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“A Christmas Carol”, tra Natale e denuncia

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Tra i racconti di Natale più celebri della letteratura mondiale di sicuro un posto d’onore è occupato da A Christmas Carol, in Prose. Being a Ghost-Story of Christmas, il romanzo breve del rinomato scrittore inglese Charles Dickens, conosciuto da tutti anche per i numerosi adattamenti teatrali e cinematografici che ha avuto. Il racconto lungo venne scritto dall’autore anglosassone in sole sei settimane e pubblicato il 19 dicembre del 1843. Le 6mila copie edite da Chapman & Hall, rilegate in velluto e accompagnate dalle litografie di John Leech, furono esaurite nel giro di pochissimi giorni, decretando il successo dell’opera.

La storia narrata in A Christmas Carol è quella dell’avaro Ebenezer Scrooge, ispirato al parlamentare inglese John Elws (1714-1789), che vive cercando di guadagnare più che può e di accumulare più denaro possibile. A metterlo in guardia dal suo egoismo, la notte di Natale, gli vengono in visita diversi spiriti che gli mostrano le conseguenze che le sue azioni hanno sia sugli altri che su se stesso, riuscendo, in questo modo, a portarlo sulla via della redenzione e a fargli comprendere quanto sia importante per i più fortunati aiutare coloro che lo sono meno. Il libro si presenta quindi come un racconto con atmosfere gotiche, che, per come è strutturato, sembra essere un vero e proprio dramma in cinque atti.

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Se da un lato gli studiosi di letteratura ci informano che Dickens decise di scrivere l’opera per far fronte a dei problemi finanziari, rimasti irrisolti per il poco guadagno ottenuto nonostante le eccellenti vendite, dall’altro, se si legge attentamente il racconto, si comprende che l’intento dell’autore era anche di denuncia. L’idea per A Christmas Carol, infatti, sembra sia venuta allo scrittore mentre stava tenendo una conferenza all’Università di Manchester, durante la quale parlò delle condizioni dei lavoratori, della povertà che dilagava nel regno della Regina Vittoria, delle condizioni dei carceri minorili e dei dormitori pubblici, ma soprattutto della necessità di istruire i meno fortunati. Attraverso i viaggi che Scrooge compie nel tempo con i suoi spiriti guida, dunque, Dickens porta il lettore per le strade della Londra vittoriana, affrescando non solo le usanze natalizie dei ceti più agiati, ma anche mostrando il dolore e la sofferenza a cui sono sottoposte le classi meno abbienti: il racconto natalizio diventa l’occasione per descrivere gli Hungry Forties e denunciare la povertà, l’analfabetismo delle persone meno ricche, ma soprattutto lo sfruttamento del lavoro minorile – di cui l’autore aveva fatto esperienza in giovane età quando era stato obbligato a lavorare per ripagare i debiti del padre –, i cui simboli diventano i due bambini nascosti sotto il mantello del Fantasma del Natale presente dal nome di Ignoranza e Miseria. Lo scrittore di Our Mutual Friend (1865) usò il suo romanzo breve come pretesto per criticare la Poverty Law, da poco approvata, che se apparentemente doveva tutelare i poveri, in realtà non faceva altro che permettere ai possidenti di fabbriche di ottenere manodopera schiavizzata a basso costo.

Forse, per chi oggi legge – o vede – A Christmas Carol questo scopo di denuncia non è poi tanto chiaro come lo è stato per i lettori che, scoprendolo, in epoca vittoriana hanno ritrovato tra le righe ciò di cui erano diretti testimoni ogni giorno. Tuttavia, nonostante il racconto abbia in parte perso questa sua dimensione di accusa, resta pur sempre un classico senza tempo per il suo messaggio più manifesto secondo il quale il Natale non è altro – e non dovrebbe essere altro – che amore e condivisione.

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