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Cinema

“Blonde”: non è Marilyn, non è Norma Jeane

Quando si cercano informazioni su Blonde, pellicola diretta e sceneggiata da Andrew Dominik sulla figura dell’iconica Marilyn Monroe, esce fuori film biografico. Diciamo di no. L’idea di mettere in scena un biopic permette di analizzare luci e ombre della vita di un noto personaggio, certo con qualche licenza poetica ma, si sa, una sceneggiatura deve pur sempre sottostare a precisi canoni tecnici ed estetici per funzionare. Quando, però, il 90% della storia è pura finzione, la domanda che sorge spontanea è una sola: perché? Una delle prime critiche mosse nei confronti di Blonde, infatti, è proprio questa, sebbene esso sia la fedele trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo del 1999 di Joyce Carol Oates.

Il film, da poco disponibile sulla piattaforma streaming Netflix, vorrebbe tracciare un ritratto psicologico di Norma Jeane Mortenson Baker, in arte Marilyn Monroe, e in particolare la dicotomia tra la donna, tormentata dai vari fantasmi del passato, e la star, travolta dalla notorietà e dallo show business. Tuttavia, la sua figura è reinterpretata in maniera estrosa e veramente troppo sopra le righe, in un goffo tentativo di creare un film femminista, impegnato e sensibile, ottenendo come risultato non solo l’esatto opposto ma anche e soprattutto la divulgazione di messaggi piuttosto pericolosi, come quello antiabortista.

Una cosa è certa: tutti conosciamo la storia di Marilyn Monroe, icona indiscussa della cultura pop prematuramente scomparsa nel 1962 a causa di un’overdose di barbiturici (circostanze ancora oggi poco chiare, si ipotizza un suicidio). Una donna ritenuta tra le più celebri della storia del cinema, inserita dall’American Film Institute al sesto posto nella lista delle più grandi star femminili di sempre e tra le cento donne più affascinanti mai esistite. Attrice per film oggi divenuti cult quali Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo (per quest’ultimo vinse un Golden Globe nel 1959), e interprete di vari successi tra cui Diamonds Are a Girl’s Best Friend e I Wanna Be Loved by You, di film sulla carriera e la travagliata vita di questa donna altresì molto sfortunata ne abbiamo visti eccome. Basti citare Marilyn (2011) di Simon Curtis, Mister Lonely (2007) di Harmony Korine o Io & Marilyn (2009) di Leonardo Pieraccioni.

Questo Blonde sceglie di restare sospeso tra la pochissima biografia e un’enorme rilettura introspettiva a tratti onirica, a tratti quasi da horror psicologico. Un po’ come aveva già fatto Pablo Larraín con i film Jackie (2016), sulla vita di Jacqueline Kennedy interpretata da Natalie Portman, e in particolare Spencer (2021), sulle vicende di Lady Diana interpretata da un’ottima Kristen Stewart. Anche qui il biopic cedeva il posto a una ricostruzione molto di fantasia ma il tutto era messo in scena in maniera sapiente, generando un certo tipo di femminile che rappresentava comunque quello della nota principessa.

Non è una questione di cosa si mette in scena ma di come la si mette. E Dominik non riesce, o meglio, si sforza così tanto nell’ostentarlo che alla fine eccede. In primis con la regia, tremendamente presuntuosa, composta da inquadrature distorte, un’alternanza di bianco e nero perché fa figo, staedycam (la famosa scena finale del labirinto di Shining, per intenderci) e continui manierismi palesemente volti a gridare avete visto quanto sono bravo?. Non ci sorprenderà trovarlo ai prossimi Oscar, a questo punto.

Ma il problema più grande è lei: Marilyn. Non Ana de Armas, la quale è davvero un’ottima attrice. Peccato che per tutto il film non faccia altro che piangere, soffrire e mostrare un costante sguardo da cerbiatto spaurito. Sempre per questa ossessione di Dominik dell’eccesso, la sua Marilyn risulta finta, ridondante e teatrale anche nei momenti in cui dovremmo vedere Norma e quindi una certa genuinità. Il regista vorrebbe mostrare il suo dolore, le sue fragilità, i traumi dell’abbandono e le conseguenze sulla sua psiche dei soprusi subiti. Risultato? Un calvario patetico e fine a se stesso, quasi una pura pornografia del dolore, in cui la protagonista risulta del tutto bidimensionale, passiva e vittimizzata all’estremo. I suoi unici obiettivi sembrano diventare madre e trovare un uomo che le completi la vita.

Questo evidente tentativo di Dominik di narrare l’oppressione della donna crolla pezzo dopo pezzo, finendo per rinchiudere Marilyn in un mucchio di cliché femminili (infantili, fragili, instabili, martiri), addirittura erotizzarne il dolore. Il film sembra parlare alle donne ma è intriso di male gaze e la macchina da presa indugia spesso sul corpo, sfociando in quell’oggettificazione che tanto si cerca di criticare, anche in scene terribili come quelle di violenza sessuale. Persino il resto del cast maschile (Adrien Brody, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson) è stereotipato e scritto superficialmente, relegando gli uomini a maschi violenti, assenti o approfittatori. Come se non bastasse, balza all’occhio un messaggio antiabortista veramente preoccupante (l’aborto viene chiamato omicidio), attraverso scene che rasentano il grottesco, come quella in cui il feto parla a Marilyn chiedendole di non fargli del male.

E a chi giustifica il film dicendo che si rifà semplicemente al romanzo va ricordato che la scrittrice era una donna del suo tempo e come tale ha assorbito l’influenza della sua società. Ciò che diversifica una certa rappresentazione da un’altra che parla della stessa cosa è lo sguardo critico che ne deriva, qui del tutto assente.

Infine, meno rilevante ma comunque di peso, le quasi tre ore di durata. Appello ai registi: smettiamola di credere, secondo le moderne tendenze, che un film si possa considerare un buon film solo se supera le due ore. Per una pellicola presentata in concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia forse ci saremmo aspettati qualcosa di più e le numerose critiche negative, purtroppo, le comprendiamo bene.

Non è possibile dire che Marilyn non abbia subito nella sua travagliata vita traumi e violenze che l’hanno segnata, dall’abbandono del padre alla misoginia di Hollywood e dei tanti uomini che le sono stati accanto. Ma Marilyn non era il suo trauma. Non era neppure un’ochetta bionda come spesso hanno voluto presentarla. È stata una donna forte, intelligente e intraprendente. E avrebbe meritato una rappresentazione un po’ più dignitosa.

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