365 giorni 2
Cinema

“365 giorni 2”: perché le relazioni tossiche hanno successo?

Come una promessa, anzi, una minaccia, è tornato. 365 giorni 2, sottotitolo adesso (This Day), è stato distribuito su Netflix il 27 aprile e già rientra nella Top 10 della piattaforma, forse per quell’inspiegabile istinto umano che ci spinge a rallentare in auto se assistiamo a un brutto incidente. Versione polacca e poveraccia della celebre saga erotica di 50 sfumature, tratta dai romanzi di Blanka Lipińska, avevamo già recensito l’aberrante primo capitolo, divenuto ormai un cosiddetto scult internazionale, sottolineando come fosse stata spacciata per grande storia d’amore una storia di violenza e possesso ricolma di stereotipi.

Il mafioso Massimo (Michele Morrone), ossessionato – perché innamorato ci rifiutiamo di definirlo – a prima vista da Laura (Anna-Maria Sieklucka), l’aveva rapita per cercare di farla innamorare di lui entro un anno. Ovviamente, il tutto costellato dalle sue varie perversioni sadomaso, anche piuttosto noiose. Il film, regia del duo Barbara Białowąs e Tomasz Mandes, finiva con un incidente d’auto, un cliffanger che voleva mostrarsi intrigante ma che ci faceva presupporre solo altra sofferenza.

In questo secondo terribile capitolo, i due protagonisti si sposano addirittura e un terzo belloccio incomodo, Nacho (Simone Susinna), fa la sua comparsa, su una linea simil crime che risulta soltanto ridicola. Assistiamo al peggio del peggio: una regia da prediciottesimo, associata a una recitazione che fa rimpiangere The Lady di Lory Del Santo o Alex l’ariete, dialoghi senza senso o con un senso discutibile (un segreto oscuro è la base per una relazione felice), sesso praticamente ogni due minuti, colonna sonora scelta a caso, lusso sfrenato, auto sportive e cavalli sulla spiaggia al tramonto. Lui sempre più padre-padrone, lei che tira fuori pseudo frasi femministe come non sono un oggetto da spostare dove vuoi eppure continua esattamente a fare le stesse cose del primo film. Si salvano esclusivamente le location e i panorami della Sicilia.

Vi avvertiamo: saranno le due ore più lunghe della vostra vita, sebbene alcune scene risulteranno così trash da farvi ridere a crepapelle. Tuttavia, è un riso che cela l’amaro, proprio a causa dell’amore inteso come possesso e della romanticizzazione di quella che dovrebbe essere nient’altro che una sindrome di Stoccolma. Così come per 50 sfumature – sebbene lì ci fosse quantomeno una sorta di contratto firmato da entrambi –, è sempre il consenso che fa la differenza. Volendo essere sinceri, sappiamo bene cosa attira il pubblico e il problema non è l’intrattenimento trash. Il problema non è neppure la resa grafica di certe perversioni, di eccessi, violenze o atteggiamenti. La differenza sta nel sottotesto di condanna che viene o meno inserito. Se tale condanna non esiste ma, anzi, il tutto è descritto come vero amore, nemmeno come sentimento malato, il problema è enorme. Si gioca sulle violenze di genere, sugli abusi, sulla mascolinità tossica, sui femminicidi, i cui numeri secondo le statistiche sono attualmente fuori controllo. Si distrugge ogni battaglia del #MeToo.

