Cultura

Clitemnestra e il dolore di una madre in Eschilo

Sul tetto del palazzo reale di Argo, una vedetta fa la veglia in attesa di una fiamma, il segnale della vittoria dei Greci contro il loro più grande nemico, Troia. Sono anni che il viso della guardia è bagnato dalla rugiada notturna, e i sogni sono soltanto un privilegio del passato sostituiti dalla costante paura.

Una notte, una delle tante passate a cielo aperto, sotto la luce flebile delle stelle, la vedetta avvista finalmente il cenno tanto agognato, quello che annuncia la vittoria degli Achei. Dopo lunghi giorni di guardia e attesa, finalmente può essere proclamato il ritorno di Agamennone alla sua sposa, Clitemnestra.

Ha così inizio Agamennone, prima delle tre tragedie che compongono l’Orestea di Eschilo, risalente al 458 a.C. e che costituisce la sola trilogia greca pervenutaci per intero.

Benvenuta fiamma! Che nella notte fai splendere una luce come di giorno e che annunci danze in gran numero ad Argo, a festeggiare la gioia di questo successo! […] La città di Ilio è presa! Il segnale di fuoco lo annuncia senz’ombra di dubbio! Io stesso voglio dare inizio alla danza!

Sono previsti grandi festeggiamenti ad Argo, in vista del ritorno del figlio di Atreo con la città di Priamo in pugno. Clitemnestra domina la scena nel fervore dell’impazienza con cui attende il suo consorte e nelle sagge riflessioni sulla condizione di Troia, agonizzante e infelice, in un’ostile sottomissione all’invasore verso il quale nutre un risentimento inestinguibile.

L’attesa è quasi giunta al termine e la donna si mostra lieta di accogliere nel migliore dei modi il suo glorioso sposo. Un tappeto color porpora riceve Agamennone e la sua schiava, Cassandra, consapevole, ella, che non vi sarà alcun festeggiamento per il suo padrone, perché quel manto purpureo non è altro che un sentiero che conduce alla morte.

La regina achea è, infatti, corrosa dal desiderio di vendetta. Sua figlia Ifigenia è stata sacrificata agli dei anni prima dallo stesso Agamennone, suo padre, in favore della vittoria contro Ilio. È per questo che Citemnestra è impaziente di rivederlo: nulla può darle più felicità della morte, per mano sua, dell’uomo che le ha strappato il bene più prezioso.

Le parole d’amore e le lusinghe sono lo strumento con cui lei, subdola e astuta, può attirarlo nella sua trappola e fargli pagare una volta per tutte la sua colpa imperdonabile. Protagonista indiscussa della tragedia, Clitemnestra arriva dove Troia non è riuscita e mette fine alla vita di quello che sembrava un invincibile re e condottiero.

La risposta al tradimento è, quindi, il tradimento stesso. L’intera storia, dunque, si sporca di sangue, dominata dal dolore, l’elemento al centro di tutto, il motore di ogni vicenda. La sofferenza di una madre genera un odio che viene alimentato per dieci lunghi anni, iniziato con la morte della figlia e cessato con quella del marito. Emblema della tragedia per eccellenza, l’Agamennone viene seguito dalle Coefore e dalle Eumenidi, che mostreranno quanto il dolore umano e il desiderio di vendetta non facciano altro che dare vita, a loro volta, a un circolo vizioso fatto di omicidi e castighi sanguinolenti.

Clitemnestra e il dolore di una madre in Eschilo
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