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Tutto ciò che poteva rompersi

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
1 Giugno 2023
in Billy
Tempo di lettura: 6 minuti
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Tutto ciò che poteva rompersi e una copertina che si assicura (o forse no) che quel tutto resti intatto. David Valentini, classe ’87, romano, esordisce il 26 ottobre del 2022 con la nuova casa editrice fondata da Alessandro Cattelan, Accento Edizioni. Due esordi dunque, in piccola e grande scala.

Si è parlato molto di come definire questo libro. C’è chi lo ha visto come una raccolta di racconti, chi come un romanzo scomposto o addirittura “esploso”, proprio come una bolla di pluriball. La forma del racconto pare essere scelta naturale se si considera che David fa parte del collettivo della rivista Spaghetti Writers da anni, per cui scrive, cura e edita proprio racconti, e parecchie delle sue storie brevi sono state pubblicate da Altri Animali, Carie, Crapula Club, Malgrado le mosche e molti altri.

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Il libro contiene cinque racconti ma non altrettante vite: questo perché i personaggi – che sono molti di più – non esauriscono la propria carica nel punto finale, ma tornano più volte sconfinando e infiltrandosi nelle pagine successive, svelando connessioni e legami di sangue, d’amore e d’odio che tanto ci sembrano familiari perché è questo che capita nella realtà: si conosce una persona, si può amare o odiare, provare indifferenza, ed è possibile che questo qualcuno sparisca dal nostro mondo per sempre o ritorni facendo giri immensi (per citare un altro insigne romano doc).

Ciò che David fa col suo libro è proprio questo: dare voce alla quotidianità, a quegli eventi che sembrano banali – litigi in famiglia, incomprensioni con le persone che amiamo, incidenti fortuiti, perdita del senso della vita – ma che si rivelano essenza stessa dei giorni che viviamo, perché è vero che quando si fa letteratura si ha la libertà di inventare nuovi mondi, ma per descrivere il contemporaneo smarrimento aderire a ciò che succede alle persone “normali” è la via scelta dall’autore. In questo caso, la quotidianità diventa straordinaria, perché riusciamo a empatizzare con quel personaggio che come noi soffre, si arrabatta tra mille problemi, scappa e piange.

La tematica, a mio avviso, è particolarmente attuale: pensiamo a quante persone non riescono a dar voce ai propri sentimenti e, quando lo fanno, esprimono disagio, confusione, tanto da pensare di essere sbagliati, di dover fare qualcosa di “grande” nella propria esistenza, col rischio di incappare nel corto circuito della prestazione a tutti i costi che fa sentire ancora più inadeguati. Ecco, i personaggi di Tutto ciò che poteva rompersi vivono quest’ansia e il risultato è la rottura dei rapporti, sia con gli altri che con se stessi.

Prendiamo, ad esempio, il secondo racconto del libro: Nicola, protagonista insieme a Marzia e Alice de La ragazza dell’ultimo piano, afferma: Ho tutto e mi sembra di non avere niente. Pare essere il mantra della maggior parte dei millennials, quel sordo inappagamento che non trova mai valvole di sfogo, che scontenta e deprime, perché più si pensa a quello che si ha – un lavoro decente, una ragazza innamorata, una famiglia, la salute – più ci si sente miserabili. Ecco, Nicola è proprio uno di noi, un infelice senza alcuna apparente ragione.

Lo stesso stordimento viene vissuto da Ludovica nel racconto Il suo finale di stagione: Ludovica è una ragazza brillante, ambiziosa, lascia la sua terra per andare a studiare all’estero. Vince una borsa di dottorato a Sheffield ma, incredibilmente, i genitori non ne sono entusiasti e non perché sia una brutta cosa, ma perché credono che vada lì a lavorare gratis. Non vi sembra di aver già sentito qualcosa di simile? Quanti di noi si sono confrontati con i propri genitori cercando di trovare le parole per spiegare loro quanto importante è quel progetto, quanta fatica e quanti sogni ci abbiamo riposto? Spesso incontriamo un muro insuperabile di malintesi e incomprensioni che fa schizzare la frustrazione alle stelle.

Bene, Ludovica insiste e vince. Va a Sheffield, sembra proseguire nei suoi studi alla grande, ma a un certo punto si rende conto che quella vita che tanto ha desiderato non la soddisfa. Per riempire quel vuoto inizierà ad assumere cocaina – e qui torna la questione della prestazione a tutti i costi per cercare di essere all’altezza e non dare ragione a chi diceva che partire era sbagliato – e intreccerà dei rapporti che non le porteranno altro che un vuoto ancora più nero. Quindi, si può dire che abbia davvero vinto?

Se la storia di Nicola risuona nelle nostre teste, quella di Ludovica ci annienta: moltissimi sono gli studenti fuorisede o anche i professionisti che lasciano casa per andare altrove, a chi non è capitato di domandarsi amleticamente “avrò fatto bene? È una scelta giusta, questa?”. Ludovica e Nicola sono come noi, alla ricerca di un posto nel mondo che non vuole essere riempito.

