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Wanda Maximoff, la madre-mostro nel Multiverso della Follia

Marina Finaldi di Marina Finaldi
16 Maggio 2022
in Cinema
Tempo di lettura: 6 minuti
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«Non sono un mostro, sono una madre». Questa battuta pronunciata da Wanda Maximoff in Doctor Strange in the Multiverse of Madness restituisce brevemente il fulcro del film. Dopo la proiezione, ho lasciato la sala portandomi dentro una serie di prime impressioni complesse. Non che la pellicola in sé lo sia: si tratta pur sempre di un film Marvel, il cui marchio di fabbrica sembra essere diventato (oltre a un apparato di effetti speciali mirabolanti) il tentativo di coprire incongruenze e buchi di trama con battute di spirito e sguardi ammiccanti fra gli eroi. Però, da persona che ha vissuto una fase di innamoramento per i supereroi piuttosto lunga, da persona che aspetta religiosamente l’uscita al cinema di ogni nuovo capitolo di questa interminabile epopea, il nuovo Doctor Strange è stato, per me, ritorno a un mondo di meraviglia.

Le circostanze reali della storia recente pongono il film di supereroi in una posizione molto diversa da quella che occupava pre-pandemia, almeno per quanto mi riguarda. Prima, l’idea di un salvatore (o un di gruppo di salvatori, come in Avengers, o di diventare noi stessi salvatori tramite un’improvvisa mutazione, come in Spider-Man) all’occorrenza capace di salvare l’umanità da ogni sorta di minaccia poteva risultare forse un po’ naïf, ma tutto sommato espressione di una speranza di redenzione ben radicata nel bagaglio delle nostre convinzioni. Oggi, quest’immagine fa molta meno presa: pur avendo personificato il virus come  un nemico venuto da lontano, la lotta non è stata epica, non si è conclusa con uno schiocco di dita. Nessuno ci ha salvati e ci siamo resi conto di non poter salvare nessuno. Cosa resta dell’idea di supereroe dopo un evento così? Cosa ne è dell’individuo dal costume sgargiante che prende a pugni polpi giganti orbitanti intorno alla Terra? A chi interessa delle sue imprese? 

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Ricordo che durante il primo lockdown intrapresi una lunghissima maratona di film Marvel. Uno al giorno: dal primo Iron Man del 2008 all’ultimo Spider-Man del 2019. Ventitré film, tutti quelli usciti fino al 2020. Quando sono arrivata alla fine, Endgame (film imperfetto ma carico di sentimento) la battaglia impossibile degli Avengers contro Thanos, che dopo aver arbitrariamente spazzato via la metà degli abitanti della Terra non vuol saperne di sparire, era inconsapevolmente diventata anche mia: avevo caricato la visione di tutta l’angoscia, l’incertezza, la paura di quel momento e l’avevo condensata in un gigantesco titano viola dalla mascella volitiva, perfetta per assestargli cazzotti. È stato il mio saluto ai supereroi, l’ultima volta che la finzione cinematografica ha fatto breccia su una realtà che, da allora, non fa che superare in creatività i miei incubi peggiori.

Nel vedere il cambio di tono, la cupezza, il gore, che caratterizzano Doctor Strange in the Multiverse of Madness mi sono convinta che l’immagine del supereroe non sia cambiata solo per me. Mi sono sentita compresa. Il taglio horror del registra Sam Raimi demolisce l’idea di universi in cui il dolore, il lutto, la morte, il conflitto, l’annientamento si verifichino tutti senza spargere una sola goccia di sangue, senza mostrare la presenza ingombrante e ripugnante del cadavere. Certo, parliamo pur sempre di un film di superindividui e, come tale, gli elementi dell’orrore risultano diluiti e mescolati alle tipicità chiassose del genere (nella fattispecie, qui viene introdotto un personaggio che apre portali a forma di stella, quella a cinque punte che si impara a disegnare da bambini, nel multiverso: ecco, ora affiancate l’effetto provocato da quest’immagine a quello suscitato dal jumpscare in un tunnel buio e silenzioso e avrete un’idea più o meno precisa di Multiverse of Madness). Anche così, però, questo cambio di passo solca percorsi e biforcazioni di possibilità ibride e rinnova profondamente l’immagine dell’eroe.

Il motore di questo cambiamento sullo schermo è uno dei personaggi più amati del Marvel Universe: Wanda Maximoff, divenuta ormai Scarlet Witch. È lei l’antagonista di Strange nel film e la sua disperata ricerca offre all’eroe il pretesto per indagare sul significato stesso di felicità e introdurre un altro pezzo nel puzzle della sua personalità. La Wanda del Multiverso della Follia è molto diversa da quella apparsa nelle altre pellicole, è l’evoluzione priva di limiti della donna ferita e sofferente della serie Wanda Vision.

