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Sinistra: che non se ne parli in campagna elettorale

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
5 Febbraio 2018
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Portavano i capelli lunghi, riempivano le strade sulle note di Bella Ciao, lottavano per i diritti loro e dell’intera collettività. Si riunivano, discutevano, scioperavano, erano compatti. Si rifacevano a Gramsci e Togliatti, vivevano la fabbrica. Votavano la sinistra, la vera, non il PD, quello non lo avrebbero mai sostenuto.

Erano milioni, so’ scomparsi. Gli occhi sgranati, la disillusione e la rabbia nella voce di Felice C., straordinario personaggio interpretato da Vincenzo Salemme nel divertentissimo Cose da pazzi, in questi giorni che precedono le votazioni del 4 marzo, ritornano, prepotenti, alla mente di chi quella solitudine l’ha provata sulla propria pelle, inguaribile comunista. Ieri si chiamavano compagni. Oggi ne storpiano l’accento nel nome di Renzi, D’Alema, Bersani, Scotto, Vendola. Al massimo amici, niente di più, forse nemmeno quello.

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È iniziata, seppur non ufficialmente, la campagna elettorale. Tra congiuntivi sbagliati, famiglie tradizionalmente sfasciate, alleanze velate, conti correnti mostrati e rilanci di promesse come fossimo a un’asta, le settimane antecedenti il viavai alle urne, senza vergogna alcuna, ci ricordano quanta pochezza contraddistingua la politica odierna, nello specifico la nostrana, ancora manipolata dall’incandidabile Berlusconi, onnipresente e probabile vincitore, nello sconforto di chi, dopo venticinque anni, non riesce ancora a liberarsene.

Con la rincorsa dei candidati alla poltrona più comoda, però, a viaggiare veloce è anche lo smarrimento di chi negli ideali di razza bianca non ha mai creduto, tutt’altro, nel tentativo disperato di trovare qualcuno di cui fidarsi. In Italia, da fin troppo tempo, a sinistra – così come si usa erroneamente chiamarla – sono molteplici i cantieri di lavoro aperti. A mancare, però, sono gli operai, i lavoratori, coloro che se ne sono sempre presi cura, garantendo diritti, sostenendo le fasce più deboli, rendendo il mondo un posto più facilmente abitabile. Non mancano le ideologie, come vogliono farci credere, manca chi le esprima nei luoghi decisivi, chi se ne assuma il peso della responsabilità. Manca un leader, una voce che urli più forte delle porcate a cui ci stanno abituando, il coraggio di dire Io sono comunista, rivendicando la differenza identitaria e valoriale che questo implica nei confronti di una destra che nel Bel Paese non ha più timore di celarsi, di restare chiusa nei nascondigli che le spettano secondo Costituzione e buon senso.

Di certo, parliamo di una sinistra ben lontana dal finto democratico partito di Renzi e dall’inconcludenza pentastellata che qualcuno addita volutamente come rossa. Una sinistra in cui tornare a specchiarsi che non metta a tacere gli studenti, ma li ascolti, che non privatizzi sempre più la sanità o l’acqua, che non cancelli l’articolo 18, che ai voucher preferisca un salario proporzionato alle mansioni svolte, perché il sistema capitalista nel quale ci hanno ingabbiato si muove con il denaro e non con un finto baratto. Una politica dell’accoglienza che non risolva il problema degli incontrollati flussi migratori sostenendo i lager libici o contando i morti in fondo al mare. Una politica fatta dal basso, dai cittadini, tra le strade dissestate delle nostre città sempre più sole, sempre più a sud.


Ed è proprio a Sud, tra le vie malconce di un centro, per la stampa, infestato dalle baby gang, che in questi mesi – ma, in realtà, già da alcuni anni – si sta sviluppando una proposta nuova, sicuramente di sinistra, fatta di casalinghe e precari, giovani studenti, cassaintegrati, esodati, pensionati e disoccupati che hanno accettato la sfida, mettendosi in gioco e tentando la via impervia delle elezioni. Sono gli uomini e le donne di Potere al Popolo.

Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.

Nato a Napoli, su iniziativa dei ragazzi dell’Ex OPG Je so’ Pazzo, il nuovo progetto politico si pone l’obiettivo di costruire una democrazia reale che si faccia in assemblea, conoscendosi, discutendo, creando un programma condiviso e in divenire che risponda ai bisogni di una società sempre più frammentata e squilibrata, dove solo quattordici persone su sessantuno milioni detengono la reale ricchezza del Paese. Un progetto che, a chiare lettere, si contrappone alle ronde di CasaPound e Forza Nuova, i camerati a cui sempre più si tende a strizzare l’occhio.

Dallo scorso dicembre, data dell’ufficializzazione del movimento popolare, però, i media nostrani sembrano far fatica a dedicare il giusto spazio alla nuova iniziativa politica. Sebbene qui a Mar dei Sargassi siamo stati tra i primi a dare voce ai compagni dell’Ex OPG, infatti, a livello nazionale – e non solo – si è atteso dapprima che mostrassero interesse le testate straniere, poi, finalmente, si è deciso di parlare anche in Italia di Potere al Popolo. Con parsimonia, ovvio. Di certo, non ovunque. Solo su qualche quotidiano – senza insistere troppo – o, magari, su qualche blog personale. Quasi mai in tv.

Nei programmi televisivi dedicati ai sondaggi, la proposta politica avanzata nel capoluogo campano e già radicata in molteplici centri italiani risulta sempre non pervenuta, probabilmente inglobata in quella voce altro che, in sé, raccoglie tutte le liste minori di cui nemmeno si conoscono i nomi. I numeri, ovviamente, non sono ancora ufficiali. Non sappiamo, dunque, quanta speranza possano avere i neo-candidati di accedere al Parlamento, tantomeno sappiamo se e come potrebbero comportarsi una volta comodi tra Palazzo Madama e Montecitorio. Tuttavia, offrire loro la visibilità che compete a una formazione novella, metterli in condizione di farsi conoscere, di raccontarsi, di proporsi come unica alternativa di sinistra potrebbe significare riportare al voto quei tanti che alle urne non vanno più, disillusi e frustrati, abbandonati nei loro ideali traditi ma mai venuti meno.

Ciò che, invece, campeggia ovunque è un altro dato, quello del risultato di CasaPound, subdolamente riproposto in continuazione, nonostante non raggiunga percentuali superiori ai compagni d’opposizione, sostenuti anche da Rifondazione Comunista. Un partito, quello con per logo una tartaruga, dichiaratamente fascista. Guarda caso.

Erano milioni, so’ scomparsi. Noi non ci vogliamo credere. Vogliamo credere soltanto che a essere scomparse negli ultimi venticinque anni siano state le schede elettorali che valesse la pena convalidare, gli strumenti che ci permettessero di riconoscerci, di ricostituirci, di ricominciare. La sinistra è certamente ferita, ma non è morta, parafrasando la scena di un celebre film. È giunto il momento di ricompattarla e pretendere udienza.

Prec.

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