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Attualità

Il tracciamento dei dati personali per condannare l’aborto in USA

Purtroppo, non possiamo smettere di parlare di aborto negli Stati Uniti. Alle brutte notizie ne seguono sempre altre altrettanto pessime, e questa volta è la privacy delle donne a essere minacciata – oltre che la loro libertà personale e i diritti non più garantiti – perché gli stati antiabortisti avranno la possibilità di sfruttare i dati personali per condannare l’aborto e limitare ancora di più le già scarse possibilità che le donne americane hanno di accedere a quello che dovrebbe essere un diritto umano. Ma andiamo per gradi.

Vi ricordate di quelli che sostenevano che nei vaccini ci fossero dei microchip attraverso i quali controllare le persone? Spiare le conversazioni, i dati medici e magari anche influenzarne la salute, per qualche interesse incomprensibile che vedeva lo Stato o i fantomatici poteri forti interessati alle vite dei cittadini comuni? Vi ricordate di quelli che non scaricavano l’app Immuni perché non volevano essere tracciati – gli stessi che poi davano a Facebook l’accesso ai propri dispositivi, a dati di ogni genere e pure al microfono non solo mentre l’app è in funzione? Ecco, se quello che descrivevano loro era un mondo così apocalitticamente complottista per evitare di vaccinarsi o negare l’esistenza del Covid-19, se per noi era troppo assurdo perché fosse vero, c’è qualcosa di molto simile – ma di più reale – che sta effettivamente accadendo adesso, che riguarda i dati personali e la questione aborto negli Stati Uniti.

Quando Roe vs Wade è stata rovesciata, si è discusso di quanto il diritto all’aborto non sarebbe sparito per tutte le donne, ma solo per quelle povere o che vivono in contesti più difficili, mentre le donne privilegiate avrebbero avuto la possibilità di viaggiare verso stati in cui l’aborto è un diritto garantito. Certo, questa soluzione non tiene conto dell’eventuale affollamento e delle liste d’attesa che verrebbero a crearsi se la metà degli stati dovesse ospitare tutti gli aborti del paese, per una procedura, tra l’altro, per cui il tempo è essenziale.

Si è anche molto discusso delle grandi aziende e compagnie che hanno garantito alle proprie dipendenti di coprire le spese di trasporto verso stati pro choice nel caso in cui ne avessero avuto bisogno, pronte a rendere ancora più capitalizzabile la salute e renderla sempre meno un servizio pubblico – quando, dopotutto, il servizio pubblico non esiste. E si è sentito parlare di politici e istituzioni democratiche che dichiaravano di aprire le porte dei propri stati e dei propri ospedali a tutte le donne, da ogni parte degli USA, che avessero avuto bisogno di abortire. Ma nessuna di queste iniziative ha preso in considerazione la volontà degli stati antiabortisti di perseguire le proprie cittadine che trovano un modo di sfuggire al divieto.

Non si parla solo delle donne che riescono, in qualche modo, a effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza tramite operazioni clandestine o anche semplicemente tramite le pillole abortive. Gli stati conservatori stanno infatti parlando di perseguire anche le persone che hanno effettuato l’interruzione volontaria di gravidanza in stati in cui essa è legale. E, per farlo, intendono sfruttare i dati sanitari delle donne, spiarne le cartelle cliniche, violare la privatezza del sistema sanitario. È possibile che nel Paese della privacy, quello in cui spiare i propri cittadini è tanto grave quanto togliere loro le armi per la difesa personale, lo Stato e i poteri forti riescano a intercettare indisturbati i dati sanitari e privati delle donne per comprendere se hanno abortito?

La risposta, spaventosamente, è sì. Figuriamoci se non si riesce a violare la privacy se la motivazione è il ridimensionamento dei diritti delle donne. Ma non si tratta solo di questo. Essi potranno addirittura sfruttare i dati dei cellulari, i messaggi e le ricerche online per accusare le donne sospettate di aver abortito intenzionalmente solo a partire dalla cronologia dei loro telefoni. Sembra impossibile? Eppure ci sono dei precedenti. Nel 2017 una donna del Mississippi èstata accusata di omicidio di secondo grado poiché suo figlio era nato morto. A incriminarla, una ricerca online sulle pillole abortive. Non c’erano prove, eppure il suo caso è andato avanti fino al 2020, quando è stato archiviato. Nel 2015 una donna ha scontato tre anni di carcere per lo stesso motivo, sebbene gli esami avessero smentito la presenza di alcun tipo di farmaco abortivo nel suo sangue e l’unica prova erano dei messaggi in cui parlava con un’amica della possibilità di acquistarne.

