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Stereotipi di genere nelle pubblicità per bambini: la Spagna dice no

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
13 Dicembre 2022
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Aggiustare o accudire. Costruire o vestire. Combattere o cucinare. Blu o rosa. Maschio o femmina. I bambini e le bambine nascono nudi e puri ma poi crescono. Vengono messe fasce per capelli sulla testa delle femminucce senza capelli per far capire al mondo che, attenzione, non sono maschietti. Imparano a camminare, trascinano i genitori nei negozi di giocattoli e lì, inevitabilmente, la prima cosa che salta all’occhio è una: gli enormi reparti distinti in modo meticoloso e impossibile da travisare; uno tutto azzurro, l’altro tutto rosa. Ti gridano forte nelle orecchie da che parte devi andare. Qual è il tuo posto. Quali sono le cose a cui puoi e devi voler giocare. Non sia mai che un maschietto possa confondersi e dirigersi erroneamente nel settore femminile, scoprendo per caso la sua incredibile passione per la cucina o il make-up.

Sono una millennial e ricordo bene gli spot pomeridiani degli anni Novanta. La fabbrica dei mostri e la pista delle Hot Wheels erano accattivanti ma lo spot mostrava solo maschi, non sembrava rivolto alla sottoscritta. Dove mi sentivo rappresentata era invece nelle pubblicità in cui le bambine come me avevano la fabbrica non dei mostri ma dei gioielli, anche se di collane e bracciali non me ne fregava niente. O il registratore di cassa del supermercato, per alcune tra le più alte aspirazioni lavorative che una bambina potesse avere nella vita. Non che adesso le cose siano poi così cambiate. Tante sono state le polemiche, ad esempio, per dei grembiulini scolastici estremamente sessisti, venduti nei negozi Upim qualche anno fa – come se la questione grembiule non sia già demotivante in sé – che mostravano due tipi di stampe ben diversi. Per quelli maschili, squadre, compassi e aeroplani; per quelli femminili rossetti e fiorellini. E mettiamoci anche l’impronta di un bel bacio a stampo, che un po’ di sessualizzazione fa sempre gola. Ma veniamo alla notizia principale.

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In questi giorni, in particolare, a fare tanto discutere è la decisione della Spagna di vietare gli stereotipi di genere all’interno degli spot di giocattoli destinati ai bambini. Entra in vigore un nuovo codice deontologico concordato tra il governo, l’associazione spagnola dei produttori di giocattoli AEFJ e l’organizzazione indipendente Autocontrol, responsabile dell’autoregolamentazione del settore pubblicitario spagnolo. La pubblicità dovrebbe diventare più giusta, più onesta e costruttiva. E sbarazzarsi degli stereotipi di genere, ha detto il Ministro dei consumatori Alberto Garzón. Lo scopo è dunque quello di promuovere un’immagine inclusiva, paritaria e priva di preconcetti di genere tra i bambini e le bambine. La campagna promossa dal governo spagnolo mostra uno spot dal titolo Jugar no tiene género, il gioco non ha genere, dove alcuni giocattoli animati si ribellano al fatto di essere destinati solo ai maschi o solo alle femmine, rivendicando il diritto di poter giocare con il 100% dei bambini, non con il 50%. L’hashtag è dunque #HuelgaDeJuguetes (sciopero dei giocattoli).

Il Presidente Pedro Sánchez ha specificato, in una nota ufficiale, che i giocattoli non verranno presentati con indicazione esplicita o implicita che siano per l’uno o per l’altro sesso, né verranno fatte associazioni di colori, nel caso specifico rosa per le femmine, blu per i maschi. Verrà dunque evitato di associare giochi che consistono nello svolgere ruoli come la cucina, la cura, i lavori domestici o la bellezza esclusivamente alle bambine, e giochi riguardanti i motori o lavori quali pilota, poliziotto, scienziato esclusivamente ai bambini di sesso maschile. Nel caso in cui il messaggio della réclame dovesse violare le nuove linee guida si provvederà all’immediata rimozione. L’obiettivo di tale campagna non è soltanto promuovere un linguaggio meno stereotipato ma anche di prevenire la sessualizzazione e l’oggettificazione delle bambine. Nelle nuove linee guida vi sono poi precise raccomandazioni a sostegno dell’inclusione di bambini di altre etnie, nonché di minori con disabilità.

È risaputo che i giocattoli, creati e acquistati dagli adulti per i più piccoli, rappresentino un metodo educativo fondamentale per la loro crescita ed espressione. La verità è che sono concepiti per predisporre bambini e bambine ai loro ruoli di genere e adeguarli alle aspettative sociali. Il rischio di trasmettere modelli educativi sbagliati e doppiopesismi è altissimo, a svantaggio di maschi ma soprattutto di femmine che fin dalla più tenera infanzia crederanno che gli unici ruoli possibili all’interno della società siano solo quelli e che non avranno la possibilità di comprendere realmente le proprie preferenze e inclinazioni, limitando anche di molto confronti e legami tra pari.

Svariati studi hanno analizzato centinaia di giocattoli infantili, mettendo in luce come quelli indirizzati a un target femminile siano legati alla cura altrui e personale, mentre quelli maschili siano caratterizzati da un alto grado di violenza e aggressività. Per fortuna, sempre più Paesi cominciano a essere a favore dei giochi cosiddetti gender neutrality, cioè neutri, scevri da qualsiasi riferimento di genere al fine di stimolare le capacità creative e cognitive a prescindere dal sesso.

Il sito di Pro Vita & Famiglia Onlus, tanto per cambiare, ha dimostrato di aver compreso perfettamente le intenzioni dell’iniziativa scrivendo che con la scusa dell’inclusività si vuole eliminare ogni differenza sessuale, negando anche la realtà biologica. Certo, esattamente come con lo scandalo della teoria gender (che, ricordiamolo, non esiste), ciò che stanno tramando queste nuove malefiche realtà inclusive è negare la realtà biologica dei bambini, non certo di aiutarli a liberarsi dai condizionamenti sociali.

Lo scopo non è confonderli ma renderli padroni di decidere con cosa e anche con chi giocare, evitando di farli sentire sbagliati, qualora non dovessero rientrare appieno nella sezione che è stata loro assegnata. La vita non è una dicotomia, è un’immensa gamma di sfumature di colori e coglierle tutte è quanto di più prezioso possiamo fare. Perché ciò che dovrebbe volere ognuno di noi è che i nostri bambini e le nostre bambine crescano in libertà e senza catene. Che abbiano la consapevolezza di se stessi, senza dubbio, ma la possibilità e il diritto di scoprire i propri interessi, di coltivarli, di sperimentare e condividere in armonia e nel rispetto reciproco. Di mettersi in gioco senza vergogna, senza limitazioni o incasellamenti forzati. Senza la frustrazione di dover compiacere a tutti i costi una società che preferisce soffocare invece di motivare. Ricordando che, quasi sempre, le cose sono molto più semplici delle mille turbe mentali di noi adulti masochisti.

Come quella storia che vede un bambino con la sua bambola al parco, seduto su una panchina di fianco a un signore che legge il giornale. Al signore non piace che il bambino giochi con un bambolotto, storce il naso, si mostra infastidito. Cerca di depistarlo con una notizia della MotoGP e al bambino le moto piacciono anche, solo che adesso è impegnato a dar da mangiare a suo figlio. E quando il signore gli dice esasperato che giocare a fare la mamma è una cosa da femmine, non da maschi, il bimbo si volta, poi, sorridendogli teneramente, gli risponde che infatti non sta giocando a fare la mamma. Sta giocando a fare il papà.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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