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Sventurata la Calabria che ha bisogno di eroi

La Calabria ha un nuovo commissario ad acta – almeno per oggi – e pare non sia più il trend del momento. Sulle pagine dei vari Scanzi o di quanti offrono un contributo irrilevante all’informazione, ma sono maestri a racimolare like, si vede oggi scalzata dalla morte di Maradona, del dio e dell’uomo, ancora una volta crocefisso da quanti non sanno quello che fanno. Chi è senza peccato, digiti sulla tastiera.

Dopo il passaggio della tempesta si fa la conta dei danni: manca un governo regionale; il presidente (ex) dell’assemblea legislativa è ai domiciliari; all’emergenza sanitaria se ne sono aggiunte altre, come nel crotonese; il rosso di questa zona è sbiadito in arancione; gli ospedali che erano chiusi (come a Cariati) sono rimasti chiusi; i centri COVID che erano aperti (come a Rossano) sono stati chiusi per mancanza di personale; a Cosenza è stato recapitato un ospedale da campo proveniente dal Libano che ospiterà 40 pazienti COVID – e 3 terapie intensive – per sostenere il peso dei ricoveri presso l’azienda ospedaliera Annunziata. Il tutto accolto in pompa magna, alla presenza del Ministro Boccia e del capo della Protezione Civile Borrelli perché a molti piace dirsi indipendentisti, meridionalisti e orgogliosi, ma quando l’esercito arriva in città qualche nostalgico esulterà sempre.

E proprio nell’arrivo dei militari si può riassumere la risposta dello Stato, diviso tra un tendone e la scelta del nuovo commissario: Guido Longo, il “superpoliziotto” contro camorra e Cosa Nostra, già prefetto di Vibo Valentia, che si spera possa mettere d’accordo tutte le forze politiche. Perché le vicende recenti ci hanno insegnato che prima viene il benessere dei rapporti tra i componenti di un esecutivo instabile e solo poi quello dei cittadini, se rimane tempo. Ma Guido Longo è davvero quello che serviva alla Calabria? E, ancora, un commissario è davvero quello di cui ha bisogno questa regione? Non si discutono la persona e il suo vissuto, e avendo già esperienza da queste parti non dovrebbe nemmeno essere opposta resistenza all’eventuale trasferimento a Catanzaro. Piuttosto, bisogna vedere quanto il nome si sposerà con un ruolo forse troppo sopravvalutato in quest’ultimo periodo.

Trovato il commissario, secondo alcuni, parrebbe infatti che la Calabria possa finalmente tornare a vedere la luce. Riflessione paradossale se si considera che un commissariamento è di per sé effetto – e non causa, come supposto da molti – di un prolungato periodo di buio. Buio sui bilanci, scomparsi e inesistenti, delle aziende sanitarie sui quali Longo sarà chiamato a far luce non senza scontrarsi con i centri di potere e le presenze occulte che da decenni gravitano intorno al mondo della sanità calabrese. Anche da qui passeranno le scelte di chi dovrebbe garantire i livelli essenziali di assistenza (lea) in tutte le zone della regione. Cosa che fino a oggi non è stata fatta.

Riprendiamo l’esempio del Vittorio Cosentino di Cariati, ex ospedale sullo Jonio e primo presidio sanitario per decine di paesi costieri e dell’entroterra silano. Nel 2010 è stato chiuso in seguito al piano di rientro sottoscritto dall’allora governatore Scopelliti sebbene venisse specificato che la struttura, al fine di garantire i lea, avrebbe comunque mantenuto attivi i servizi primari, come il laboratorio di analisi o la radiologia, nel tempo chiusi o ridimensionati. Troppo forte la spinta dei signori della sanità privata, troppo ottimistica la stima dei tempi intorno all’inaugurazione del Grande ospedale della Sibaritide, che doveva essere pronto oltre cinque anni fa e che oggi si dice potrebbe aprire i battenti fra cinque anni. Poi è arrivata l’emergenza, che in regione si è sommata a quelle già presenti in forma cronica.

La Calabria è stata graziata durante la prima ondata ma, anziché sfruttare l’opportunità di intervenire su una sanità disastrata, si è cullata su allori del tutto inesistenti, citando una recente intervista di uno degli allora designati soggetti attuatori all’emergenza COVID, Domenico Pallaria, che – per intenderci – intervistato da Report disse di non sapere «che cos’è un ventilatore (polmonare, ndr)», salvo poi ammettere mesi dopo di essere stato «un po’ leggero» nell’esprimersi e che comunque il ruolo del suo Ufficio era quello di informarsi sul «come comprare» mentre il «cosa, avrebbero dovuto dirlo i medici». Tutto si è però concluso senza né il come né il cosa. La seconda ondata è stata meno clemente e a farne le spese, questa volta, come ormai noto, è stato il commissario “zero” dell’epidemia, il generale in pensione dell’Arma Saverio Cotticelli. Scelto per ragioni ispiratrici molti simili a quelle che hanno portato alla designazione di Guido Longo: pugno di ferro e occhio attento ai bilanci. Poco importa se nel frattempo non si ha consapevolezza di dover redigere un piano COVID nel mezzo di una pandemia da COVID. Le perplessità sono legittime. La risposta, se esiste, è dunque da ricercarsi in un nucleo che va oltre il disastro sanitario e i vari problemi che affliggono questa regione non soltanto dal punto di vista storico, come bene emerge dal colloquio tra Alessandro Campaiola e Antonio Talia, ma soprattutto dal punto di vista sociale.

