andreas
L'opinione

La mia scuola di libertà (pt.1)

A essere libera ho imparato da piccola, a otto anni. Andreas, un giovane soldato delle SS, era tornato a casa paraplegico per una pallottola che gli aveva leso la colonna vertebrale. Nei tempi delle paure avevo imparato a origliare quello che dicevano i grandi, ma volevo accertarmi di persona e vedere Andreas. Ero fortunata, perché quando venne la buona stagione, tutti i giorni sua mamma e i fratelli lo portavano nel giardino della loro casa, così dovevano passare proprio sotto la mia. Avevo sentito raccontare che il Comune gli pagava la camera nell’ospedale, dove si era attrezzato con un piccolo laboratorio per riparazioni di orologi e catenine.

– Ciao, Andreas, ho raccolto queste margherite per te.

– Grazie, piccola, come ti chiami?

– Ci vediamo, ciao!

La sua mamma sembrava non contenta che mi fossi avvicinata, quasi una kapò, quelle guardie dei lager di cui avevo sentito discutere i grandi. Parlai con mia madre e le chiesi tante cose su Andreas, perché non potesse camminare e perché quella donna fosse così seria e scostante. Chiesi perché il nostro papà ancora non tornasse dalla Jugoslavia. Mamma mi spiegò con parole molto semplici che la vita era fatta così. Che gli uomini cattivi avevano dato inizio alla guerra, che tanti erano morti e quelli feriti come Andreas dovevano essere aiutati, che le malattie sono una cosa naturale e che anche morire lo è. Il mio papà non tornò dalla prigionia ma vi morì di dissenteria.

Un giorno si spezzò la catenina d’argento che mi era stata regalata per la prima comunione. Ero quasi felice. Un espediente per andare da Andreas.

– Mamma, vado da Andreas a farmela riparare. Gli posso portare la cioccolata che mi hai regalato?

– Certamente, è tua, e chiedigli anche quanto devi pagare per la riparazione.

– Sì, sì, i soldi li prendo dal mio porcellino.

– Va bene, attenta, e non essere noiosa con Andreas!

– Buongiorno, Andreas, per favore mi aggiusteresti la catenina che si è rotta?

– Ciao, piccola. Certamente, finisco di chiudere questo orologio e aggiusto la tua catenina.

– Posso guardare come lavori?

– Certo, siediti qui accanto al tavolo.

Aveva una lente su un occhio per vedere bene i piccoli meccanismi dell’orologio che stava per assemblare con una pinzetta appuntita, in quelle mani magrissime. Mentre lavorava mi spiegava ciò che faceva. In un attimo di silenzio feci io delle domande, che da tanto avrei voluto fargli, sul perché non potesse più camminare. Mi raccontò della guerra, del momento in cui era stato ferito, dei suoi commilitoni che lo avevano soccorso e infilò anche degli aneddoti per farmi ridere.

Quel ragazzo, Andreas, visse molti anni e seppi che si era anche sposato. Era molto stimato e amato da tutti nel piccolo paese. Da questo contatto, imparai i primi passi verso la libertà.

La mia scuola di libertà (pt.1)
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