Questo tipo di film, inoltre, vorrebbe essere aperto, senza tabù, indirizzato a un target prevalentemente femminile ed etero, piuttosto galvanizzato da tali storie. Roba che rimanda ai tempi dell’uscita di Twilight – ricordiamo che è qui l’origine di tutti i mali, perché 50 sfumature è nato come fanfiction di questa storia. Eppure, nonostante ciò, veniamo doppiamente presi in giro in quanto la messa in scena è carica di male gaze. Il sesso è pressoché sempre uguale, la camera indugia per quasi tutto il tempo sulle zone intime femminili e pochissimo su quelle maschili, se non per qualche addominale, il piacere di lei esiste solo passivamente. Vogliamo salvare almeno la scelta di inserire più di una scena di sesso orale femminile, che nelle narrazioni cinematografiche, di solito, sembra essere ancora un enigmatico tabù. Ma, per l’amor del cielo, se volete del vero soft-porn d’autore basta guardare Gaspar Noé o il più spietato Lars von Trier. Almeno lì c’è una trama.

Ciò che ci addolora è come si arrivi a tanta fruizione di prodotti cinematografici – quasi sempre trasposizioni di romanzi – con la presentazione di coppie stereotipate e di un amore estremamente tossico e pericoloso, assolutamente reso romantico e per nulla condannato. E se già 50 sfumature o 365 giorni bastano per prendere coscienza della pericolosità di mostrare certe relazioni, le cose si drammatizzano ancora di più quando le produzioni sono rivolte a un pubblico di adolescenti.

Un esempio fra tutti è After, saga di libri scritti da Anna Todd che a oggi conta già tre adattamenti cinematografici. Film che ha ricevuto recensioni generalmente negative, eppure capace di aggiudicarsi un Teen Choice Awards per il successo ottenuto. O ancora la saga di Love, di L.A. Casey. Si tratta dei cosiddetti Young Adults, prodotti di grande successo destinati ai teenager con all’interno una storia d’amore e, in certi casi, una buona dose di erotismo. Ma gli stilemi sono sempre gli stessi: un maschio alpha bellissimo e violento, che non deve chiedere mai ma solo pretendere; una ragazza rigorosamente vergine o comunque un po’ insicura. Il mito del bad boy che le insegna il sesso attraverso la sottomissione e la considera cosa sua a cui lei insegnerà l’amore puro, come a tirar fuori le proprie debolezze, sulla scia di un passato burrascoso che l’ha reso bello e dannato.

Raccontiamo dunque ai più giovani che certe relazioni sono giustificate in virtù di un amore a cui non dovrebbero aspirare. Diciamo ai ragazzi che un atteggiamento del genere è da macho e che è questo che cercano davvero le donne e diciamo alle ragazze che i loro desideri e istinti sessuali esistono solo in funzione dell’uomo, che è giusto sottomettersi, che se lui fa così è solo perché tiene a te e vuole proteggerti. Queste messe in scena vanno a vanificare secoli di battaglie e ad alimentare un modo di pensare che per anni ha fatto del male sia alle donne che agli uomini e che tutt’oggi fatichiamo a smantellare. Inoltre, vi è lo stigma della verginità femminile, vista come una virtù e, in caso contrario, il personaggio sarà quasi sempre una poco di buono. All’opposto, l’uomo avrà un’ampia esperienza che sarà qualificata come pregio. Collegata a ciò, la descrizione assolutamente deviata del desiderio sessuale e sentimentale, due elementi che esistono indipendentemente ma che in prodotti del genere vengono spesso confusi, specie in riferimento alle protagoniste. Anche qui, se cercate prodotti a tema adolescenza, amore e sesso, senza dubbio consigliamo Sex Education o Euphoria (che richiama il più noto Skins).

La cinematografia, così come la letteratura, non è solo un mero strumento di intrattenimento fine a se stesso e non tutti, specialmente i più giovani, saranno in grado di interiorizzarlo allo stesso modo. La rappresentazione di modelli deviati, di relazioni tossiche può, anzi, deve esserci se però ne vengono mostrate (anche) le conseguenze. Invece, vengono idealizzati e glorificati rapporti di co-dipendenza dove a farne le spese sono quasi sempre le donne, guarda caso. E sono la facilità e la superficialità con cui lettori e spettatori riescono ad apprezzare o addirittura a giustificare tali rappresentazioni che fanno davvero paura.

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