Il sorriso amorevole è divenuto un ghigno, i movimenti armoniosi e misteriosi delle mani sono come posseduti da una violenza brusca e irresistibile. La madness cui si fa riferimento nel titolo è implicitamente ed esplicitamente sua: corrotta dal dolore della perdita, Wanda si è abbandonata definitivamente alla magia nera, di cui è al contempo schiava e padrona. Come in ogni incursione nella negromanzia che si rispetti, a spingere Maximoff è la volontà di sovvertire e piegare il destino di morte che la circonda: trovare un mondo, nell’infinità del multiverso, in cui lei possa finalmente coronare il sogno di essere una madre felice.

Trovo interessante, potente, poetico che la discesa nell’incubo del Marvel Universe passi per il dolore di una donna, che il cambiamento sia determinato, per una volta, da una supereroina. Persino l’imponente spavalderia di Strange vacilla, impallidisce al cospetto di Scarlet Witch. Il potente stregone, la sua missione passano in secondo piano, polverizzate dal dolore e dalla determinazione di lei.

Finalmente, dunque, in un film di supereroi, compare un personaggio femminile che non sta lì per lo sguardo maschile, con un’evoluzione, una storia, una tridimensionalità problematica. Me le ricordo ancora, le polemiche e il review bombing che hanno accompagnato Captain Marvel al cinema, così come mi ricordo la sessualizzazione costante, on-screen e off-screen, di Vedova Nera. Scarlet Witch sembra, per ora, al sicuro da tutto questo. Forse i tempi stanno cambiando, forse si è persino in grado di accettare donne estremamente potenti in una posizione centrale della storia.

E, però, secondo me il benestare di cui gode Wanda Maximoff ha a che fare anche con altro. Pur essendo il primo caso del genere in un film di questo tipo, Wanda Maximoff incarna (più di) un archetipo del femminile ampiamente rappresentato nel cinema e nella letteratura. L’acronimo stesso del film in inglese indica questo aspetto con un gioco di parole piuttosto evidente: Multiverse of Madness è, infatti, abbreviato in MoM, mamma. I portali del multiverso della follia sono spalancati da una madre pazza e strega. Il legame tra follia, sessualità femminile e stregoneria è secolare. La strega, come antitesi di madre, è una figura tentatrice e minacciosa: il suo potere è castrante. Wanda è, però, entrambe le cose ed è qui che la sua “mostruosità” si complica.

In Wanda Vision, Maximoff crea per sé l’idillio di una vita normale e tranquilla con il partner androide Visione (morto nella battaglia contro Thanos) e i loro due figli. Non potendo, però, concepire con un robot, Wanda genera i suoi bambini con la magia. Già questa è la scintilla originaria di Scarlet Witch, la madre-mostro. Dando alla luce i suoi figli per partenogenesi, grazie alle sue arti magiche, ha eluso l’intercessione del fallo. Barbara Creed, nel suo saggio sul Mostruoso Femminile, chiama quest’entità la madre arcaica.

La madre arcaica è temibile in virtù della sua opposizione all’altro archetipo del materno, quello che fonda la propria esistenza sulla relazione con la famiglia nucleare. Il materno mostruoso, più che farsi fagocitare, fagocita, evira. Nel suo tentativo disperato di essere «non mostro, ma madre», Scarlet Witch inghiotte interi mondi. Davanti alla sua furia, rende impotente il salvatore maschio, che veste i panni delle varie versioni del multiverso di Steven Strange. L’elemento horror del film funziona perché non c’è niente di più disorientante, nel machismo ipertrofico che ha accompagnato il genere per anni, di un eroe castrato da una volontà materna mostruosa.

Le figure materne, nei film di supereroi, sono ammantante di un’aura angelica, premurosa. Spesso sono destinatarie del sentimento d’amore autentico del supereroe, come succede per Superman o per Batman, la cui genesi di vigilante notturno coincide con l’omicidio della madre e del padre in un vicolo di Gotham City. I figli di Wanda, invece, non sono che proiezioni della sua volontà. L’amore materno corrotto una soffocante coltre nera calata sul mondo. Tutto questo potere è accettabile a una sola condizione: Wanda Maximoff è l’antagonista. Essere l’avversario dell’eroe in un film di supereroi può voler dire solo una cosa: non importa quanto tu sia forte, determinato, folle, alla fine verrai sconfitto. Pur assurgendo a un livello di potere sterminatamente più alto  e temibile di quello dell’eroe buono, può riuscirci in virtù del fatto che la corruzione dell’animo di lei non è pienamente credibile (per determinazione di contesto). La mostruosa e potente Wanda può ottenere, così, dai suoi spettatori comprensione, empatia, immedesimazione e pure ammirazione ma non disorientamento o spavento, terrore. Il film di supereroi sta cambiando, il film di supereroi è salvo.

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