto, il tempo scorre in fretta e noi non riusciamo a farlo nostro.

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American Beauty è, probabilmente, uno dei film più belli degli ultimi vent’anni: non tanto per la trama – di base non così inedita, a esclusione del finale –, ma per Kevin Spacey (oggi, per noi tutti, il Presidente Frank Underwood) – non a caso premio Oscar come miglior attore protagonista –, per l’elogio alle cose belle, le più apparentemente insignificanti, e, soprattutto, per la celebre scena in cui Ricky ci accompagna nella delicata danza con il sacchetto di plastica che, da lui ripreso, leggiadro, si muove nell’aria. Un’autentica poesia su pellicola. Poco più di due minuti per i quali ringrazierete il regista per il resto dei vostri giorni.

Ricky Fitts è un ragazzo “difficile”, forse per questo speciale. Apatico di indole, nato in una famiglia che di lui si cura poco e vittima di un padre che non smette, nemmeno tra le mura domestiche, la divisa dei marines, spaccia droga per poter acquistare videocamere e strumenti di vario genere con i quali immortalare il mondo, ma soprattutto cosa si cela dietro di esso. Attimi di vita, di morte, di intimità, si susseguono nelle sue riprese prive di artifizio, ma vere e incredibilmente intense. Quello che il giovane cerca, nel gelo di una casa priva di amore, è qualcosa che lo tenga vivo, che stimoli l’immaginazione, che doni calore. Il mondo, in fondo, ne è pieno. Come la bellezza.

In effetti, l’intero capolavoro cinematografico – come suggerisce anche quel beauty del titolo – ruota proprio intorno a quest’ultimo tema, la bellezza, dalla quale siamo circondati, il più delle volte senza nemmeno rendercene conto. Forse, perché la diamo per scontata o, forse, perché qualcuno crede di non meritarla. In tanti, spesso, ci addossiamo colpe che non abbiamo.

Ma se, lungo quasi tutta la durata del film, per Lester la sua massima espressione è Angela (il cui nome è già piuttosto eloquente), un’affascinante e intraprendente ragazzina bionda, svampita tanto quanto basta ad accrescere lo stereotipo, che gli ricorda che la bellezza, come il senso della vita, non è in quella quotidianità grigia e spenta nella quale il protagonista – ma, spesso, ognuno di noi – tende a rifugiarsi e ad abituarsi, per Ricky essa va perseguita ovunque, anche quando i nostri occhi o i nostri sensi non riescono a percepirla nell’immediato.

La bellezza non è altro che una sensazione, un’emozione, un brivido discreto. È una foglia che cade, un pianto liberatorio, una risata a lungo trattenuta, un frutto maturo, il primo sole del mattino, un’onda dolce, ma anche violenta, di quelle che si scontrano con gli scogli, è il primo vagito di un bambino, la sua mano nella tua. È uno sconosciuto che sorride. Quel qualcosa che ci ricorda perché siamo vivi. Le piccole cose, ad esempio. Persino un comune sacchetto per la spesa, un segno atteso fin troppo a lungo.

La busta di plastica per Fitts è esattamente questo: un’epifania, una rivelazione, lo svelamento dell’inesplicabilità del reale, del tangibile, di tutto ciò che cerchiamo al di fuori del contingente, in un Paradiso che nessuno sa se esista per davvero. La bellezza, quella che attribuiamo al sovrannaturale, è tutta qui, ma ammetterlo ci costa, ci fa paura, ci costringe a confrontarci con le debolezze, con l’oscurità che ci attanaglia e spinge verso il basso. Ricky, con le sue riprese, con l’emozione di chi si è sentito leggero e ha danzato, spalanca la finestra anche per noi, lascia che aria pulita e fresca invada le stanze del nostro io segregato tra le mura del timore e dell’egoismo. Una sequenza, quella montata dal giovane che, accompagnata dalle sue parole, commuove e accarezza, in modo delicato, ma deciso.

American Beauty, dunque, è un meraviglioso incontro di versificazione e cinema che non corre mai il rischio di risultare stucchevole o finto. I personaggi, da Lester a Ricky, sono tutti degli oppressi, degli infelici, degli inadatti, per questo, sorprendentemente umani. Umani quando hanno bisogno di ricordare, quando il cuore sta per franare, nella loro solitudine, quando si lasciano andare. Una trama, quindi, e una scena sul senso della vita. Quella che, forse, non capiremo mai.

Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.

Prec.

Giacomo e Carlo Brogi, fotografi a Napoli

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