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Coppola e lupara: in Calabria solo colletti bianchi

Nessuno sparo irrompe nell’apparente quiete di un normale mercoledì pomeriggio di fine novembre. Eppure, ancora una volta, in Calabria il Cdm ha sciolto le giunte di ben cinque Comuni – quelli di Lamezia Terme, Marina di Gioiosa Jonica, Isola Capo Rizzuto, Cassano allo Ionio e Petronà – per infiltrazioni mafiose. A non tantissimi chilometri di distanza, invece, nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino di Napoli, accolti da Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania, Nicola Gratteri, Procuratore Generale di Catanzaro, e Antonio Nicaso, giornalista, presentano il loro libro Fiumi d’oro, dedicato al rapporto tra ‘ndrangheta e potere economico. Con loro, il Sindaco Luigi de Magistris, Catello Maresca, magistrato della DDA, Elena Coccia, Presidente della Commissione Consiliare Cultura del Comune partenopeo, Simona Napoli e Maria Donata Chiarappa, fondatrici dell’associazione Sognatore del deserto. Insieme parlano di malavita, di criminalità organizzata, di mafie che hanno bisogno di lavarsi e riciclarsi. Ieri armate di coppola e lupara, oggi di colletti bianchi.

L’accento, nemmeno a dirlo, viene posto in particolare sulla regione che quasi bacia la Sicilia, così bella e sinuosa, calda, nei colori come nei sapori, ma così tremendamente vittima di un sistema che le impedisce di svilupparsi concretamente e di emanciparsi dal soggiogamento di una violenza silenziosa che le deturpa l’anima di giorno in giorno, nell’indifferenza complice e colpevole dello Stato, ma anche dell’informazione.

Di ‘ndrangheta, infatti, a differenza della camorra napoletana e della mafia siciliana, nessuno parla, però si muore. Ancora oggi. In silenzio. E, mentre questa agisce indisturbata, non si fanno serie tv, non si puntano telecamere, non si accendono microfoni. Come se la Calabria e il suo malaffare non esistessero, come se nessuno dovesse sapere. E, invece, si sa, ma è meglio tacere. È meglio contare i morti, quando sono più rumorosi, e farne qualche articolo. Di ‘ndrangheta, però, è piena la terra dei Bronzi di Riace e lo Stivale tutto.

Come sottolineano gli ospiti all’ombra del Vesuvio, infatti, la cosca mafiosa di origini calabresi risulta, probabilmente, l’organizzazione criminale più potente, dalla politica sottile e raffinata, in grado di entrare in modo subdolo nelle istituzioni. Essa, in Italia, arriva ovunque: dagli organi di controllo, alle forze dell’ordine, a quelle politiche, la ‘ndrangheta gioca un ruolo principale nello scacchiere economico del Paese, grazie ai soldi provenienti dalla droga e dal riciclaggio di denaro che gli investimenti ambientalistici, soprattutto, le procurano in abbondanza, anno dopo anno, sostenuta da un sistema marcio e radicato fatto di collusione e corruzione.

Per fare affari in ambiti diversi dal mattone, dai terreni agricoli e dal commercio, questa organizzazione mafiosa ha bisogno di esperti, di professionisti di cui non può fare a meno. Per questo, la ‘ndrangheta non spara, non ne ha bisogno, veste gli stessi panni dello Stato. La classe dirigente, infatti, è quella che ha responsabilità maggiori, consentendo un’interfaccia che, in realtà, risponde a un principio di reciproca utilità. Un principio vigente soprattutto nella città di Catanzaro, capoluogo di regione, e nella sua provincia, dove distinguere la mano politica da quella criminale è opera ardua, in particolare perché il legame tra le varie parti è spesso di natura familiare. Risulta più difficile, quindi, trovare collaboratori di giustizia, convincere a “parlare”.

A differenza di quanto si creda, in Calabria l’esperienza investigativa è senza dubbio di grande livello, ma chi opera nella giustizia e nella tutela della legge ha a disposizione sempre troppi pochi strumenti, costretto a vivere nell’isolamento delle istituzioni che in via ufficiale rappresenta. Per tale motivo, va assolutamente dimostrata maggiore vicinanza a coloro i quali scelgono di restare in una terra dove la prima domanda che viene posta a un forestiere è A chi appartieni? A raccontarlo è il Sindaco di Napoli.

Aveva poco più di venticinque anni, Luigi de Magistris, quando per la prima volta, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, arrivò in Calabria per esercitare le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro. All’epoca, fresco di studi, non sapeva nemmeno cosa volesse dire l’interrogativo che gli era stato posto non appena giunto in quella che sarebbe diventata la sua casa per un bel po’ di tempo a venire. Giovane, come tanti giudici ragazzini, ignorava – o, forse, non percepiva la reale gravità – che la mafia, quella vera, non fa uso di armi. L’ex magistrato, però, continua il suo racconto commosso, sottolineando la bellezza delle persone incontrate nel periodo calabrese, costrette a subire soprusi costanti.

La facilità di corruzione in questo Paese ha cambiato, negli anni, il suo flusso di tendenza. Come ha affermato anche Ciambriello, è la politica adesso a bussare alle porte dei mafiosi, non più viceversa. È tempo di avere sete di giustizia, è tempo di cercare magistrati coraggiosi e difendere quelli che ci sono. È tempo di un’informazione onesta e un giornalismo di inchiesta.

C’è in Italia un fascino particolare legato alla mafia, una sensibilità che ci rende inclini a scendere a compromessi, a zittire, a fingere di non vedere, a voltarci dall’altra parte. Ma fino a quando? Fino a quando diremo di non sapere? Fino a quando durerà questo abbassamento della morale etica? Se fosse solo un problema di uomini e di mezzi avremmo vinto la lotta anni fa, perché noi siamo più numerosi. Il problema non è militare, ma culturale. Ha ragione Maresca. Così fan tutti non vale, non più. È tempo di tornare ad arrossire. Di tornare a provare vergogna.

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