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Il Fatto

Vaccini a ordini e categorie speciali. Ma chi pensa ai più fragili?

Nel Paese dove tutto ciò che dovrebbe rientrare nella normalità fa notizia, la foto del Capo dello Stato Sergio Mattarella allo Spallanzani di Roma in attesa di ricevere il vaccino come un comune cittadino ha fatto il giro di tutti i mezzi di informazione. In Campania, invece, il Presidente Vincenzo De Luca, nella giornata inaugurale della campagna di vaccinazione dello scorso dicembre, si presentò all’Ospedale Cotugno di Napoli per essere vaccinato contrariamente a quanto previsto in ordine alle priorità stabilite. Una piccola bufera mediatica durata pochi giorni lo travolse: unico a difenderlo il Presidente della Regione Molise Donato Toma che all’Adnkronos lo paragonò a Joe Biden, l’inquilino della Casa Bianca che aveva dato l’esempio agli americani vaccinandosi per primo.

Un accostamento di tutto rispetto che, però, non convince per niente, a maggior ragione oggi che la totale confusione regna sovrana, tra deroghe speciali a particolari categorie – tra le quali ancora non risultano prossimi alla somministrazione (anche se continuamente citate) quelle fragili, i lavoratori a rischio o i disabili – e sindaci e assessori di alcuni Comuni siciliani che hanno emulato De Luca, estendendo i favori a parenti e amici, nel ragusano come in altre province. Casi venuti alla ribalta a seguito dell’intervento dei NAS.

In questi giorni, alcuni ordini professionali si sono attivati per richiedere ai Presidenti di Regione corsie preferenziali, giustificando la peculiarità del loro lavoro di giornalisti, avvocati e anche magistrati perché maggiormente a contatto con il pubblico, come del resto i lavoratori dei trasporti pubblici o i conducenti dei taxi che, però, non ci risulta rientrino in quelle categorie previste da tutelare in quanto particolarmente esposte al rischio. Nel frattempo, in Toscana – riferiscono le cronache – i politici locali sono stati tutti vaccinati, risultando la maggior parte di essi iscritti all’albo degli avvocati, tanto da costringere la regione stessa a seguire un ordine non più per categorie ma per patologie.

Una valanga di richieste da Nord a Sud, una serie infinita di pressioni del tutto prevedibili e decisioni lasciate alla discrezionalità delle istituzioni locali, pur dovendo queste attenersi alle direttive di carattere generale dettate dal Governo centrale. Gestioni utili il più delle volte a recuperare quel calo di consenso evidenziatosi macroscopicamente in questo anno di pandemia relativamente alle carenze di molte strutture sanitarie a causa delle politiche di contenimento delle risorse, sia economiche che del personale, che hanno mandato in crisi la sanità italiana perché, come sostiene Gino Strada, si è cominciato a trasformare gli ospedali in aziende, perché l’interesse non è più la salute della persona o della collettività, ma il fatturato.

Tutte le sollecitazioni da parte degli ordini professionali e finanche dalla magistratura per tutelare i propri iscritti hanno indotto alcune regioni a sovvertire quanto programmato, come in Toscana, Piemonte, Puglia e Campania. Quest’ultima, in verità, ai primi posti per velocità di somministrazioni dei vaccini disponibili. Iniziative che non meravigliano per niente in un Paese dove il sistema corporativo e lobbistico che ancora condiziona la vita delle istituzioni, e in primis il Parlamento, è più volte intervenuto a favore di categorie professionali e perfino nei confronti dei signori dell’azzardo. Clamorosa, in tal senso, la riduzione drastica delle multe per truffa al Fisco inserita nel decreto IMU dal Governo Letta nell’agosto del 2013.Qquell’Enrico Letta che si auspica da qualche parte dia la sua disponibilità a risollevare il moribondo Partito Democratico.

I gruppi di interesse che ruotano intorno ai palazzi del potere da sempre esercitano condizionamenti sulla vita parlamentare e sulle commissioni al fine di tutelare e apportare vantaggi a specifici ordini. Come non ricordare le difficoltà incontrate per il famoso Decreto Bersani che scatenò un vero e proprio terremoto in alcune categorie difese da parlamentari che ne svilirono l’attuazione complessiva ma che comunque apportò significative modifiche a favore degli utenti. Categorie professionali – in Italia esistono 19 ordini e 8 collegi professionali – presenti in maniera consistente tra gli stessi rappresentanti in Aula, ordini come quello dei notai, molto abili nel vanificare ogni incremento del numero di operatori fissato per legge come ebbe a far rilevare tempo fa Tito Boeri.

Da più parti e non solo in Italia, periodicamente riemerge la necessità di una regolamentazione delle attività di lobbying giustificata da un’esigenza di maggiore trasparenza al fine anche di offrire ai parlamentari un contributo più qualificato a vantaggio ovviamente delle stesse categorie interessate. In pratica, un percorso in discussione in alcuni Stati europei e in vigore, anche se con metodo diverso, da oltre dieci anni negli USA, dove la Corte Suprema ha stabilito la possibilità per le lobby di partecipare alle campagne elettorali nei periodi precedenti alle elezioni americane.

Filosofia ben radicata negli usi e costumi del nostro Paese che si rivela, in tutte le sue forme e occasioni, il principio di prevaricazione e l’esigenza di riaffermare la propria superiorità, anche nei confronti della difesa della salute. Lì dove il rischio di contagio non è uguale per tutti, dove la voce di una categoria di lavoratori è meno incisiva di un ordine professionale, dove Ciro Esposito conducente di autobus ha meno diritti rispetto alla tutela della propria salute e per la salvaguardia della propria vita rispetto all’avvocato Mario Rossi, anch’egli per la sua attività a contatto con il pubblico.

Criteri che dovrebbero essere basati sul buon senso e sulla sensibilità al fine di tutelare la salute di quelli continuamente citati ma raramente difesi come i fragili, i maggiormente esposti per patologie e condizioni particolari di vita, di contesti familiari difficili, dove la sanità ordinaria non sempre è garantita e dove la situazione economica si aggrava sempre di più, dove le prospettive di ripresa sembrano allontanarsi.

Il governo dei migliori riuscirà a dare una svolta per superare questa disastrosa pandemia e tentare la ripresa di un Paese già al collasso? Troppo presto per dirlo, diamogli il tempo, quel tempo che sembra non avere mai fine e che, ancora una volta, anche con i migliori sembra faccia fatica a garantire un briciolo di normalità.

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