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Coming out: per i calciatori è ancora un tabù

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
22 Luglio 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Poco dopo il Proud Month, il mese dell’orgoglio LGBTQ+, e nei giorni successivi all’emozionante vittoria della Nazionale italiana agli Europei 2020, verrebbe da fare alcune piccole, curiose riflessioni. Il nostro è un periodo storico nel quale il coming out è sempre più frequente, grazie alla maggiore libertà di espressione e di essere. La lotta contro discriminazioni e stereotipi è argomento all’ordine del giorno e l’eterocentrismo di cui da sempre siamo intrisi non può più farla da padrone. La vecchia generazione puritana cede il posto a una generazione di giovani più consapevole, che rigetta una vita nell’ombra e corre verso la normalizzazione di qualcosa che avrebbe dovuto esserlo già da tempo. E, poi, ci sono loro: i calciatori.

Creature mitologiche metà uomini e metà dei la cui evoluzione, sulla quale gli studiosi si stanno ancora interrogando, non è andata di pari passo con il resto della società. Leggende narrano che il gene dello sportivo, nello specifico del giocatore di calcio, possa sopravvivere soltanto a contatto con quello dell’eterosessualità. Difatti, quanti calciatori dichiaratamente gay conoscete? Nessuno? Strano, eppure i post sui social riguardanti VIP non binari sono zeppi di commenti che trasudano sfinimento verso tutta questa ostentazione. Quale sarà, dunque, il segreto dei giocatori per restare rigorosamente eterosessuali? Basta con l’ironia, adesso, e lasciamo posto a una riflessione più seria.

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I calciatori omosessuali non fanno coming out. Salvo in rare eccezioni, come a carriera conclusa. Il motivo è facilmente intuibile: una mossa del genere comprometterebbe inesorabilmente il loro curriculum e i contratti con i vari sponsor. Meno intuibile è invece l’incidenza tra la sfera privata di una persona e i suoi piedi a contatto con un pallone, eppure sia mai che il tifoso medio, uomo bianco, cis ed etero, possa continuare a tifare per qualcuno che non impersona il suo ideale di virilità, cioè fama, gagliardia, denaro e belle donne.

La questione è stata recentemente sollevata dalla rivista tedesca 11 Freunde, dove circa 800 calciatori e calciatrici hanno assicurato la propria solidarietà, ponendo l’accento sulla difficoltà di fare coming out, soprattutto nelle associazioni calcistiche professionistiche. Un’iniziativa che potrebbe davvero rappresentare una svolta. Anche l’ex capitano della nazionale tedesca Philipp Lahm, nella sua biografia Das Spiel: Die Welt des Fußballs, ha espresso tutte le sue perplessità sull’argomento, consigliando ai colleghi di non dichiararsi, piuttosto di consultarsi con una persona di fiducia e fare onestamente i conti con se stesso, su quali siano i veri motivi per questo passo. Sì, perché la paura è davvero tanta, non solo per la carriera ma anche per la reputazione, l’isolamento, la reazione dei compagni di squadra.

Qualcuno si ricorderà forse del calciatore inglese Justin Fashanu (Southampton e Manchester City), il quale fece coming out nel 1990, suscitando pesanti polemiche. Persino la comunità afroamericana si sentì umiliata e danneggiata nell’immagine. Fashanu perse presto la professione e gli affetti e finì per togliersi la vita impiccandosi. Ma cosa accadrebbe oggi?

«L’argomento è piuttosto ignorato, e questo già è una piccola colpa, perché sembra quasi ci si debba vergognare di qualcosa. […] Il fatto che ci si stupisca ancora oggi, dovrebbe far riflettere». Sono queste le parole del giornalista Marino Bartoletti in un’intervista a proposito di un tabù che fatica a essere sdoganato. Soprattutto nel calcio italiano. Era appena il 2016 quando Roberto Mancini, all’epoca allenatore nerazzurro, dopo la partita Napoli-Inter di Coppa Italia, attaccò in diretta Maurizio Sarri poiché l’aveva chiamato finocchio. E mentre chi come Thomas Hitzlsperger, ex giocatore della Lazio, ha avuto il coraggio di mostrarsi, seppur a carriera conclusa, il centrocampista della Sampdoria e della nazionale svedese Albin Ekdal si è reso protagonista di uno spot nel 2019 al fine di denunciare il clima di terrore presente nello sport e nel pallone nostrano.

Diverso è il caso per il calcio femminile. Lì forse vige lo stereotipo opposto e cioè che una donna che si avvicina a uno sport ritenuto per antonomasia da uomini sia un maschiaccio. Il discorso sarebbe tuttavia più ampio del solo ambito sportivo. L’omosessualità femminile è socialmente più accettata di quella maschile, sempre a causa dell’accezione negativa e inferiore che viene data alla sfera femminile dai secoli dei secoli (meglio una donna un po’ maschiaccio che un uomo meno virile). Non stupiscono, dunque, i coming out fatti dalle sportive che pare debbano dimostrare quasi il contrario: essere femminili, eterosessuali e al tempo stesso delle ottime giocatrici. Come ha detto l’ex cestista statunitense Seimone Augustus: «Tutti pensano che la NBA femminile sia un grande party lesbo, quindi fare coming out non è poi così duro».

Carolina Morace, allenatrice ed ex giocatrice della Lazio Women, è sicuramente tra le personalità più note ad aver dichiarato la propria omosessualità. Lei stessa ha detto di non biasimare i calciatori che non parlano, in quanto si tratta di una forma di protezione. Come la Morace, anche Elena Linari, difensore della Roma e della nazionale.

Sebbene si tratti di un problema non solo di ambito calcistico, maggiore libertà ce l’hanno gli sport individuali. Impossibile dimenticare il bacio in mondovisione dato dallo sciatore Gus Kenworthy al suo compagno, durante i Giochi invernali di Pyeongchang. Oppure il tuffatore britannico Tom Daley, che nel 2013 ha utilizzato il proprio canale YouTube per aprirsi totalmente ai fan sulla sua vita privata.

Semplicemente aberrante, nel 2021, che qualcuno debba essere costretto a celare il proprio orientamento sessuale – creandosi spesso patinata vita da copertina – soltanto per non subire ritorsioni da un punto di vista lavorativo. Con la risonanza che hanno oggigiorno certi avvenimenti e certi personaggi, se a uno di loro venisse negato o sabotato un impiego per tale motivo, verrebbe scritto anche sui sassi. Ma per i calciatori non sussiste neppure il problema. Fanno beneficenza, si schierano a favore delle minoranze, però no, per loro essere gay non è contemplato. Si aspetta e si spera la reazione che darà il via all’esplosione della bolla, verso l’estinzione di un tabù ancora così attuale eppure così tremendamente arcaico.

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Alessandra Trifari

Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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