Io stessa ho vissuto una situazione simile prima di partire per gli studi universitari: volevo andare via, lontano, volevo studiare qualcosa di diverso rispetto a ciò che si aspettavano i miei genitori (e per un po’, per farli contenti, ci ho anche provato). Rendere tangibili la rabbia e la frustrazione è stato un processo doloroso che ha quasi causato una frattura insanabile, perché spesso ciò che per noi è caro per gli altri non ha significato. Ai più fortunati il tempo dà ragione, come nel mio caso, a quelli meno fortunati casca addosso il fallimento e la perdita della propria bussola emotiva.

Come mi è capitato di dire alla presentazione del libro, tutti i personaggi mi hanno ricordato Il visconte dimezzato di Calvino: anche loro presentano il dilemma dell’uomo moderno e del suo posto nella società come tema centrale, dell’incompletezza tangibile che frattura il bene e il male in Medardo o, se vogliamo restare in tema, la razionalità e la voglia di fare una follia nei racconti di David. Sono dimezzati, hanno tutto ma non hanno niente e pensano che, forse, se non avessero niente avrebbero tutto.

I racconti successivi proseguono nell’analisi di questo smarrimento universale dando voce ad altri personaggi e si arricchiscono di ulteriori tematiche che hanno nel DNA il conflitto: il tradimento, la maternità, la sofferenza per un amore perduto, lo struggimento per uno che non è nemmeno pensabile. Pensabile perché David spinge sull’acceleratore e osa, presentandoci Laura e Michele, sorella e fratello, che semplicemente si amano. E non d’amore innocente. Non ci sarebbe da meravigliarsi perché in apertura ho detto che l’autore dà voce alla straordinarietà del quotidiano ed è indubbio che l’incesto sia uno di quei casi straordinari.

Come Ludovica, Laura e Michele, che torneranno nei racconti successivi, anche gli altri personaggi compaiono nelle storie altrui. Non sta a me ovviamente svelare come essi siano legati, ma ciò che mi interessa è condensare le tematiche degli scritti di David: la sua scrittura trova appiglio nell’incompletezza, nell’insoddisfazione come metafora dei tempi contemporanei, nei rapporti spesso conflittuali tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle e, ça va sans dire, tra amanti. Il realismo è la sua cornice preferita e se prendiamo il realismo non come corrente artistica ma come modo per parlare sinceramente e senza retorica di come viviamo lo spazio e il tempo e di come le relazioni con gli altri li riempiano, allora posso affermare che lo stile dell’autore ne attinge a piene mani.

La vita che sta stretta, il desiderio di emanciparsi dai genitori, quell’abisso che c’è tra loro e i propri figli e una comprensione che non arriverà mai, perché i disagi dei “giovani” sono così lontani dalle generazioni precedenti che lo scontro pare inevitabile. La fragilità è un altro potente leitmotiv: come Nicola che pare “dimezzato”, anche Laura, Michele, Ludovica, Sara, Filippo paiono sul punto di creparsi, di commettere cumuli di errori per poi pentirsi piangendo lacrime di coccodrillo. Questa fragilità trova sfogo nella presenza costante della musica e degli specchi: in ogni racconto c’è una traccia che fa da sottofondo e uno specchio, simbolo di disneyana memoria grazie al quale i personaggi guardano se stessi senza però riconoscersi.

Non gli chiedono chi sia il più bello e chi il più bravo, sanno già che non sono né belli né bravi e che qualcun altro è felice al loro posto. Davanti allo specchio (che, come il pluriball, potrebbe rompersi da un momento all’altro) si tirano le somme, si fanno i conti contro i propri demoni e si perde il confronto.

Si potrebbe riassumere lo spirito del testo con un sintetico “sì, ma”: sì il lavoro e la soddisfazione di avere il posto fisso, ma a che prezzo? Nicola deve pagare in termini di depressione cronica? Sì l’amore, ma di che tipo? Quello che ammette il tradimento e il fallimento, persino l’incesto? Sì i figli e la famiglia, ma i sogni? Filippo e Simona hanno la forza di restare insieme per amore di ciò che hanno costruito o è giusto che siano felici ognuno per conto proprio? E, infine, sì la libertà, ma se questa libertà dovesse rivelarsi più infida e pericolosa della noiosa stabilità?

David cerca di rispondere a tutte le domande, invitandoci a contribuire nel dare una soluzione, le impacchetta, le trasloca in camerette adolescenziali e casermoni della periferia romana e poi ci chiede: vi sentite anche voi così? Il presente ci appartiene o è solo un’illusione? Ognuno potrà rispondere a modo suo, stando attento a spostare dilemmi e dubbi senza rompere niente, avvolgendo speranze e delusioni in un foglio di pluriball con l’accortezza di proteggere le prime e soffocare le seconde.

Prec.

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