La Calabria è una regione, se non irresponsabile, di certo poco corresponsabile e per questo ha bisogno di commissari, simboli ed eroi, che intervengono solo in fase successiva. Dopo la figuraccia, Cotticelli torna in tv e dice: «Sapete com’è lavorare in questa regione. […] Appena arrivato in Calabria sono andato da Nicola Gratteri che mi ha detto che per sopravvivere non avrei dovuto avere contatti con nessuno». L’ombrello di Gratteri è un ottimo strumento con cui pararsi quando c’è da ottenere consenso in questa regione. E, forse, sono proprio le persone che si abbandonano a queste uscite che, oltre a gettare fango in maniera indifferenziata su qualsiasi abitante di questo Far West, ridimensionano il lavoro fatto e fattibile di quelli come Gratteri alimentando quei simboli o quei personaggi che alla società civile non sono di nessuna utilità perché si finisce per demandare loro qualsiasi azione.

Lo sa bene Matteo Salvini, che su questi presupposti ha fondato una carriera politica spinta ben oltre la nebulosa Padania. In piena campagna elettorale delle scorse Regionali, Salvini si era imbucato nella Procura di Catanzaro «per bere un caffè insieme al procuratore Gratteri». Una mossa azzeccata se si considera quello che rappresenta il magistrato per la maggior parte dei componenti di questa regione, che porta anche a riflettere sul perché ci abbia pensato lui e non gli altri, intenti a sostenere tre diverse coalizioni elettorali, con altrettanti candidati – di cui due imposti dai vertici di partito e disprezzati a livello locale –, sbattuti fuori (o dimessisi poi) dal consiglio regionale lasciando carta bianca alla destra di Domenico Tallini.

Il racconto infatti prosegue, in questi giorni, con Salvini e la Lega che si dissociano da Tallini, arrestato nell’inchiesta Farmabusiness – coordinata proprio dai sostituti procuratori dell’ufficio di Gratteri – per i presunti rapporti avuti con il clan Grande Aracri. Ma i componenti calabresi della Lega, da questo punto di vista, non possono certo dirsi duri e puri perché, se così fosse, lo stesso leader del Carroccio non avrebbe avuto motivo, al tempo, di commissariare il suo stesso partito, mandando in regione Cristian Invernizzi. La Lega è inoltre quella stessa forza politica che per la prima volta nella storia è salita al governo regionale in Calabria anche grazie alle preferenze ottenute nella coalizione dal primo eletto, Domenico Tallini appunto, e del suo partito, Forza Italia, che attende Salvini al tavolo delle strategie in vista prossime elezioni, che dovranno essere rifatte per effetto della morte di Jole Santelli.

Non c’è da stupirsi, ci troviamo di fronte a una classe politica che – almeno in questa regione – dall’alba dei tempi non ha la minima coscienza collettiva e fino a che le indagini non disvelano gli arcani – che così arcani non sono – fa finta di nulla salvo poi dissociarsi «non dall’uomo, ma dai comportamenti», citando Abramo, Sindaco di Catanzaro, ma ancor prima amico e compagno di partito di Tallini. Se così non fosse, il nome di Tallini non sarebbe comparso tra quelli dei candidati a fronte delle liste degli impresentabili prodotte dalla Commissione parlamentare Antimafia prima delle elezioni e ignorate da Forza Italia, che però oggi non ignora le esternazioni di Nicola Morra, che avrebbe potuto dirsi soddisfatto prescindendo dal rimarcare (malissimo) la questione. Dopo la censura applicata dalla tv pubblica, il senatore pentastellato è poi tornato ospite da Lucia Annunziata per prendere le scuse del caso, rischiando però di scivolare sulla stessa macchia che esibisce ancora oggi chi chiede la sua testa e minaccia di bloccare i lavori della Commissione.

E siamo al punto, perché non c’è da stupirsi nemmeno se Tallini, una volta candidato, risulta il primo eletto. Oltre 10mila preferenze, ma fuori dalla cabina elettorale i “responsabili” si dileguano. Ci sarà una ragione se gli ospedali chiusi rimarranno chiusi. Ci sarà una ragione se uno degli ultimi presidenti di Regione banchettava con gli ‘ndranghetisti e l’ultimo presidente del consiglio regionale viene oggi indagato, come altri prima di lui. I motivi ci sono, e di certo non possono essere circoscritti alle mancanze del commissario di turno. Come anche, per questi stessi motivi, non si può delegare a Longo o a Strada la speranza che questa terra guarisca: non sta al singolo arrivare e scoperchiare il vaso di Pandora. Non funziona così: i Gino Strada e i Nicola Gratteri, nella loro diversità, per quella che è la natura del loro lavoro, intervengono appunto dopo, quando il danno è stato ormai fatto. Curano, arrestano, ma le cicatrici rimangono.

Spenti i riflettori, la Calabria tornerà a godere della presenza di un commissario ad acta e di un pugno di mosche in mano. Chi ha capitalizzato l’infelice quarto d’ora di celebrità di questa terra se ne andrà per la propria strada e va bene così. Qui, tanto, non servono eroi. Qui si fa la Calabria o si muore.

Contributo a cura di Francesco Donnici

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