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Arzano zona rossa: il preludio di una storia già vissuta

Il 20 ottobre la città di Arzano è stata dichiarata zona rossa: da martedì, dunque, l’ennesima ordinanza firmata De Luca impedisce qualsiasi entrata o uscita dal Comune, fatta eccezione per la circolazione di operatori sanitari e socio-sanitari e del personale impegnato nei controlli e nell’assistenza alle attività concernenti l’emergenza. Una decisione, probabilmente presa con troppo ritardo, che segue lo pseudo-lockdown dichiarato la scorsa settimana dal commissario prefettizio Maria Pia De Rosa, gettando nel panico gli abitanti della città.

Con un’ordinanza, entrata in vigore la stessa sera dell’emanazione e il cui contenuto era stato divulgato attraverso un altoparlante, si era infatti stabilita la chiusura di tutte le attività commerciali – fatta eccezione per quelle che si occupano della vendita di beni essenziali – e delle scuole, prima che queste fossero serrate poche ore dopo dal Presidente De Luca nell’intera regione Campania. Nonostante l’alto numero di contagi registrati (più di 200 in pochissime ore), però, Arzano non era ancora stata dichiarata zona rossa: senza alcuna chiusura del perimetro territoriale, ai cittadini erano bastati pochissimi chilometri per trovarsi nei Comuni contigui per le proprie compere o per trascorrere la serata. Salta facilmente all’occhio che in questo modo, senza nessuna reale limitazione, non è stato impedito al virus di diffondersi. Impossibile, per gli abitanti, non sentirsi ancora una volta abbandonati.

I commercianti erano così subito scesi in strada, mettendo in atto un blocco stradale sulla circumvallazione esterna di Napoli per impedire a chiunque di entrare o uscire dal Comune. Ritenendo che la decisione fosse estremamente pregiudizievole per i loro interessi, infatti, avevano più volte richiesto di parlare con il commissario. L’incontro alla fine si è svolto ma senza nulla di buono: addirittura il commissario, anziché tentare di rassicurarli, pare non abbia battuto ciglio di fronte alla disperazione di chi definisce il proprio paese morto. E sembrano essere state proprio queste proteste a far scattare la dichiarazione di zona rossa: nell’ordinanza n. 82 si legge appunto che hanno amplificato il rischio di ulteriori contagi in un territorio già duramente colpito, oltre a creare gravi problemi di ordine pubblico e sicurezza.

«Il COVID è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un’occasione per riportare alla luce problemi che esistono da oramai troppo tempo», ha confessato una cittadina che abbiamo intercettato per comprendere il punto di vista di chi vive il Comune del napoletano. Arzano è un territorio abbandonato, in cui la soglia di povertà è già altissima, dunque il coronavirus non ha fatto altro che incrementare il numero delle famiglie che non riescono ad andare avanti e per le quali non è stato previsto nessun tipo di sostegno. Gli abitanti stanno vivendo sulla propria pelle l’ennesimo atto di abbandono delle istituzioni, a cui più volte hanno chiesto interventi per arginare la decadenza delle infrastrutture scolastiche, implementare i trasporti e creare i necessari collegamenti con la città di Napoli.

Quanto sta avvenendo ad Arzano, dunque, non è solo l’ennesima dimostrazione che non siamo tutti uguali di fronte al COVID o l’ennesimo schiaffo in faccia a chi da anni vorrebbe semplicemente vedere il proprio paese vivere, ma un pericoloso campanello d’allarme che la politica deve necessariamente ascoltare affinché non si presenti ai nostri occhi uno scenario che abbiamo già vissuto. Negli ultimi giorni, in Campania, i contagi stanno salendo vertiginosamente – nonostante il numero di tamponi resti sempre basso –, dunque sottovalutare i singoli focolai significa contribuire alla diffusione del virus e mandare al macello centinaia di persone. Le aree per le quali misure incisive non sono state attuate in tempo utile nei mesi di marzo e aprile hanno contato migliaia di vittime evitabili, smascherando il modello di efficienza lombardo, e dovrebbe bastarci il solo ricordo delle bare che sfilano fuori dalla città di Bergamo per farci percepire l’urgenza di certe decisioni prese con imperdonabile ritardo.

Ma se alla seconda ondata non siamo arrivati pronti, c’è da dire che, in realtà, la sanità campana sconta tutti gli effetti di anni di politiche scellerate che, tra le tante cose, hanno diminuito i posti letto e la terapia intensiva nelle strutture ospedaliere, a oggi già sature. Inoltre, agli eventuali lockdown odierni i cittadini arrivano molto più provati perché le misure previste per il loro sostentamento economico durante questi mesi sono state poche e molto confuse.

Dunque, da un lato la necessità di tutelare la salute, anche dichiarando eventuali zone rosse per quelle aree che possono rappresentare un grosso pericolo per la diffusione del virus, soprattutto, come nel caso di Arzano, in considerazione della continuità territoriale di queste con i Comuni confinanti, luoghi di un’unica abbandonata periferia. Dall’altro, l’urgenza di assicurare certezza e razionalità delle decisioni prese, mettendo tutti i cittadini in condizioni di non vivere la pandemia dovendo scegliere tra ammalarsi o morire di fame. Due problemi entrambi estremamente concreti e tangibili, la pandemia e la povertà, che attaccano sempre più ferocemente le nostre già martoriate zone di confine.

È il momento, per le istituzioni, di assumersi le proprie responsabilità: non si può rimanere a guardare il preludio di una tragica storia già vissuta.

Arzano zona rossa: il preludio di una storia già vissuta
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