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Caos specializzandi: l’Italia dimentica, ancora, i medici eroi

Di chiamare i medici eroi e di ringraziarli per la loro preziosa presenza più di qualcuno si è già dimenticato, ma è un classico vezzo nostrano quello di avere memoria corta e di ricordarci degli altri solo quando fa comodo. Persino che si sarebbe arrivati a insultarli un po’ ce lo aspettavamo, soprattutto se questi insulti arrivano da parte di tanti scriteriati o squilibrati no vax, le cui posizioni non vale neppure la pena prendere in considerazione. Altrettanto deplorevole è, però, l’atteggiamento di quelle Aziende Sanitarie Locali che, come raccontato da Coronavirus, Sars-CoV-2 e Covid-19 gruppo per soli medici nella lettera inviata al Ministro Speranza, hanno adottato provvedimenti disciplinari – tra cui il licenziamento – nei confronti di medici e membri del personale sanitario che hanno palesato pubblicamente le carenze delle loro strutture ospedaliere, quasi fossero un segreto da non rivelare.

Come se non bastasse, a questa serie di azioni che tendono a sminuire, talvolta addirittura a ridicolizzare la figura del medico, si è aggiunta l’imbarazzante situazione degli aspiranti specializzandi nelle diverse aree sanitarie che, a quasi tre mesi di distanza dai test di accesso, sono ancora in una drammatica situazione di incertezza. Per capirci meglio, partiamo dal 22 settembre, data del concorso, a cui si sono presentati in 23756 a fronte di 14395 posti. I concorrenti attendevano l’esito della graduatoria per il 5 ottobre, ma solo il 26 dello stesso mese hanno potuto controllare i nominativi pubblicati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che non erano neppure quelli definitivi. L’impasse si è verificato a seguito dei numerosi ricorsi che sono stati presentati al TAR del Lazio e che hanno portato a una lunga serie di inaccettabili rinvii.

Per carità, non destano nessuna sorpresa e, anzi, rientrano nell’ordinarietà i continui ricorsi verso bandi pubblici e concorsi, che presentano tanti di quei requisiti o riferimenti per cui non è difficile trovare un cavillo legale e intentare una causa. E di sicuro in questi casi non mancano, visto che i ricorsi si muovono principalmente su due filoni: il primo è quello di un quesito errato, nella cui immagine risultava un femore destro mentre la domanda faceva riferimento a quelli sinistro; mentre il secondo è legato ad alcune disposizioni presenti nel bando volte a impedire la partecipazione ai frequentanti del secondo o del terzo anno di Medicina Generale – salvo che lasciassero il posto – e a non considerare, ai fini del punteggio, il curriculum di chi percepisse già uno stipendio da specializzando o di chi avesse stipulato un contratto con una struttura sanitaria accreditata.

Il problema è che a pagarne le spese sono stati ancora una volta i candidati, che hanno avuto accesso all’elenco definitivo solo il 23 novembre, con un ritardo di un mese e mezzo rispetto al termine previsto, e che entro il primo dicembre hanno concluso la fase di scelta in attesa dell’assegnazione che sarebbe dovuta avvenire appena due giorni dopo. Tutto ciò per prendere servizio il 30 dicembre. E, invece, nulla, perché il Consiglio di Stato si riunirà soltanto martedì 15 e prima di allora non potranno esserci novità, motivo per cui gli specializzandi avranno due settimane per organizzarsi e per raggiungere la sede destinata.

Al netto di possibili rinvii per l’inizio delle Scuole di Specializzazione – il Ministro Manfredi ha ipotizzato il 15 gennaio –, è evidente una netta contrapposizione tra quello che si dice, quello che si auspica e quello che si ottiene. È senz’altro lodevole la decisione del Dicastero di rendere abilitante la laurea in Medicina – e non solo – e di aumentare il numero delle borse di studio per gli specializzandi, ma se questa è l’idea, se si vuole favorire l’ingresso negli ospedali, perché non mettere gli aspiranti nelle condizioni di farlo? Va da sé che soprattutto in questa delicata fase le strutture sanitarie necessitino di nuovo personale e che da anni, da ben prima della pandemia, è risaputo che a essere carente non è il numero dei medici ma quello degli specializzandi.

Quest’ennesima beffa in materia si aggiunge a quelle già note che vedono l’Italia sotto la media europea sia per gli investimenti sanitari totali sia per gli investimenti sanitari pubblici, che riguardano almeno diciannove ospedali abbandonati in tutto il Paese e che segnano un sempre maggiore rilievo alla sanità privata. Per non parlare poi di quello che aveva evidenziato lo Studio Anaao a inizio 2019 – giusto per ricordarci che questi problemi erano già conosciuti e da affrontare prima della pandemia – che evidenziava come fino al 2025 sarebbero mancati almeno 16500 medici specializzandi, anche e soprattutto nelle avanzatissime Piemonte, Lombardia e Toscana.

Invece, anche quando si poteva permettere a quasi 15mila persone – dopo almeno sei anni di studi universitari – di entrare in campo e di affiancare esperti, si è scelto di procrastinare, sprecando per ora quella che sarebbe stata un’ottima occasione per avviare i giovani al lavoro e alla delicata responsabilità che il ruolo scelto impone. Soprattutto, investire rapidamente nella sanità sarebbe stata un’importante opportunità per dimostrare che, anche se non li chiama più eroi, questo Paese, i medici non li ha dimenticati.

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