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Willy: stereotipi e luoghi comuni nella narrazione dei fatti

Giusy Santella di Giusy Santella
11 Settembre 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Ci sono dolori che non si placano mai ma che, se analizzati dal giusto punto di vista, possono offrire una buona occasione di riflessione. È il caso della morte di Willy Monteiro Duarte, ventunenne ucciso a Colleferro nella notte tra sabato e domenica, a calci e pugni, con una violenza che fa spavento anche solo a immaginarla. Una violenza che però non ha fatto alcuna paura ai suoi aggressori, o presunti tali dal momento che negano di aver anche solo sfiorato il ragazzo. Le telecamere presenti sul posto – tra Largo Santa Caterina e Largo Oberdan – non hanno ripreso la scena, dunque le indagini sono ancora aperte e bisognerà attendere i risultati dell’autopsia per avere risposte più certe sulla dinamica dei fatti. In base alle prime ricostruzioni, Willy sarebbe accorso in aiuto di un amico preso di mira da un gruppo di quattro ragazzi in seguito a una lite che era nata poco prima. I testimoni raccontano di un pestaggio di venti minuti in cui la furia e la violenza hanno preso il sopravvento e reso vana qualsiasi richiesta di aiuto.

Ciò che resta di un delitto così efferato è sicuramente un senso di impotenza, la sensazione di una deriva sempre più pericolosa, l’incredulità di fronte a una morte tanto atroce. Eppure, questo tipo di brutalità è sempre più frequente e a essa l’opinione pubblica reagisce sempre allo stesso modo, lasciandosi trasportare da valutazioni superficiali e di impeto. La prima e immediata conseguenza è senza dubbio l’odio riversato sui social, su cui tutti si affollano a dire la propria con toni non meno prepotenti dei colpevoli della vicenda, richiamando pene capitali e lasciandosi guidare dalla sola emotività. Tuttavia, un ruolo importante nella narrazione dei fatti e nella loro valutazione è sicuramente ricoperto dai giornali e dalle tv che se ne occupano e che ancora una volta dimostrano la loro incapacità di raccontare episodi drammatici per quelli che sono.

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Nello specifico, la prima puntualizzazione che tutti hanno fatto riguarda lo sport praticato dai fratelli Bianchi, due dei ragazzi coinvolti, che frequentano da anni lezioni di arti marziali e combattimento. In realtà un’informazione di questo genere, lasciata in pasto ai lettori, può essere fuorviante e creare un’attenuante, una giustificazione, una qualsiasi motivazione per il gesto compiuto. Si tratta di una caratteristica che può senza dubbio spiegare la prestanza fisica, ma non la violenza, e che riduce il problema a stereotipi sicuramente superficiali.

La stampa nostrana, però, non è nuova a questi escamotage e ogni qualvolta si tratta di raccontare un evento drammatico che abbia dei precisi colpevoli, non inquadrabili però nei soliti capri espiatori, ricerca superficialmente un motivo che possa giustificare il gesto compiuto. Padre disperato dopo la separazione uccide i figli. Marito geloso picchia la moglie. E potremmo cercarne all’infinito, di appellativi e definizioni che attenuano la rabbia, che cercano scusanti, che descrivono la violenza come aliena, come impossibile da immaginare se ingiustificata, come evento sporadico o irripetibile. E, invece, il modo di raccontare le cose scoperchia luoghi comuni e mentalità mai sopite, com’è facile dimostrare se poniamo tra i colpevoli quei soggetti a cui è più semplice attribuire colpe. Donna ubriaca violentata in spiaggia. Migranti irregolari uccidono un uomo. Nelle parole è insita una valutazione, le caratteristiche personali in questo caso sottintendono una colpa.

Quando qualcuno ha osato definire gli assassini di Willy fascisti, immediatamente si è levata una strenua – e superficiale – difesa da parte di chi ha ripetuto che non si può ridurre tutto a una “vocazione” politica né al colore della pelle del ragazzo di origine capoverdiana, addirittura ha parlato di delirio per aver utilizzato la parola fascismo, che secondo alcuni è ormai uno spettro del passato. In realtà, se andiamo oltre il significato storico attribuibile al vocabolo e ci allontaniamo per un attimo dalla figura stereotipata degli squadristi in uniforme, possiamo facilmente renderci conto che oggi il fascismo esiste e si è insinuato nei meandri della società più velocemente di quanto avremmo potuto immaginare. È nelle disuguaglianze, nella povertà, nel razzismo, nello sfruttamento e nel caporalato, è nella logica dell’homo homini lupus che si è impadronita di tutti noi.

Dunque, avere il coraggio di parlare di violenza e di fascismo – movente razzista o meno – non significa né banalizzare il problema né, come hanno detto molti, politicizzarlo. Parlare di fascismo non significa, a tutti i costi, richiamare alla mente una precisa ideologia partitica bensì un insieme di valori che – ahinoi – sono condivisi molto spesso da persone che non appartengono a nessuna ideologia né schieramento politico. Un fascista è colui che fa della violenza, della repressione, del culto smisurato del corpo come strumento di soggiogamento, della bruta forza fisica, esercitata per lo più nei confronti dei più deboli, il proprio stile di vita, anche se non osanna Mussolini e magari non va neanche a votare.

Descrivere la società per quella che è, compiere analisi lucide e non superficiali, liberarci da stereotipi e luoghi comuni che rafforzano le solite categorie di privilegiati, non è solo un nostro diritto, ma è soprattutto una nostra responsabilità, perché certe morti, che portano con sé ingiustizia e dolore, non si ripetano mai più.

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