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Cinema

“Nope”: l’horror sugli UFO che non parla di UFO

Ci sono horror che inquietano, horror che disgustano, horror che divertono persino . E poi c’è Jordan Peele. Venuto da chissà quale pianeta, è forse uno dei pochi registi horror contemporanei che, con soli tre lungometraggi diretti nella sua carriera, è stato capace di creare da subito una propria fandom e quasi un genere a parte: il genere Peele.

Il regista è riuscito a portare un film horror (da sempre un genere bistrattato, ritenuto quasi di serie b) fino agli Oscar nel 2018 con Scappa – Get Out, suo esordio dietro la macchina da presa e vincitore della migliore sceneggiatura originale, fondendo una certa dose di humor all’orrore, in una potentissima critica al razzismo e al moderno liberalismo negli Stati Uniti d’America.

Poi, nel 2019, arriva Noi (Us). Ancora un cast prevalentemente afroamericano, ancora una critica sociale ma stavolta nel mirino c’è l’umanità intera, usando l’espediente del doppelgänger. Peele sceglie una riflessione sull’ingiustizia e il privilegio e condisce una storia ricca di elementi grotteschi, di tensione e di un’inquietudine senza pari, merito anche dell’ottima e angosciante colonna sonora. Non sceglie scorciatoie, piuttosto osa, sperimenta. Spaventa con i primi piani, con scene al cardiopalma e prive dei soliti cliché horror quali inutili jumpscare o un eccessivo splatter. Il genere Peele.

Ed eccoci oggi, agosto 2022, che tra sudore e abbronzatura vediamo piombare in sala lui, Nope, terza pellicola del regista afroamericano che in molti attendevano con fervore. Un film diretto da Jordan Peele è tutto ciò che basta per rabbrividire e al tempo stesso farsi solleticare il palato. Dai trailer si comprende che ci troviamo di fronte a qualcosa di ben diverso, una storia sci-fi (abbreviazione di science fiction) che sembra avere a che fare con gli UFO, in un’ambientazione western e dai toni a tratti horror, a tratti comedy. Esatto, una baraonda. Senz’altro il film meno di genere rispetto ai due precedenti e, forse, il più criptico e particolare, non solo nel messaggio ma anche nella struttura, letteralmente divisa in due parti, una più horror e la seconda decisamente più action. Questo ha fatto sì, magari, che si creassero delle aspettative nel pubblico, motivo per cui non tutti stanno riuscendo a comprenderlo e apprezzarlo. Le critiche sono infatti un po’ contrastanti, anche se in maggioranza comunque positive.

Tra i protagonisti di Nope abbiamo un lieto ritorno: Daniel Kaluuya, letteralmente esploso sugli schermi grazie alla sua brillante performance in Scappa – Get Out, che gli era anche valsa una candidatura come miglior attore agli Oscar e ai Golden Globe 2018. Dopo i successi di Black Panther (2018) e Judas and the Black Messiah (2021, qui l’Oscar l’ha pure vinto), Kaluuya si conferma attore feticcio di Peele e stavolta veste i panni dello schivo Otis “OJ” Haywood Jr. il quale, assieme al padre (Keith David) e alla sorella Emerald “Em” (Keke Palmer), si occupa del ranch di famiglia, che addestra e gestisce cavalli per produzioni cinematografiche e televisive hollywoodiane. Fino a quando OJ non nota strani avvenimenti nel ranch: svariati oggetti metallici piovono dal cielo, i dispositivi elettronici hanno dei blackout e un misterioso disco non identificato, simile a un UFO, si aggira tra le nuvole. OJ ed Em hanno quindi l’occasione di documentare quanto sta accadendo, in cerca della verità e, perché no, anche della gloria.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato di Jordan Peele e dei suoi film è che niente è solo ciò che vediamo. Sì, «c’è anche un modo di vedere il film per quei tipi che dicono: ho lavorato tutta la settimana, voglio spegnere il cervello e guardare qualcosa di folle» ha ammesso il regista, ma sappiamo bene che dietro c’è molto di più. Peele sceglie di raccontare una storia ma tramite questa storia porta inevitabilmente lo spettatore ad altre conclusioni e riflessioni.

Difficile entrare nello specifico dell’analisi poiché rischieremmo di fare spoiler ma possiamo sottolineare come Nope riesca a depistare egregiamente lo spettatore per poi cambiare strada e sorprenderlo. Peele non è mai stato, e speriamo non sarà, un regista alla moda. Non ha mai prodotto un’opera per entrare nelle grazie del pubblico o del mercato, è sempre andato per la sua strada. È forse questa la sua carta vincente.

Il film è diviso in capitoli che hanno nomi ben precisi, mentre il titolo, Nope, è un modo gergale e informale di dire no. La poetica di Peele ha sempre mostrato interesse per l’essere umano. Qui il discorso si fa più ampio, mettendo in scena una riflessione sugli esseri viventi in generale e sulla loro natura. Sul concetto di cattiveria e di istinto predatorio. Fondamentale l’episodio apparentemente secondario della scimmia capitato al personaggio di Jupe (Steven Yeun), chi ha visto il film saprà. Ci ricorda di quanto spesso ci crogioliamo in una convinzione di superiorità o di illusione del controllo, eppure basta un nonnulla, un rumore, un gesto, per riportare le cose allo status quo. Non è un caso che i protagonisti siano addestratori di cavalli. E, tra le tante nature, anche quella di guardare, di ricercare a tutti i costi la rappresentazione, lo spettacolo. Dopotutto un miracolo cattivo è pur sempre un miracolo. Da un lato, dunque, un profondo amore per il cinema e la sua storia, dall’altro la morbosità che caratterizza certe rappresentazioni. Riprendere e catturare immagini fa parte della storia dell’uomo e il film ce lo mostra in modi e con personaggi differenti.

Rispetto al lato tecnico, come sempre, possiamo solo alzare le mani. Anzi, possiamo alzarle più in alto perché, se nei precedenti Peele aveva dimostrato una grandiosa maestria e autorialità, qui raddoppia e vince. Ogni scena di Nope è visivamente di forte impatto, alternando campi lunghi per le immense e suggestive vallate – le riprese si sono tenute in svariate località della California – agli eloquenti primissimi piani che al regista piacciono tanto.

La sua regia sceglie spesso inquadrature dal basso verso l’alto e utilizza molti piani sequenza girati magistralmente, persino nei dialoghi (la camera che fa ping-pong invece del solito campo e controcampo). Anche quando la camera è fissa e luminosa, ad esempio nella scena del Gordy’s Home, riesce a trasmettere tutta l’inquietudine del momento, mettendo in scena la violenza senza mostrarla direttamente. E poi le musiche. Ah, le musiche dei film di Peele! Ancora una volta, Michael Abels regna. Se proprio dobbiamo trovare dei difetti, qualche scena, inserita palesemente per diluire la lunghezza e provocare un po’ di spavento fine a se stesso, si poteva evitare.

Nope resta, almeno per ora, uno dei migliori film del 2022 (ma comunque il meno potente rispetto ai precedenti), atipico e citazionistico (Signs, Tremors, Lo Squalo), grottesco e inquietante, da vedere rigorosamente in sala, se si pensa che è il primo horror a essere girato con videocamere IMAX. Peele si riconferma un autore eclettico che non ha paura di osare, stavolta in modo meno diretto ma comunque estremamente potente.

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