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Ho (ri)visto un re

Pasquale Manella di Pasquale Manella
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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“Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?” 

“Sì, buonasera comandante De Falco.”

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“Mi dica il suo nome, per favore.”

“Sono il comandante Schettino, comandante.”

[…]

“Che sta facendo, comandante?”

“Sto qua per coordinare i soccorsi…”

“Che sta coordinando lì? Vada a bordo. Coordini i soccorsi da bordo. Lei si rifiuta?”

“No, no non mi sto rifiutando.”

“Lei si sta rifiutando di andare a bordo, comandante? Mi dica il motivo per cui non ci va!”

“Ma si rende conto che è buio e qui non vediamo nulla…”

“E che vuole tornare a casa, Schettino? È buio e vuole tornare a casa? Salga sulla prua della nave tramite la biscaggina e mi dica cosa si può fare, quante persone ci sono e che bisogno hanno. Ora!”

Ricordiamo tutti a cosa si riferiscono le parole della drammatica e oltraggiosa conversazione sopra riportata. Si tratta di un episodio a dir poco infangante, ammesso che nell’animo degli italiani – se esistono – sia rimasta ancora una qualche briciola di pudore, se non nazionale, quantomeno personale. Nella storia del nostro Paese, però, questa non è l’unica volta in cui un “comandante in capo” si sia deliberatamente rifiutato di tornare a bordo, abbandonando la nave a se stessa. Prima della Costa Concordia, infatti, la nave in questione si chiamava Italia e il comandante vigliacco che commise il reato di abbandono volontario, condannando a morte un intero popolo, portava il nome di Vittorio Emanuele III.

Ma siccome noi italiani siamo brava gente, la storia si ripete e, così come abbiamo prontamente destituito De Falco e immediatamente riabilitato il comandante Schettino, invitandolo addirittura a tenere conferenze presso prestigiose università su come si effettuano soccorsi in mare, allo stesso modo il 17 dicembre scorso il sovrano traditore è rientrato con volo di Stato, umiliando i cittadini di una patria che ha di fatto disconosciuto, ma che nonostante tutto oggi non esita a dargli sepoltura presso il Santuario di Vicoforte, ridente cittadina del cuneese chiamata a sopportare il peso di quella che, in un Paese normale, dovrebbe esser vissuta come un’insopportabile vergogna, nonché vilipendio all’assetto repubblicano dello Stato sorto dalle macerie di quella monarchia che ha prodotto fascismo, leggi razziali e sindromi di Stoccolma, da cui il popolo italiano ancora stenta a guarire.

Parafrasando Giorgio Gaber, io non temo Vittorio Emanuele III in sé, ma Vittorio Emanuele III in me. Questo è in buona sostanza il problema, ovvero la tentazione di voler abbandonare la nave ogni volta che sta per affondare anziché individuare l’avaria o difendersi dagli assalti di imbarcazioni nemiche. Sarà per tale motivo che il ritorno di un traditore, per quanto ormai ridotto a un cumulo di ossa, ci lascia in ogni caso del tutto indifferenti o, ancora peggio, conniventi nei confronti di quello che alla fine altro non è che un modo per auto-assolverci. Un po’ come a dire: Se l’ha fatto lui, perché non dovrei farlo io? Perché sforzarmi, proprio io, di tenere a galla una nave che sta affondando, quando ce ne sono altre ben più solide e in piena navigazione verso il Sol di un avvenire sempre più globalizzato, che ha bisogno di me? Dimenticando che era esattamente questo ciò che gli ebrei pensavano dei tedeschi e della Germania poco prima che cominciassero a essere sistematicamente deportati verso lo sterminio.

Eppure, non ci vuole molto a comprendere che riparare la propria nave significherebbe poter continuare ad averne una da guidare, mentre salire a bordo di quella di qualcun altro non riduce che alla condizione di mozzo, magari anche molto ben pagato, ma pur sempre un mozzo di un sistema che induce ad annientare la dignità e la libertà altrui, affinché si possa “guadagnare” a sufficienza per potersi permettere di acquistarne una.

La povertà non va presa a schiaffi, ma debellata secondo le logiche di un’economia solidale, non di mercato. È per questa ragione, dopo tutto, che secondo la nostra Costituzione il lavoro non è solo una questione di reddito ma anche e soprattutto di dignità, quella che evidentemente abbiamo perso ancor prima del lavoro stesso.

Il punto è che finché la stessa spina dorsale su cui si regge l’intero organismo statale, ovvero la classe docente, continuerà a sognare per se stessa una pensione esentasse in Portogallo e per i suoi figli un futuro fuori dal sistema sociale, economico e produttivo che, in realtà, attraverso il suo lavoro dovrebbe contribuire a costruire e mantenere saldamente ancorato ai valori su cui si fonda la nostra stessa vita repubblicana – equità dei punti di partenza, trasparenza, valorizzazione del bene comune a partire dalla storia che ancora non ci raccontano, impulso alla creatività, consapevolezza di sé, differenza tra concetto di bene e concetto di merce, una sana dose di ostinazione – sarà molto difficile che la nave possa tornare nuovamente a riprendere il largo.

Insomma, il nostro è il Paese in cui gli stessi “comandanti in capo” sono, di fatto, coloro i quali ambiscono a guidarlo verso la sciagura per poi abbandonarlo a se stesso al momento giusto in cambio di prebende e rendite da posizioni collocate presso irraggiungibili eden fiscali, rigorosamente preclusi a tutti coloro che finora hanno riempito loro le tasche, mentre gli altri provvedevano con solerzia a svuotare le nostre per conto e a vantaggio di chi oggi, ad esempio, paga le tasse in Olanda, difende i propri interessi presso i tribunali londinesi e trasferisce lavoro a Detroit.

Perché mai dovremmo, dunque, meravigliarci che il padre di tutto ciò torni silenziosamente tra le mura pericolanti di una patria vigliaccamente abbandonata in macerie, ricostruita in sua assenza, vilipesa dalla sua rinnovata presenza e sempre più svuotata di ogni tipo di speranza?

È evidente che, a fronte di un tale punto di ripartenza, nonostante la prima classe costi mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento, gli italiani continueranno a preferire il mare, non per andarci in vacanza, ma per tramutarsi in pesci pronti ad abboccare all’amo di chiunque. E, mentre nel 431 a.C. Pericle arringava il suo popolo incitandolo affinché ogni ateniese potesse crescere […] sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione, spiegando che […] è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero e sostenendo che noi ad Atene facciamo così, nel 2017 d.C., dalle nostre parti, noi non facciamo altro che ricacciare sistematicamente via tutti quegli stranieri che vengono a chiedere aiuto, accogliamo i traditori che hanno rinnegato sia Stato che popolo ed educhiamo i nostri figli a prostituire se stessi.

Come si è arrivati a questo? Non lo so e non chiedetemi neanche perché, ma sta di fatto che noi, oggi, in Italia facciamo così.

Prec.

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