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“Squid Game”, i genitori e le petizioni: è il caso di parlarne

Squid Game ha infranto qualsiasi record una serie tv potesse infrangere. Celeberrimo prodotto sudcoreano ideato da Hwang Dong-hyuk, nel quale 456 persone in gravi difficoltà vengono sottoposte, con il loro consenso, ad alcuni giochi per bambini – in palio per il vincitore 45.6 miliardi di won – le regole sono tanto semplici quanto inquietanti: chi perde muore. Un successo dai numeri inimmaginabili, se si pensa che la serie deve essere vista addirittura con i sottotitoli. Ma di questo abbiamo già parlato nella recensione apposita che vi invitiamo a leggere.

Ancora oggi, a due mesi circa dalla sua uscita su Netflix Italia, continuano a sbucare articoli, video e post riguardanti il cast, le curiosità, i dietro le quinte e via dicendo. E tra questi, purtroppo, le petizioni dei genitori indignati che ne chiedono la rimozione dalla piattaforma a causa dell’effetto che sta avendo sui più piccoli. Se all’inizio si poteva pensare a esagerazioni di qualche fatto isolato, a cui non c’era neppure bisogno di dare troppa importanza, adesso la situazione sta davvero prendendo una piega imprevista. È, quindi, il caso di parlarne.

Fermiamo Squid Game è la petizione lanciata su Change.org e diretta alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. Ormai l’unico strumento possibile a difesa del principio di incolumità dei minori sembra la censura vecchio stampo. Da associazioni e non, le richieste sono sempre più numerose, tanto da arrivare a smuovere persino la politica, finendo in Parlamento. La Lega, ad esempio, ha mosso un’interrogazione indirizzata al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’Istruzione e al Ministro dell’Interno.

La deputata leghista Laura Cavandoli ha scritto sul suo profilo Facebook: Dentro e fuori le scuole si susseguono episodi di violenza e bullismo ispirati alla violentissima serie tv coreana “Squid Game” che, pur essendo vietata ai minori di 14 anni, riscuote grande successo tra i giovanissimi con conseguenti numerosi e gravi fenomeni emulativi. Nel testo dell’interrogazione si legge: Si apprende di numerosi fenomeni emulativi delle situazioni rappresentate nella serie televisiva messi in atto da soggetti minorenni in ambito scolastico o in luoghi pubblici. In particolare, si registrano episodi di bullismo ispirati a “Squid Game” nelle scuole di Torino, Milano e Firenze, nonché una rissa tra ragazzi presso l’Istituto Santa Dorotea di Roma.

La psicosi da Squid Game prosegue e siamo costretti a leggere su internet articoli come quello de la Repubblica in cui viene scritto: I carabinieri sono entrati nella scuola elementare a passo veloce, si sono diretti dai bambinetti che frequentano la scuola nel quartiere Alessandrino, a Roma. “Chi guarda Squid Game?” hanno chiesto fissandoli, seri. Ma cos’è? La descrizione di un episodio di Distretto di Polizia? Forse bisogna ammettere che la cosa sta leggermente sfuggendo di mano.

In primis, ciò che basterebbe ad azzerare qualsivoglia polemica o discussione si può ritrovare nel disclaimer della serie: vietato ai minori di 14 anni. Nonostante l’ovvietà, a quanto sembra non è bastato. Pare che diversi genitori abbiano fatto vedere Squid Game ai propri figli con la scusa che il game contenuto nel titolo sembrava si riferisse a un prodotto per bambini. Molto logico, in effetti. A questo punto perché non far loro vedere Il Gioco di Gerald, Funny Games, The Game (il film con Michael Douglas)? E Saw, che dice voglio fare un gioco con te, sarà senz’altro un ottimo animatore per feste di compleanno! Ironia a parte, è chiaro che qui il problema non è affatto la serie tv poiché, come ha anche precisato la Polizia Postale, avendo la piattaforma Netflix inserito il divieto di visione ai minori di 14 anni, questa può trasmettere legalmente le puntate ai propri abbonati. Il problema è a monte.

Parliamo di genitori che preferiscono di gran lunga parcheggiare i propri figli davanti a uno schermo, spesso addirittura consegnando loro lo smartphone o il tablet pur di farli stare buoni e senza verificare assolutamente cosa possano o non possano vedere. Il problema più grande è l’incredibile deresponsabilizzazione di se stessi, addossando la colpa a qualcosa che non hanno saputo monitorare. In molti, ad esempio, non hanno neppure il parental control, il dispositivo che permette di creare un account kids, filtrando i contenuti a seconda dell’età. Prendersela con il prodotto che dal principio avverte che i contenuti mostrati non sono per bambini si chiama fare scaricabarile ed è impossibile pretendere che questo si prenda la responsabilità di cosa guardano i nostri figli.

Ce li ricordiamo tutti gli iconici bollini che tempo fa comparivano in TV all’inizio di un film. Era mica colpa della televisione se qualche bimbo più temerario sgattaiolava in un’altra stanza per poter vedere quel programma dall’accattivante bollino rosso? Il concetto di responsabilità, oggi, è sempre più in primo piano. Su YouTube è pieno di influencer che ricevono critiche sui loro contenuti che possono essere più o meno adatti a un pubblico di più giovani ma, altra grande sorpresa, anche YouTube ha un parental control. Inoltre, ogni canale, così come ogni film, serie o quel che sia ha il suo target di riferimento.

Bisogna, però, spezzare una lancia in favore dei genitori. Hanno le giuste ragioni a essere preoccupati se un bimbo vede qualcosa di violento, che sia disattenzione o altre cause. Cresciamo in una società che ci permette di avere qualsiasi informazione in tempo reale e senza sforzi, senza barriere. I cosiddetti boomer cedono il posto a una generazione che quasi impara prima a digitare che a parlare e mentre loro si adattano candidamente alle macchine le macchine non si adattano a loro. La realtà virtuale è ancora considerata un mondo a parte, senza leggi e controlli adeguati. Dove chiunque, in anonimo e non, può facilmente scamparla. Eppure vi passiamo la maggior parte del nostro tempo. Nella realtà nessuno farebbe entrare un bambino in un night club: ci sono i dovuti controlli. Perché dovrebbe essere diverso su internet?

Sappiamo bene che essere genitori, specialmente oggi, non è facile, che come fai sbagli e che se tuo figlio ha deciso di vedere qualcosa che non vuoi, molto probabilmente, il più delle volte, troverà il modo di farlo. Ma chiedere una censura non è la soluzione e di prodotti di intrattenimento vietati ai minori ne è pieno. A differenziare Squid Game sono soltanto la fama e un’incredibile viralità social. Considerata l’impossibilità di controllare h24 i propri figli e proteggerli da ogni tipo di male della vita, la soluzione migliore può essere una soltanto: il buon vecchio dialogo. Parlate con loro, domandate, ascoltate cos’hanno da dire e come la pensano, confrontatevi. Non è accettabile che ci sia bisogno di un vademecum della Polizia Postale che inviti i genitori a parlare in famiglia e spiegare ai bambini che quanto visto è frutto di finzione.

I bambini vedranno tante cose che non avrebbero dovuto vedere. I bambini giocavano alla lotta, alla guerra o alle pistole anche prima di Squid Game. I bambini compivano già atti di bullismo e troveranno altri pretesti per compierli. Magari, nel tempo speso a cercare di eliminare qualcosa che in primis non era per tuo figlio, potresti sederti con lui e imparare assieme cosa vuol dire prendersi le responsabilità delle proprie azioni.

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