L’idea che non esista più privacy – non per tutti, ovviamente, ma solo per le donne – l’idea che i dati personali siano sfruttati per negare l’aborto, l’idea che le autorità possano monitorare lo stato di salute dei cittadini con lo scopo di controllarne la procreazione è spaventosa. Ci ricorda che i corpi delle donne non appartengono realmente a loro, ma sono strumenti al servizio della società, privi di libertà e sotto il controllo dello Stato, che si assicura che chi può fornire nuova forza lavoro procreando non decida malauguratamente di tenersi egoisticamente il proprio corpo e i propri ovuli per sé. Ma se quella raccontata fino a ora sembra una distopia lontana, c’è un altro piccolo dettaglio che è capace di trasformarla in una vera storia dell’orrore.

Dopo il rovesciamento della sentenza Roe vs Wade, sono esplosi i thread su Twitter riguardo alcuni consigli su come usare o non usare le app per il monitoraggio del ciclo mestruale. Si consigliava di disinstallarle e, se proprio si necessita di tenere traccia del proprio ciclo, di usare un calendario normale scrivendo parole in codice. Perché? Queste applicazioni permettono di registrare i tempi del proprio ciclo mestruale per anni, dando un’idea del periodo di ovulazione e anche della regolarità con cui le mestruazioni arrivano. Permettono anche di prendere nota dei farmaci assunti, contraccettivi di emergenza compresi, dei sintomi che possono ricondurre a una gravidanza e dei rapporti sessuali avuti.

Della scarsa sicurezza di queste applicazioni si è già discusso in passato: una ricerca condotta dall’Università di Newcastle aveva scoperto che questa tipologia di servizi non forniva reale tutela della privacy e anzi vendeva i dati degli utenti. Una cosa certamente molto grave, ma pensata unicamente per una profilazione utile a strategie di marketing, alla pubblicità. Adesso, però, gli stati antiabortisti possono richiedere i dati personali registrati da queste app di tutte le cittadine non solo per la questione aborto ma per scoprire letteralmente tutto di loro.

Mentre Google promette di eliminare i dati di geolocalizzazione delle donne che si recano nei centri per l’aborto, altre realtà meno visibili, come queste applicazioni che contengono dati sensibili ed estremamente privati di milioni di donne, potranno permettere alle autorità di entrare nelle loro vite, di spiarne ogni faccenda privata, alla ricerca di un indizio, anche completamente arbitrario, di aborto. Ma non solo. Permetteranno l’accesso a milioni di dati riguardo la vita privata delle donne, dettagli che non hanno necessariamente a che fare con l’aborto ma con la loro salute riproduttiva in generale. Se lo Stato può entrare nei corpi delle donne, sapere se stanno ovulando, se assumono anticoncezionali, magari se ne acquistano una confezione proprio nel periodo dell’ovulazione, cosa impedisce loro di iniziare a controllarne ogni aspetto della vita sessuale e riproduttiva?

La piega che la negazione dell’aborto sta prendendo è molto diversa da ciò che pensavamo, è molto più grave e va molto oltre una semplice negazione dei diritti. Non si può affermare che con il rovesciamento di Roe vs Wade gli Stati Uniti siano tornati indietro di cinquant’anni, perché prima, quando l’aborto era illegale, le persone non venivano tracciate, la regolarità del loro ciclo mestruale non era controllata dallo Stato e certamente non lo era la loro ovulazione. Nessuno spiava all’interno dei loro corpi. Prima, una donna che abortiva clandestinamente metteva in pericolo la propria vita, ma non la propria libertà. Oggi, per essere sospettate di aver commesso un reato, basta che un’app sul proprio cellulare suggerisca uno strano ritardo delle mestruazioni rispetto al solito.

Non voglio sfiorare i livelli di complottismo degli oppositori ai vaccini o alle app sanitarie, ma la letteratura distopica contemporanea si è già dimostrata fin troppo realistica per non pensare al peggio. Per non pensare che quei dati personali, usati per condannare l’aborto, non possano alla lunga essere usati anche per manipolare la salute riproduttiva delle donne. Per modificare la risposta delle applicazioni riguardo il periodo di ovulazione, sperando in rapporti non protetti, per vendere loro contraccettivi inefficaci al momento giusto del loro ciclo mestruale, per programmare violenze non fini a se stesse ma alla riproduzione di donne che si ostinano a non volere figli.

C’è un motivo se la più famosa opera di Margaret Atwood è diventata il simbolo delle lotte femministe per il diritto all’aborto. Perché più il tempo passa, più ogni surreale dettaglio delle sue storie diventa realistico, avvicinandoci a quel mondo distopico che pensavamo irrealizzabile. Perché quello che sta succedendo nel mondo, nelle democrazie improvvisamente tiranniche, ci ricorda che a ogni diritto negato corrisponde un passo verso l’annientamento. Perché quello che sta accadendo alle donne, ovunque, non è più semplice negazione dei diritti, ma controllo del corpo. Anzi, possesso dei corpi e delle vite, che a loro non appartengono più.

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