Perché l’orrore sulla Terra è reale e accade tutti i giorni. È come un fiore o come il sole, è qualcosa di incontenibile. Una violenza che continua a violentare nel tempo. È la storia di Amabili resti, romanzo di Alice Sebold, scrittrice statunitense classe 1963, pubblicato nel 2002 da Edizioni E/O con la traduzione di Chiara Belliti. Nel 2009 il regista Peter Jackson ha realizzato il film The Lovely Bones, adattamento cinematografico del romanzo, giunto al cinema in Italia a febbraio 2010.
Un omicidio. Una morte che supera sé stessa. Una famiglia. Cinque componenti, quattro che restano. Una ragazza, Susie Salmon, violentata e uccisa barbaramente da un vicino di casa. A narrare questa storia è proprio Susie, ragazza morta a quattordici anni, da un aldilà che è molto vicino alle soglie, ai confini, ai luoghi e non luoghi della vita. Dunque, se c’è una voce la vita continua. Se c’è una voce possono ancora esserci domande, se c’è una voce ogni prospettiva ha una sua dignità. Dunque, se c’è una voce la morte sembra non esistere. Nulla va via e la vita è un eterno ieri.
Non va via il dolore incurabile di Jack Salmon, padre di Susie. Non va via la rabbia di Lindsey, sorella minore di Susie, sorretta dall’amore paziente di Samuel. Non va via l’infanzia mai vissuta di Buckley, fratello minore di Susie e Lindsey. E non va via lo smarrimento di Abigail, madre di Susie, che si allontanerà per otto anni dopo la morte della figlia, vagando senza sosta e senza meta, per poi tornare a casa, all’amore e al dolore rimasto intatto nonostante il tempo trascorso.
In Amabili resti non è solo la vita che tenta di soccorrere la morte. È soprattutto la morte a soccorrere la vita. Così il rapporto fra la vita e la morte non si manifesta in dimensione verticale. Al contrario assume una forma orizzontale. Dunque, non sono più solo i vivi a provare a ristabilire il proprio respiro. Sono anche i morti a dover lasciar fluire la vita dei propri cari e permettere loro di percepire la vita nella sua interezza.
Ma la violenza, una violenza che sparge resti umani come fossero briciole, spezza il respiro. L’unico modo per non morire, nonostante lo strazio di un’intera famiglia, è continuare a vivere. Ma come si fa?
Jack sopravvive sapendo chi è l’assassino della propria figlia, vedendolo vivere liberamente come se non avesse compiuto più omicidi, nel tentativo di permettere alle forze dell’ordine di trovare prove capaci di incastrarlo. Questo non lo distoglie dal chiedersi continuamente e incessantemente quale sia la radice del male e della violenza. Cosa può portare un uomo a violentare e poi uccidere una ragazzina di quattordici anni riservando al suo corpo un trattamento abominevole?
Diventano questi gli interrogativi che inquinano le esistenze dei familiari di Susie. E non bastano anni di albe nuove, nuovi amori, nuovi lavori a distoglierli dal desiderio di trovare una risposta. Ma c’è davvero qualcuno che può rispondere a tali interrogativi?
Forse no, anzi, sicuramente no. Restano le storie, restano le parole, restano i libri. E in Amabili resti si resta amabilmente. Offrendo un fiore alla vita che toglie i frutti più dolci. Perché, nonostante tutto, il resto più amabile è ancora, e sempre, la vita.
Resta l’abbandono dell’essere vivi, la luminosa e buia pena dell’essere umani, l’andare avanti a tentoni, brancolando negli angoli per poi aprire le braccia alla luce in un continuo attraversare l’ignoto.
Alice Sebold attraverso le sue parole compone e scompone la vita e la morte, l’emozione e la razionalità feroce. Si inoltra nel buio che resta buio e scorge la luce che pur sforzandosi mai sa negarsi. Così la luce, anche quando si desidera solo il buio, anche quando si smette di riconoscerla in quanto luce, amabilmente, resta. E in qualche modo indica la strada per continuare a vivere.






